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Calcio | 03 gennaio 2022, 15:20

Il 2022 del Varese? «Credibilità, appartenenza, novità. E nei professionisti nel...»

Intervista al presidente Stefano Amirante. Le sconfitte d'inizio serie D? «Servono a capire che non siamo il Varese 1910 contro la Samp ma che vinciamo se ce lo meritiamo». I giocatori? «Ha voluto restare anche chi gioca poco». In caso di playoff? «Chi vivrà, vedrà. Il Varese sarà pienamente il Varese nei professionisti». La squadra femminile? «Orgogliose di indossare questa maglia come nessun altro»

Da sinistra il presidente Stefano Amirante, Antonio Rosati e Beppe Marotta fuori dal tunnel del Franco Ossola prima dell'amichevole estiva con l'Inter Primavera

Da sinistra il presidente Stefano Amirante, Antonio Rosati e Beppe Marotta fuori dal tunnel del Franco Ossola prima dell'amichevole estiva con l'Inter Primavera

«Il Varese inizia da qui perché deve fare almeno la serie D. Ma sarà pienamente il Varese nei professionisti». «Le sconfitte di un anno fa sono servite a far capire all'ambiente esterno ma anche interno alla società che non eravamo il Varese 1910 della serie B che giocava contro la Samp. Vinciamo perché ce lo meritiamo e non perché è un'eredità del passato». «Nel 2022 vorrei che il voto alla squadra superasse quello che è stato dato alla società per aver recuperato credibilità». «Nessun giocatore ha chiesto di andarsene, anche chi sta giocando poco perché ha molta concorrenza: significa che stanno bene qui e che credono nel gruppo».

Questa è la "musica" del presidente Stefano Amirante per le orecchie dei tifosi biancorossi, che non hanno bisogno di sentirsi dire ciò che sognano, né di farsi lisciare il pelo, ma di essere affrontati con parole e fatti concreti. "Oggi", di solito, al Varese è ieri, molto meno spesso domani ma, in questo articolo, è soprattutto e semplicemente "oggi". Vivere il presente è sempre stato difficile per chi ama questi colori, attratto dal passato e da un futuro che spesso si vorrebbe identico a ciò di irripetibile che si è vissuto: invece è giusto, e anche bello, vivere il momento. È quello che si sta provando a fare. 

Il presidente biancorosso apre l'anno che porterà mercoledì al Franco Ossola la Caronnese con i biancorossi terzi in classifica, a un passo dal secondo posto, senza negarsi ad alcuna domanda, anche se davanti a lui nei giorni di festa aveva il suo Giorgino in azione sulla neve di Limone Piemonte («Sono nato a Cuneo, mio papà è di Mondovi e mamma di Torino. I primissimi anni della mia vita ero sempre qui a Limone: abbiamo portato il Giorgio a sciare con la maestra. Poca gente, molto caldo»).

Com'è stato il 2021 di Stefano Amirante?
Molto complicato. 

Il 2021 del Varese in un aggettivo.
"Mio". Da quando è partito tutto, la fase 2 della serie D è stata molto complicata da gestire perché mi sono occupato di tante cose che non si vedono o che la gente non può immaginare. Solo a novembre e dicembre ho potuto rendere reale quello che avevo in mente. Sento dunque il Varese "mio" perché vicino al disegno che avevo in mente.

Cosa ha portato e lasciato al Varese l'anno passato?
Ha portato alla vera partenza dell'idea Città di Varese, le Bustecche, il rapporto con il Comune improntato sulla collaborazione dopo l'attrito, nonostante i mille problemi. È anche l'anno in cui si sono reimpostate un po' le abitudini attorno al calcio a Varese nel modo di interfacciarsi con città, tifosi, giocatori, comunicazione. Come primo, vero anno del Città di Varese, l'avvio è stato positivo. 

Che voto dà al Varese squadra e al Varese società, e perché?
Alla squadra 7,5 perché, tenendo conto dell'anno solare, da gennaio a dicembre ha fatto bene. Alla società, intesa tutta la società al di là del sottoscritto, do 8. Chi ha vissuto tutta la storia, dalle Bustecche della Terza Categoria 2019 a oggi, inizio 2022, sa che le differenze sono tali e tante che è come se la società fosse già salita in C. Ora il termine società ha un senso pieno. 

Cosa vorrebbe che accadesse nel 2022 al Varese?
Che la squadra, nella pagella del prossimo dicembre, superasse la società. Sarebbe bello fare meglio di quanto fatto da gennaio a dicembre 2021, cioè passare da bene a molto bene. 

