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Territorio | 07 ottobre 2026, 17:12

La malattia e poi la rinascita, Marco Squizzato pubblica il "diario" del prima e del dopo: «Ecco la mia seconda vita»

L'imprenditore e consigliere comunale di Cadrezzate con Osmate ha ripercorso per iscritto la sua esistenza, con la consueta schiettezza e sincerità e con impressa quella data, il 25 febbraio del 2025, in cui è cambiato tutto, ma non l'amore della sua famiglia: «Se ho deciso di mettere su carta questa mia storia, non è per farmi compatire, ma per lasciare una testimonianza pulita e profonda. Mia moglie Michi è il pilastro di tutto il mio mondo, i miei figli Edoardo e Riccardo sono il mio orgoglio e la mia energia. Ai medici, infermieri e sanitari dell'ospedale di Circolo di Varese e di Angera dico grazie, mi avete preso per mano quando ero solo un corpo spezzato e mi avete restituito il futuro»

La famiglia Squizzato al completo

La famiglia Squizzato al completo

Ricostruire il prima e il dopo, la vita normale e poi il buio di una malattia grave col rischio di non farcela, con una data spartiacque, il 25 febbraio del 2025.

Marco Squizzato, imprenditore e consigliere comunale a Cadrezzate con Osmate ha scritto un diario della sua vita: di com'era prima di ammalarsi e di come è oggi, dopo la guarigione e la convalescenza. «La mia seconda vita» la definisce Marco che ci ha messo nero su bianco, con la consueta schiettezza e sincerità, tutte le sue emozioni e quanto vissuto. La certezza è una sola, l'amore profondo della sua famiglia, di sua moglie Michi e dei figli Edoardo e Riccardo.

Un diario a capitoli che vi proponiamo integralmente qui di seguito:

Capitolo 1: La vita prima della tempesta

C’è stato un tempo in cui la vita scorreva con il ritmo calmo e rassicurante delle cose quotidiane. Una vita normale, come quella di tanti, ma per me immensamente preziosa. Un incastro perfetto e continuo tra il lavoro, la presenza viva della famiglia e le mie passioni.
La mia giornata era fatta di impegni concreti, di cose da fare, di orari da rispettare e di responsabilità verso i miei cari. C’era il calore della casa, le chiacchiere a tavola, i piccoli progetti condivisi e quella sensazione profonda di essere al proprio posto nel mondo. Non servivano eventi straordinari per sentirsi appagati: bastava la routine, il senso di utilità, la stanchezza sana che si prova a fine giornata dopo aver dato il massimo per la propria famiglia e nel proprio lavoro.
Nel tempo libero trovavo spazio per quello che mi faceva stare bene, per le mie passioni, per le risate con gli amici di sempre e per quei momenti di riposo che ci si guadagna con il sudore. Ero un uomo in movimento, abituato a contare sulle proprie gambe, sulla propria forza e sulla propria autonomia senza doversi mai fermare a pensare a quanto tutto questo fosse un dono.
Guardando indietro a quei giorni, mi rendo conto di come tendiamo a dare per scontata la normalità. Non immaginiamo mai che la linea di confine tra la serenità e l'abisso possa essere così sottile. Eppure, era proprio quella base solida — fatta di affetti, di valori e di lavoro — che senza saperlo stava costruendo le fondamenta della forza a cui avrei dovuto aggrapparmi da lì a poco.

Capitolo 2: Un segnale nell'ombra

Non sempre le tempeste arrivano a ciel sereno. A volte arrivano quando si è già stanchi, quando il cuore è reso fragile dai dolori della vita.
In quel periodo stavamo attraversando un momento scuro, segnato da un lutto profondo e ravvicinato: la scomparsa improvvisa dei miei suoceri, venuti a mancare a brevissima distanza l’uno dall’altra. Due persone splendide, pilastri della nostra famiglia, la cui assenza aveva lasciato un vuoto enorme e una tristezza diffusa nelle nostre giornate. Era un tempo di dolore, di abbracci stretti per farsi forza e di energie mentali e fisiche inevitabilmente al lumicino.
In questo quadro già pesante, arrivò un’influenza. Una di quelle classiche forme stagionali che ti portano stanchezza profonda, ossa rotte e la voglia soltanto di stare a letto a recuperare le forze. Niente di strano, pensavo, solo il corpo che chiedeva conto dello stress e del dolore accumulato in quei mesi.
Poi, quasi inosservato, apparve un piccolo dettaglio. Un piccolo rilievo sulla pelle, un maledetto brufolo apparentemente insignificante. All’inizio sembrava una sciocchezza da nulla, un piccolo fastidio cutaneo a cui non dare peso. Ma era un inganno. Quel piccolo segno non era una semplice imperfezione: era la crepa attraverso cui il nemico stava entrando in silenzio.
Sotto quella superficie all’apparenza banale, si stava scatenando un’infezione devastante che nel giro di pochissimo tempo avrebbe travolto ogni cosa, trasformando una banale stanchezza in una corsa disperata per la vita.

