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Calcio | 02 ottobre 2022, 22:42

IL COMMENTO. Più che un nuovo allenatore, al Varese serve qualcosa in società

Piccola storia semplice: quando un tecnico biancorosso che poi divenne famoso perse una partita contro una squadra semisconosciuta a Masnago, l'allora patron entrò in spogliatoio e disse rivolto ai giocatori "Lui resta fino alla fine del campionato. Per chi non è d'accordo, quella è la porta". Il padre di tutti gli errori fu dire la scorsa estate di avere una squadra da vittoria del campionato. E non solo

La squadra attorno a mister Porro dopo la sconfitta odierna al Franco Ossola (foto Ezio Macchi)

La squadra attorno a mister Porro dopo la sconfitta odierna al Franco Ossola (foto Ezio Macchi)

Una volta, quando un allenatore del Varese che poi divenne famoso perse una partita al Franco Ossola contro una squadra semisconosciuta d'Eccellenza, l'allora patron entrò come una belva nello spogliatoio e tuonò davanti ai giocatori (salvo poi prendere sotto braccio il predetto tecnico e tenerlo a rapporto): «Quello è l'allenatore del Varese e lo sarà fino all'ultima giornata di campionato. Per chi non è d'accordo, quella è la porta». 

Certo, perché una cosa del genere possa accadere servono, più che soldi, idee chiare, tempo, carisma e, soprattutto, competenza calcistica e capacità di valutazione del tecnico e dei giocatori ma, di fronte alla panchina a rischio di Gianluca Porro e ai deludenti risultati iniziali del Varese (5 punti in 5 gare con 1 sola vittoria, 9 gol subiti e il quintultimo posto in classifica), quella scena di quasi vent'anni fa ci è tornata alla mente. E ci porta a chiedere, prim'ancora di schierarci per una conferma o un esonero che pare nell'aria: esiste nel Varese una figura riconosciuta che possa far valere il suo ruolo, la sua competenza tecnica, la sua responsabilità nella scelta di tecnico e giocatori per poi agire in base a tutto ciò, senza che alcuno - in disaccordo oppure no - possa contestargli la decisione presa?

Questo è il primo punto: più che Porro, che noi confermeremmo convinti che le lacune principali della squadra non siano in panchina ma in campo e nella costruzione a più mani (torniamo al discorso precedente) della rosa, pensiamo che a questa società manchi un unico manico tecnico - o, se c'è, andrebbe messo nero su bianco - capace di vivere 24 ore al campo e in panchina accanto all'allenatore e al gruppo, investito pubblicamente di quel ruolo che poi gli permetterebbe di assumere decisioni complete nella campagna acquisti e nella scelta o nell'esonero di un allenatore, assumendosi anche le conseguenti responsabilità.

Nel caso concreto di Porro, su cui verrà presa una decisione domani o martedì, crediamo che il padre di tutti gli errori non risieda in lui ma nelle valutazioni e nelle dichiarazioni sbagliate della scorsa estate: quando si è detto che il Varese partiva per vincere il campionato, ci si è esposti al rischio di continui cambi d'allenatore nel caso la squadra non fosse stata prima o seconda in classifica. Un harakiri.

Sarebbe bastato un bagno d'umiltà per dire, come avviene da sempre a queste latitudini: «Partiamo per arrivare a 40 punti e poi vediamo cosa succede». E, invece, no: ci si è ritenuti grandi ancora prima di scendere in campo e, senza conoscere nulla degli avversari, giudicati frettolosamente più abbordabili di quelli del girone A (e perché mai?), si è creata la falsa speranza di una cavalcata trionfale in tutto il pubblico che non viene allo stadio, cioè la stragrande maggioranza (e bisognerà pur chiedersi perché non ci viene, magari facendo mea culpa e domandandosi perché il Varese all'esterno dia l'idea di essere una società chiusa e gelosa di se stessa che gioca solo per i suoi fedelissimi e non anche per tutti gli altri e per la città).

Venendo al punto: Porro deve essere cambiato da chi ha messo i soldi in questa squadra, e solo chi ha messo i soldi alla fine ha sempre ragione, se si ritiene di avere tra le mani una corazzata in grado di vincere e non una rosa indebolita rispetto a un anno fa. Già, indebolita: a centrocampo sono rimasti Disabato, Premoli e Gazo - pure infortunato - e sono stati lasciati andare D'Orazio e Cantatore, pur mancando già nella scorsa stagione un altro uomo con i piedi buoni accanto al capitano (Piccoli non s'è mai visto e Malinverno non è al livello dei partenti). In difesa, poi, è stato salutato il portiere Trombini, decisivo nei playoff, mentre in attacco non ci sono Minaj che, entrando in corsa, faceva la differenza, oltre a Mamah che, però, ha voluto alzare i tacchi: l'arrivo di Ferrario non ha per ora compensato questi due "fattori" decisivi, anche perché costretto a fare pentole e coperchi visto che Cappai, per il poco che s'è visto fin qui, è risultata una scommessa-riconferma ancora improduttiva.

Porro invece deve rimanere sulla panchina del Varese se si ritiene che sia una persona vera, uno che ci tiene ed è capace di sovvertire la situazione con l'appoggio totale e incondizionato del vertice biancorosso, al di là di eventuali malumori in rosa, come ce ne sono sempre in tutte le squadre di tutto il mondo («Quello è l'allenatore del Varese e lo sarà fino all'ultima giornata di campionato»).

Se si dà del tempo a questo allenatore, non può essere a scadenza, né basato sui risultati e, tanto meno, sulla eventuale difficoltà a trovare un degno sostituto.

Guardando negli occhi Porro e affiancandolo veramente giorno per giorno, minuto per minuto, da qui a fine stagione, vedete un uomo che può fare risalire il Varese e portarlo dove merita, un uomo da ascoltare in fase di mercato ma, soprattutto, un uomo con cui scrivere un pezzetto di storia oppure una sola paginetta biancorossa, da girare appena giunti al termine di una sconfitta con la Virtus CiseranoBergamo o la Real Calepina?

Andrea Confalonieri


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