Dalle Bustecche in terza categoria al terzo posto in serie D in nemmeno due anni e mezzo con un club fondato da due persone - lei e Stefano Pertile - e una "presenza", cioè Cesare Bonazzi: qual è stato il momento in cui nacque tutto?
Cesare lo ricordo sempre nell'incontro in piazza con i tifosi a fine luglio 2019, poi ci ha lasciato. È una presenza che resta. Allora non c'era nulla, oggi "qualcosa" c'è... Due i momenti fondamentali, per come li ho vissuti: uno personale e uno condiviso. 
Il primo: il viaggio a Milano per l'affiliazione alla Figc, una cosa tutt'altro che scontata fino al giorno prima. Non c'era tempo di parlare ma solo di fare. Serviva un assegno circolare, e lo ottenni andando nella mia banca; per quanto pochi fossero i soldi necessari, per me non erano pochi. Fu un momento personale forte.

Il secondo momento condiviso da cui nacque il Città di Varese quale fu?
Quando io e lo Ste (Pertile) abbiamo scelto mister Iori su indicazione di Giovanni Grassi. In quel momento abbiamo aperto la strada per la costruzione della squadra. Parlai anche con un'altra persona, che non si comportò benissimo visto che inizialmente aveva dato la sua disponibilità... ma tant'è: Iori ha dato credibilità ad ogni scelta successiva, da quella di Ponti a tutte le altre. E guardate che fu molto più difficile la trattativa con Ponti che quella con Cappai o con Ezio Rossi: allora non c'era veramente nulla e il Varese doveva recuperare credito con tutti. Grazie a Iori fu meno difficile.

Delle molte sconfitte di un anno fa, cosa è rimasto? 
Io me le aspettavo, anche se magari non così tante. Sono servite a far capire all'ambiente, anche interno alla società, che non eravamo il Varese 1910 della serie B che giocava contro la Samp. Non vinci perché ti chiami Varese: tutt'ora questa cosa a volte non viene capita fino in fondo. Vinciamo perché ce lo meritiamo, non perché siamo gli eredi del passato. Le sconfitte della scorsa stagione ci hanno messo con i piedi per terra. 

Una cosa di cui va orgoglioso e un errore commesso o da non commettere?
L'attenzione ai rapporti con tutti: dal pranzo pre partita alla preparazione estiva, dai campi di allenamento alla richiesta fatta in Comune per le Bustecche, partivamo da una situazione pregressa complicatissima in cui nessuno a Varese dava credito al calcio. C'è da essere orgogliosi della credibilità riacquisita, anche verso i giocatori, e l'operazione non è ancora conclusa.

Un errore?
Se dal 2019 a oggi passi dal non avere nemmeno un allenatore a finire l'andata tra la seconda e la terza posizione in D, dire di avere fatto grossi errori sarebbe un atto di supponenza. Ne abbiamo invece commessi tanti ma piccoli e non irreversibili, che continueremo a commettere.

Cosa porterà il 2022 alle Bustecche?
Per la Befana dovrebbe essere ultimato l'impianto di illuminazione che ci permetterà di aprire l'uso del campo alla squadra femminile e ad almeno due squadre del settore giovanile. Finché abbiamo un campo solo, non potremo portare tutti subito alle Bustecche: forse dovrà ancora pazientare la juniores. 
Secondo campo? Ci siamo resi conto nella realizzazione del primo che il momento, diciamo "storico", non permette di avere certezze sulla realizzazione di cose anche a prescindere dal discorso economico. Posso dire che finiremo questa stagione con i due campi in funzione. Intanto abbiamo recuperato i secondi spogliatoi: sono stati necessari dei lavori, poi arriverà il resto.

Il complimento più bello che si possa fare alla squadra qual è?
Di essere un gruppo vero, e so che questa frase è di una retorica devastante a cui io non mi sono mai rassegnato. La cosa che più mi fa piacere è vedere e sentire contento un giocatore che potrebbe essere titolare nell'80% delle squadre del girone, anche se da noi non sta giocando. Questo significa che il gruppo funziona e vede nei risultati positivi della squadra anche un risultato personale: questa è, sì, retorica ma retorica che si è fatta realtà. Quindi, per una volta, è una bella cosa.

Non avete lasciato andare nessuno, anche chi non trova spazio soprattutto a centrocampo: perché? 
Se qualcuno ci avesse chiesto di essere ceduto, l'avremmo accontentato ma non l'ha fatto nessuno, né noi abbiamo chiesto di farlo. È chiaro che qualcuno andrà in tribuna, al di là di squalifiche e infortuni. Ma il gruppo è fatto anche e soprattutto da chi non gioca, ed è un bel gruppo.