Capitolo 3: Il 25 febbraio, il codice rosso e il buio della memoria

Di quel giorno, nella mia mente, c’è solo il silenzio. I miei ricordi si fermano prima, inghiottiti da una nebbia fitta, come se il corpo avesse deciso di proteggermi dal momento più spaventoso staccando la spina della memoria.
Quello che so di quel 25 febbraio 2025 appartiene ai racconti di chi era lì, agli occhi spaventati della mia famiglia e alla voce di chi ha vissuto quei minuti al posto mio. Mi raccontano di un crollo improvviso, devastante, arrivato con una rapidità spietata. Quel piccolo segno sulla pelle e la stanchezza dell'influenza non erano più un semplice fastidio: si erano trasformati in una febbre travolgente, in un dolore indicibile e in uno stato di confusione che peggiorava di minuto in minuto.
La prima tappa fu l’ospedale di Angera, ma i medici si resero conto immediatamente della gravità estrema della situazione. Non c'era un solo secondo da perdere: serviva una struttura ad altissima specializzazione chirurgica. Da lì, la corsa disperata in sirena spiegata e codice rosso verso l’ospedale di Circolo di Varese.
All'arrivo a Varese, la macchina dei soccorsi si è mossa a ritmo frenetico. Le porte della sala operatoria si sono spalancate d'urgenza per un intervento che era, senza mezzi termini, una battaglia tra la vita e la morte. Un'équipe straordinaria è entrata in azione per fermare quel nemico invisibile che stava divorando i tessuti a una velocità spaventosa.
Mentre io scivolavo nel buio dell'anestesia e di un sonno profondo, per i miei cari iniziavano le ore più lunghe e angoscianti fuori dalla sala operatoria. Quella data — 25 febbraio 2025 — si è impressa a fuoco nella nostra storia come il momento in cui il tempo si è fermato, lasciando spazio solo alla speranza, alla preghiera e alle mani dei chirurghi.

Capitolo 4: Il 19 marzo e gli occhi che sapevano di casa

Ci sono date che la medicina segna sulle cartelle cliniche e date che l'anima scolpisce nella pietra. Per me, il giorno della rinascita è stato il 19 marzo 2025, la festa del papà, il giorno di San Giuseppe. Non riesco a vederlo come un semplice caso: mi piace pensarlo come un segno divino, un regalo di luce nel mezzo di una notte che sembrava infinita.
Prima di quel giorno, c'era stato solo il coma. Un sonno profondo e immobile durato settimane, durante il quale il mio corpo era rimasto bloccato, sospeso tra la vita e la morte. Eppure, anche nel buio più fitto, non sono mai stato davvero solo. So che mia moglie è sempre stata lì, al mio fianco, senza cedere mai di un passo. Sentivo le sue lacrime bagnarmi la pelle, avvertivo il suo dolore immenso, e la sofferenza più grande di quei giorni incoscienti era la mia totale incapacità di muovermi, di allungare una mano per asciugarle il viso, di dirle una parola per rassicurarla.
Poi, quel 19 marzo, la nebbia si è diradata. Quando ho riaperto gli occhi, sommerso da una marea di paura, tubi e macchinari spaventosi, la prima cosa che ho incontrato sono stati i suoi occhi. In un mondo che non riconoscevo più e che mi incuteva un terrore profondo, lo sguardo di mia moglie è stato la mia ancora: quegli occhi per me erano casa.
Il risveglio, però, portava con sé un conto pesantissimo. Il coma e l'immobilità prolungata mi avevano completamente paralizzato la forza; il mio corpo non rispondeva più. Ero vivo, ed era un miracolo straordinario, ma davanti a me si spalancava una montagna enorme da scalare: nove lunghissimi mesi di degenza, legati al letto di un ospedale.

