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Calcio | 02 maggio 2021, 19:22

«Sarà perché ti amo»: in un'immagine e in una canzone c'è il nostro Varese

Il sale sul campo prima della partita, la colonna sonora sparata nel Franco Ossola deserto che ricorda "Non succederà più" della Primavera di Mangia, l'unione squadra-tifosi divisa soltanto dal cancello dei distinti. Non è stata solo una vittoria sul Legnano

La foto dell'anno, per ora, è questa di Ezio Macchi: la squadra saluta la curva, che ha sostenuto da lontano il Varese per 95 minuti, fuori dai distanti

La foto dell'anno, per ora, è questa di Ezio Macchi: la squadra saluta la curva, che ha sostenuto da lontano il Varese per 95 minuti, fuori dai distanti

Il sale gettato sul campo da un cuore biancorosso prima del via, roba da Colantuoni. La corsa in mezzo al campo di Filippo Lo Pinto con la figlia Martina per andare con la squadra dietro il cancello dei distinti oltre il quale c'erano i tifosi della curva, Filippo commosso fino alle lacrime (il coro più gettonato: «Chi non salta è un comasco»), Besmir Balla con la bandiera biancorossa in mezzo al gruppo, i tifosi impazziti - che lanciano mani, cori, cuore tra le fessure - e la squadra che dà il cinque a tutti.

La canzone "Sarà perché ti amo" dei Ricchi e Poveri che parte a tutto volume, nello stadio deserto, mentre gli ultimi due cuori biancorossi ancora una volta chiudono il cancello a sera inoltrata. Una canzone che è perfino sul cellulare di un supertifoso varesino, o forse qualcosa di più, da quando è andato a vedere i Mastini dell'hockey. Se arriveremo alla salvezza, sarà paragonabile a "Non succederà più" della Primavera di Mangia che, come la colonna sonora del primo amore, ci condusse a vedere il più bel Varese di sempre (a proposito, oggi in tribuna c'era Giorgio Scapini). 

E poi ancora: la maglia numero 10 di Matteo Ponti, il bomber della terza categoria, indossata da Renato Fasetti, così come il portiere di un anno fa, Alessandro Mambretti, in assenza del "bomber", ha affiancato Andrea Menon in telecronaca. Segni e segnali del destino.

Non finisce qui: Thomas Aiolfi, classe 2003, che entra da due partite con la cattiveria dei veterani, in prima fila davanti al pubblico. E poi Giorgino, il figlio del presidente Stefano Amirante, alzato in cielo dalla gioia dopo il 3-1, Giorgino che chiede il cinque a Ezio Rossi, Rossi che in tribuna - con le sue urla selvagge - sembrava Sannino (l'intensità, la cattiveria, la furia di quelle urla).

Ma, sopra a tutto e tutti, di questo Varese che ci riconcilia con la storia del Varese (come capacità di subire di tutto e non morire, trasformando la corsa salvezza in una promozione in serie B) c'è il tifo incessante, commovente, da serie A della curva fuori dai distinti con i tamburi e con il cuore: non sapevano se la squadra riuscisse a sentirli, eppure lo hanno fatto lo stesso. E così i loro cori sono entrati allo stadio, spinti dal vento del Franco Ossola, tra le grate del cancello (stessa scena del Menti di Vicenza, quando quel vento salvò Castori) e la rete dei distinti. Il vento del Franco Ossola che è tornato, o forse non se ne è mai andato. Sarà perché ti amo. 

Andrea Confalonieri


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