Perché non sono ancora arrivati gli under chiesti da Ezio Rossi in difesa?
Perché se esiste un 2003 forte in serie D, nessuno lo lascia andare: se lotti per la promozione o per la salvezza poco importa, l'under forte ha costi inferiori o nulli rispetto ai "vecchi", quindi te lo tieni. 
Adesso inizia il mercato dei professionisti, il che vuol dire che per noi inizia il mercato degli under. Non sarà facile: non prendiamo tanto per prendere, ma solo se crediamo nel giocatore e nella persona. Se non troviamo la figura giusta, lasceremo perdere.

E chi lo dice poi a Ezio Rossi...
È il primo a sapere che non portiamo a casa nulla che non sia quantomeno paragonabile a ciò che già abbiamo. Foschiani è un 2003, Alessandro Baggio è un 2003, pur con 4-5 giocatori importanti nello stesso ruolo, Priori è un 2003 che ha già sfruttato l'occasione, e poi abbiamo un 2004 come Battistella che è entrato per pochi minuti in partite complicate e ha fatto il suo. Ecco, prendete quest'ultimo: è un giocatore nostro, il futuro è suo ma lo è anche il presente perché, se serve, c'è. Stessa cosa per i 2005, a cominciare da Bertuzzi che è già andato in panchina e che, per noi, è all'altezza.

Unica uscita: Aiolfi al Gavirate. Perché?
Scelta che spiace, ma abbiamo trovato la società giusta e spero che lui capisca di dover dimostrare di poter tornare al Varese, allenandosi con serietà e imparando a comportarsi all'interno di un gruppo. Se lo farà, l'anno prossimo sarà un giocatore migliore e, soprattutto, sarà un giocatore biancorosso.

Stadio Franco Ossola: la prima cosa di cui ha bisogno nel 2022?
Che sia a disposizione vera, completa e stabile del calcio, senza dover inseguire ogni cosa di continuo, dissipando tante energie.
Si è sempre parlato di stadio a Varese ma noi non lo facciamo, non perché non serva uno stadio a Varese ma perché in questo momento pensiamo a portare avanti il discorso Bustecche affinché siano ultimate a fine stagione. Sul Franco Ossola proviamo a collaborare con il proprietario: stiamo trovando una soluzione, ma deve rimanere sotto traccia perché parliamo di progetti, obiettivi, volontà e non di certezze. Oggi lo stadio è attaccato a un filo per poterne avere. 

Parliamo di riforma della serie C (da tre gironi e 60 squadre ad un unico girone da 20 con l’introduzione del semiprofessionismo tra la C e la D, con quest’ultima composta da cinque gironi da 18 squadre): è veramente alle porte? 
È una volontà non imminente ma, prima o poi, andrà realizzata per forza. La vera riforma non è suddividere i campionati ma dare un'impostazione economica e tributaria diversa distinguendo il calcio di A e B, che è un altro mondo, dal resto. Noi oggi abbiamo in D le stesse regole della terza categoria: non c'è realismo. Il semiprofessionismo va introdotto perché serve una forma di passaggio tra il professionismo vero della A e della B, e il dilettantismo puro, cioè quello dalla Promozione in giù: la fascia di mezzo ha bisogno di riforme soprattuto economiche.

Abolizione dei playoff: fantasia o realtà?
Non ne so nulla, tenendo conto che contano poco tranne per chi ha soldi veri da metterci. In C la Triestina ci è arrivata con i playoff ma, soprattutto, pagando la tassa. L'importante è partecipare ai playoff, ma non è fondamentale vincerli: molto più decisivo, invece, avere 350 mila euro pronto cassa, cosa che non so se abbia senso.

Se il Varese andasse ai playoff, la società come si comporterebbe?
Se sarà, faremo le nostre considerazioni e proveremo a spiegarle. Non basta mettere 300 o 350 mila euro e poi andare in C: devi avere anche i soldi per affrontare la categoria superiore. D'altro canto, non ha neppure senso spendere milioni per essere promossi... Sarà comunque un discorso che riguarda la proprietà che mette le risorse, non di chi le gestisce. 

Risulterebbero già 9-10 squadre di C a rischio: è vero?
Non so, seguo la C dal punto di vista sportivo ma non so nulla di aspetti societari. Senza riforme, però, sarà sempre così. La situazione è troppo complicata dal punto di vista economico perché non ci siano problemi, non solo per 10 squadre. Quello è un sistema che ti mangia in un attimo: spesso i club perdono il controllo pure in serie D...

