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Storie | 18 marzo 2024, 18:15

Angelo Borghi e quel rifiuto al Fascismo: così 100 anni fa è nata fa la copisteria di Gallarate che ha “costruito” il Varesotto

Ricorrenza speciale per la storica attività della città dei due galli, nata dal “no” di un uomo tutto d’un pezzo di aderire a idee che non erano le sue e diventata il primo laboratorio del genere di tutta la provincia di Varese. Aldo Tosi e sua moglie Daniela sono gli eredi che l’hanno traghettata nel futuro: «Raccontiamo la storia di nonno Angelo, affinché possa essere di stimolo alle nuove generazioni: bisogna crederci e rimboccarsi le maniche»

A sinistra, il fondatore Angelo Borghi e alcuni documenti storici. A destra, la terza e quarta generazione (Aldo Tosi  con la figlia Miriam) alla premiazione delle attività storiche di Regione Lombardia

A sinistra, il fondatore Angelo Borghi e alcuni documenti storici. A destra, la terza e quarta generazione (Aldo Tosi con la figlia Miriam) alla premiazione delle attività storiche di Regione Lombardia

«Questa copisteria ha “costruito” Varese, ha visto passare i disegni di tutta la provincia». 

Lo raccontano con orgoglio, Aldo Tosi e la moglie Daniela Sacerdoti, solo un poco schermato da quel pizzico di ritrosia e modestia e timidezza che è nel DNA delle persone allattate da questa terra, abituate alla fatica, al dovere, alle cose concrete: pochi complimenti e lavorare.

Se si fermano - Aldo, Daniela, la loro figlia Miriam, la fedele Cristina Bertolasi («lavoro qui da quarant’anni e ne sono felicissima») e tutti gli altri dipendenti - a raccontare, oggi, quello che sono stati i 100 anni della copisteria Borghi di Gallarate non è tanto per dare valore ed eco ai loro sacrifici e agli ultimi 60 anni, a loro ascrivibili, di questa grande storia artigianale e commerciale, quanto invece per celebrare la forza delle idee, la lungimiranza e la dedizione di chi li ha preceduti. 

Perché il primo laboratorio del genere di tutto il Varesotto non ci sarebbe stato se un giorno nonno Angelo non avesse detto no al ricatto ideale cui quasi tutti soggiacevano alla sua epoca. E non ci sarebbe stato nemmeno se, dopo quel no, nonno Angelo non avesse trovato la forza di reinventarsi una vita per mandare avanti la famiglia, o non avesse resistito fino alla morte - avvenuta troppo presto, a soli 54 anni - a giorni di lavoro che si sfumavano nelle notti.

I DISEGNI DELLA RICOSTRUZIONE CORRONO IN BICI E IN TRENO

Siamo nel primo dopoguerra, Angelo - dopo aver partecipato al conflitto - è occupato come ferroviere, macchinista. Il lavoro è sicuro, ma presto non basta l’abnegazione per portarlo avanti: arrivato al potere il Fascismo, serve fedeltà allo stesso per continuare. Gli viene chiesto di aderire ufficialmente al partito: Angelo, che mai aveva condiviso quelle idee, dice no. Ed è costretto a licenziarsi.

Che fare, con una famiglia sulle spalle? Angelo aveva fatto una scuola di disegno: recupera quei dettami, vi aggiunge la sua passione per le macchine, dell’ulteriore istruzione appresa a Milano e poi torna a Gallarate dove apre il suo laboratorio, in via Como 16, iniziando un viaggio che poi sarebbe passato da via Venegoni, via Cavour, via Borghi e via Carlo Porta, dove la Angelo Borghi si trova oggi. 

L’idea è geniale e destinata a durare nel tempo, ma all’epoca deve essere suonata come un grande salto nel vuoto. Tutto intorno, tuttavia, allora e ancora di più qualche anno dopo, nel secondo dopoguerra, c’è un Varesotto da ricostruire: Angelo - e con lui la figlia Ardea, che lo accompagna nell’attività fin da giovanissima, in seguito insieme al marito Renzo Tosi - con bicicletta e treno girano gli studi di geometri e architetti di tutta la provincia, ritirano i disegni tecnici al pomeriggio, li portano in laboratorio e si mettono a lavorare, in modo tale da restituirli pronti la mattina.

È un’opera ancora artigianale, fisica, complessa: le vasche piene di acido o ammoniaca, i disegni stesi con le mollette come se fossero panni dopo essere stati immersi, da sviluppare alla stregua delle fotografie. Ci si butta anima e corpo: «Da qui sono passati i progetti delle case popolari, anche di Milano, delle industrie, persino di Malpensa. Mai dire “no”: è così che i clienti sono rimasti». 

CARTA, RIGHE, TAVOLI DA DISEGNO. POI L’ERA DIGITALE

Alla riproduzione si affianca presto anche la vendita del materiale di supporto per gli studi, dalle carta alle righe, dalla squadre fino ai tavoli da disegno. Angelo nel testamento indica la strada ad Ardea e al genero, poi - negli anni 60 - arriva il turno del figlio Aldo, che porta la Angelo Borghi dov’è oggi, cioè all’era digitale, alle macchine computerizzate, al laser. Non mancano nemmeno per lui le notti passate a lavorare per essere pronti alle 7 del mattino: «Oggi il lavoro è diventato più mentale che fisico, ma rimane pesante, soprattutto per la quantità di impegni collaterali che ti fanno perdere una marea di tempo: spesso da fuori non si percepisce la fatica che si fa nel portare avanti un’attività commerciale o artigianale…».

La gente è cambiata, ma resta fedele: «Abbiamo tutti meno tempo, sia noi che i nostri clienti: una volta c’era sempre spazio per una chiacchiera in più. Quelli affezionati sono tanti, però, e sono rimasti nonostante la concorrenza spietata: non parliamo di chi fa la nostra stessa attività, che rispettiamo, ma della grande distribuzione, che si avvantaggia con dei meccanismi che abbassano i prezzi in maniera non sostenibile per noi».

DA ZERO AD ATTIVITÀ STORICA: UN VIAGGIO DA RACCONTARE

Ora che il traguardo dei 100 anni è stato tagliato - e festeggiato con il riconoscimento di Attività Storica da parte di Regione Lombardia - la Angelo Borghi guarda sia avanti che indietro.  

Avanti, con le nuove leve che si stanno preparando, pronte ad accogliere il testimone insieme all’ultima protagonista di questa saga familiare e commerciare, Miriam. E indietro, perché la strada fatta per arrivare sin qui è il più grande patrimonio acquisito, a partire da quel no detto da un uomo tutto d’un pezzo: «Noi non abbiamo conosciuto nonno Angelo, ma ne abbiamo ricavato l’immagine di una persona tutta d’un pezzo, capace di portare a termine ciò che ha voluto iniziare. È partito da zero, senza nulla. Ecco, ci piacerebbe lasciare questa storia alle nuove generazioni, non tanto perché funga da esempio, ma affinché possa essere un incentivo a crederci sempre e a rimboccarsi le maniche. Proprio come ha fatto lui…».

Fabio Gandini

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