Diciamoci la verità, abbiamo imparato tutti a dire “la meteo”, a ridere con “’Na famiglia de gent viscora” con il grande Sergio Filippini, e ad aspettare il sabato per vedere i cartoni animati di “Scacciapensieri”, con la formidabile risata di Carlo Bonomi che animava il pupazzo della sigla. Per questo è stato un lutto quando, il 3 giugno 2019 la Radio televisione svizzera ha spento tutti i ripetitori del digitale terrestre sul proprio territorio, e così le previsioni del tempo, che i varesini ben conoscevano e aspettavano con ansia dopo il telegiornale, oggi si possono vedere solo online, e le commedie dialettali sono diventate un bel ricordo, con il Maspoli e la Mariuccia Medici, per non parlare di Yor Milano, impegnati in storie assurde ed esilaranti.
E poi “I cari bugiardi”, con Enzo Tortora, Walter Valdi e Giulio Marchetti, “Falò” con gli approfondimenti dell’attualità, “Controluce”, con i personaggi della cultura, “Il Regionale” e “Il Quotidiano”, trasmissioni che ci hanno accompagnato a volte dall’infanzia, perché “la Svizzera” si vedeva sempre, anche per il film della sera e per le telecronache animatissime di Giuseppe Albertini, specie quando la nazionale di calcio rossocrociata incontrava l’Italia.
Ma fortunatamente, grazie alla presenza su Facebook di RSI Archivi, ci si può tuffare negli spezzoni di trasmissioni di un passato più o meno remoto, con risultati spesso divertenti per l’ingenuità di come eravamo anche soltanto mezzo secolo fa e per il puntiglio con cui spesso le autorità svizzere insegnavano a comportarsi ai propri cittadini, come dimostra uno straordinario filmato del 1974 tratto da “La bella età” con tutti gli accorgimenti per salire senza danni su un filobus, con tanto di rampogne al minimo errore alla signora che impersona l’utente.
RSI Archivi è una miniera di sogni e brusca realtà, di mestieri scomparsi e interviste ai bambini sul fatto di avere o no mai visto un nano, sul parlare dialetto nelle famiglie o sulla richiesta di pareri su come sarebbe stata la vita nel 2000. E qui i cronisti svizzeri scomodarono perfino Italo Calvino, che in “Incontri” del 1973 si preoccupa per la fine che avrebbero fatto i vecchi, nel futuro sempre meno considerati, ma tennero conto anche del parere dei giovani, che immaginavano un «mondo piuttosto catastrofico, perché le tecnologie che oggi stanno modificando tutto cambieranno il mondo in senso peggiorativo», disse una ragazza preveggente nel 1982, mentre un suo compagno di classe temeva la crisi energetica, cosa puntualmente avvenuta.
Ecco il contadino «cont ul lambic» che prepara la grappa artigianale, una donna che a Lodano, in Valle Maggia, batte le castagne per poi essiccarle e farne farina, tutto naturalmente spiegato al “Regionale” in dialetto nel 1981, la grande invenzione del personal computer che un tecnico spiega a Michele Fazioli, grande giornalista culturale della RSI, ne “Il Quotidiano” del 1985, mentre in “Segni” del 1982 uno degli ultimi “magnani”, in Val Colla chiamati “rügin”, gli stagnatori delle pentole di rame, dice che «quand l’è incumincià ul luminio de ramm ghe n’era pü».
Interessante è anche lo spezzone tratto da “Vroum” del 1971, in cui l’intervistatore chiede ai bambini figli di emigrati italiani se si trovino bene in Ticino. Una bambina italiana dice: «Mi dicono terrona e mi viene da piangere», mentre un suo compagno di giochi ticinese sostiene che «basta che giochino con me vanno bene americani, italiani e giapponesi».
Scorrendo i post si sorride spesso, soprattutto con i filmati più vecchi, degli anni ’60 e ’70, con un reportage su giochi come la mosca cieca, o sul truccare i motorini -da “Il Regionale” 1968- con tanto di intervista a un giovanissimo truccatore e a un meccanico che spiega come fare. Per 10 franchi un ragazzo sveglio poteva garantire a un suo coetaneo un motorino truccato che filava fino a 75 all’ora con molta più ripresa in salita.
Nel 1967 entrano in scena i capelloni, e puntuale la RSI esce con la troupe alla periferia di Milano dove incontra per la trasmissione “Realtà”, i cosiddetti “trasgressivi” del tempo. Ecco il primo, detto “Cristo” per via di barba e capelli king size: «La polizia italiana mi avrà fermato 150 volte, ma anche in Svizzera mi è capitato», mentre al secondo l’intervistatore chiede: «Cos’ha contro la società lei?» Riposta: «Tengo fame, il dottore mi ha detto di mangiare poco e spesso».
Non poteva mancare un Silvio Berlusconi ancora palazzinaro, che in “Reporter” del 1981 tuona contro la classe politica inetta e alla domanda: «Ci descriva Milano in una parola» risponde: «Te lavuret semper, che sembra latino ma non lo è». Ecco poi Umberto Eco che in “Occhio critico” del 1976 parla del kitsch mostrando un grembiule con stampata l’immagine della “Gioconda” di Leonardo.
Straordinaria poi è l’inchiesta di Leandro Manfrini sui pataccari che vendono al pollo un finto orologio Omega. Si finge interessato all’acquisto e poi svela di essere un giornalista televisivo e che la scena era stata ripresa. Il pataccaro e la spalla, napoletani veraci, accettano di farsi intervistare senza voce contraffatta o viso coperto, confessando di fare anche due o tre colpi al giorno, di piazzare 200 orologi tarocchi in quattro mesi, 50 mila lire a botta, agendo soprattutto sul lago di Como e confessando che mentre imbastiscono la scenetta del finto americano per imbrogliare il malcapitato, spesso gli viene da ridere.
Finiamo questa incursione nella memoria di quella che fu la “nostra” televisione svizzera, con “Ordine disordine” del 1990 e l’intervista ad Alda Merini sulla follia. «Ogni genialità passa dal manicomio», rispose la poetessa milanese, «perché il genio non trova spazio e viene depauperato delle sue energie. La follia è simile a un fiore, che va continuamente innaffiato, ma con le lacrime».






