Il vivaio del Varese quanto può crescere?
Tanto, anzi tantissimo. E' uno degli aspetti meno evidenti ma di cui sono più contento. Abbiamo improvvisato la nascita del settore giovanile perché costretti a farlo, ma abbiamo avuto risultati molto più importanti di quello che potevamo aspettarci grazie ad allenatori con senso di appartenenza e con capacità di gestire le difficoltà senza fiatare. Una delle eredità delle passate gestioni è anche questa: hanno insegnato all'ambiente a lavorare in situazioni di estrema difficoltà.

Qual è la filosofia del settore giovanile?
Abbiamo in mente un calcio esclusivamente sociale fino al pre agonismo: anche se dovessimo paradossalmente arrivare primi, continueremmo a partecipare a campionati provinciali perché serve avere tutta la filiera.
Il livello tecnico già oggi è alto per una D con ragazzi di prospettiva. La juniores ha conquistato ottimi risultati con qualche passaggio a vuoto: non l'avevamo costruita per vincere ma perché portasse giocatori in prima squadra, e con Bertuzzi - nonostante sia sotto età - ci è riuscita. Stiamo lavorando alla prossima stagione: anche qui è già stata acquisita credibilità per il lavoro di Verdelli e di tutti i suoi collaboratori, tant'è che abbiamo disponibilità di giocatori al di là del fatto che il Varese partecipi ai campionati provinciali.

Perché tiene così tanto alla squadra femminile?
Perché il calcio femminile ha uno sviluppo scritto nella pietra, basta guardare negli Usa e altrove. L'Italia è una patria del calcio: perché da noi non deve prendere piede quello femminile? 
Il Varese deve percorrere strade nuove e mai esplorate, come è stato fatto per le Bustecche, anche perché copiare è frustrante. E lo stesso discorso vale per la squadra femminile, che non c'era mai stata.
Di più: le ragazze hanno una capacità di auto organizzazione importante, vivono la maglia e sono orgogliose di "essere il Varese" come nessun'altra nostra squadra. Questo per loro è veramente un sogno.
Abbiamo sempre detto che i ragazzi a Varese devono voler e poter giocare nel Varese. E perché la ragazze no? 
Inoltre, quanto è complicato salire nel maschile, tanto è facile farlo nel femminile.
Spiace solo che il comitato regionale non ci abbia permesso di fare giocare la femminile il sabato dopo la juniores.

A proposito: avete parlato con l'Inter per la A femminile...? 
Sì, qualche chiacchiera l'abbiamo fatta. Mi piacerebbe fare qualcosa in più con loro. 

La storia dice che il Varese vive di cicli quinquennali, sia quando sale repentinamente che quando scende all'improvviso: siete partiti nell'estate 2019... dove sarete alla fine di questo ciclo, quindi tra due campionati e mezzo?
Tra i professionisti. Quando siamo passati in D, abbiamo saltato 4 categorie: se alla nostra quinta stagione di vita fossimo tra i professionisti, sarebbe come aver vinto tutti i campionati, uno dopo l'altro, dalla terza categoria alla C in 5 anni... A proposito della terza categoria, aggiungo che non l'abbiamo vinta con i soldi, checché ci credano o meno gli altri: non davamo rimborsi, neppure un euro.

Nemmeno la D proverete a vincerla con i soldi?

Fondamentalmente no, anche se di soldi ne sono stati spesi: stiamo provando a fare un campionato importante, ma dietro di noi ci sono squadre che hanno speso di più. Il Novara irraggiungibile perché spende tanto? No, sfatiamo un mito. Basti dire che il Casale, che ritengo spenda più del Novara, è dietro. Noi abbiamo giocatori importanti senza avere speso milioni.

Dalla terza categoria alla C in 5 anni: ci ha già fatto il titolo.
Se accadesse, sarebbe da farci un film. Mi fa sorridere pensare che qualcuno a Varese creda che tutto ciò sia dovuto. Nulla è dovuto, tutto è da conquistare, dalle Bustecche alla prima squadra. Anche perché il Varese in 111 anni di storia è stato 21 stagioni in B, 7 in A ma, dal 2015, non è mai andato oltre la D, se non più giù.

La leggenda del quinquennio stavolta come si concluderà?
Il mio obiettivo è sfatare questa leggenda: dopo 5 anni, magari stavolta sali ancora invece che scendere... e lì bisognerà avere i nervi saldi. Poi è facile farsi prendere la mano, quando sei su, ma non tutto è necessario.

Ha un ultimo titolo da suggerire?
Il Varese inizia da qui: deve fare almeno la D, anche se il Varese sarà pienamente il Varese quando tornerà tra i professionisti.

Andrea Confalonieri


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