Capitolo 5: L'ombra del miracolo

Prendere coscienza non è stato un evento improvviso, ma un processo lento, a tratti spaventoso. La nebbia del coma andava via a piccoli sorsi, lasciando posto a una realtà che il mio cervello faticava ad accettare. Intorno a me vedevo volti di medici e infermieri straordinari, persone fantastiche che si muovevano con cura e devozione attorno al mio letto. Capivo che stavano facendo di tutto per aiutarmi, ma nella mia testa continuava a rimbombare una domanda a cui non sapevo dare risposta: perché proprio a me? Cosa mi è successo davvero?
La paura era un'ombra costante. Nei due mesi e mezzo trascorsi in terapia intensiva ho dovuto imparare di nuovo tutto, come un bambino che si affaccia per la prima volta sulla vita: imparare a respirare senza l'aiuto totale delle macchine, a mandare giù un cucchiaio di cibo, a parlare senza rischiare di soffocare o annegare nella mia stessa saliva. Ogni minimo gesto era una montagna da scalare, una conquista pagata con la fatica e la sensazione di essere del tutto fragile.
Un giorno, mentre ero ancora in quel limbo, un medico si è avvicinato al mio letto. Mi ha guardato negli occhi e, con una solennità che mi lasciò disorientato, mi disse: «Complimenti per la tempra. E complimenti per l'amico che ti ha protetto da lassù». In quel momento non capii fino in fondo quelle parole. Sapevo solo che ero vivo, ma non misuravo ancora la distanza abissale che mi aveva separato dalla morte.
La verità mi è piombata addosso solo dopo il trasferimento nel reparto di chirurgia d'urgenza. Lì, con delicatezza e chiarezza, i medici mi hanno spiegato cosa mi era accaduto dal 25 febbraio in poi: la fascite necrotizzante, le diverse decine di interventi chirurgici ravvicinati, il debridement, le ore e le ore in cui avevo tenuto occupata la sala operatoria mentre un'intera équipe lottava per strappare il mio corpo alla cancrena.
Quando mi muovevano in sedia a rotelle o nel letto lungo i corridoi dell'ospedale, sentivo le persone e il personale sussurrare o chiamarmi "il miracolato". Da una parte cominciavo finalmente a capire la grandezza di ciò che era successo e l'incredibile fortuna di poter ancora respirare. Ma dall'altra, quel termine mi faceva male. Essere un "miracolato" significava anche guardare in faccia le ferite devastanti, l'addome segnato dagli innesti, la perdita di ogni forza e la consapevolezza che la strada davanti a me sarebbe stata lunghissima e dolorosa. Il miracolo era avvenuto, sì, ma il prezzo da pagare era scritto sulla mia pelle.

Capitolo 6: L'amore che salva dal buio

Quando un corpo viene devastato così a fondo, la sofferenza fisica è solo una parte del conto. Esiste un dolore più sottile e pericoloso, che arriva nei momenti di silenzio: quando il morale crolla, quando non riesci a vedere un domani e inizi a vederti soltanto come un peso, una fonte di sofferenza per le persone che ami. In quei momenti il buio sembra quasi una pace, un rifugio dove smettere di lottare.
Se non sono affondato in quel buio, lo devo a una rete di anime straordinarie che non mi ha mai lasciato la mano. I medici, gli infermieri, i fisioterapisti e tutto il personale sanitario non si sono limitati a curare la mia pelle o le mie ferite: si sono presi cura della mia testa. Mi hanno fatto sentire unico, importante, trattandomi ogni giorno con una dignità e un'umanità che andavano ben oltre il loro dovere professionale. Se oggi cammino e vivo questa mia "seconda vita", il merito è loro. Sarò sempre in debito con ognuno di quei volti che nei corridoi di Varese ha speso una parola di conforto per me.
E poi c’è stata la mia famiglia, una forza della natura. I miei figli, con la loro presenza costante e il loro amore pulito, non mi hanno mai fatto sentire solo. Ma il pensiero più grande, quello che oggi mi fa scendere una lacrima di commozione sul viso, va a mia moglie.
Se penso a cosa ha sopportato quella donna, mi si stringe il cuore. A soli due mesi di distanza l’uno dall'altro, aveva perso la sua mamma e il suo papà — prima a fine dicembre, poi il primo giorno del nuovo anno. Era una donna spezzata dal dolore per i suoi genitori, due persone splendide che avevamo amato immensamente. Eppure, prima ancora che potesse elaborare quel lutto atroce, il 25 febbraio è arrivato il mio dramma.
Invece di crollare, mia moglie si è caricata tutto sulle spalle. È una Donna con la "D" maiuscola: oltre alle sue lacrime e al suo lutto, si è presa in carico la nostra attività, si è occupata dei nostri figli e, senza saltare un solo giorno, è venuta in ospedale al mio fianco, instancabile, presente, con gli occhi pieni di una forza sovrumana. Guardandola, vedevo la definizione più pura dell'amore. Mi sento un uomo immensamente fortunato ad averla accanto, perché è stato il suo coraggio a tenermi legato alla vita.

Capitolo 7: Guardare avanti e la bellezza di ogni giorno

I dolori erano fortissimi, quotidiani, di quelli che ti mettono a dura prova a ogni minimo movimento. Ma dentro di me stava crescendo qualcosa di ancora più grande della sofferenza: una voglia feroce di ripartire, di riprendere in mano il filo della mia vita proprio da dove si era interrotto. Avevo una sola certezza, scolpita nella testa e nel cuore: dove ero stato, in quel buio, non ci volevo ritornare mai più.
Purtroppo — o forse per mia fortuna — la mia mente ha scelto di proteggermi. I miei ricordi di quei mesi sono arrivati a piccoli pezzi, a sprazzi. Ricordo benissimo, con tutto il loro peso, i lutti che avevano colpito la nostra famiglia prima che tutto crollasse, ma il cervello ha deciso di cancellare la corsa disperata in ospedale, i primi soccorsi, i momenti più drammatici in cui la mia vita era appesa a un filo. E sapete cosa c'è? Quei ricordi spaventosi non mi mancano. Lasciare quei passaggi nel buio è stato il modo che la vita ha usato per permettermi di concentrarmi solo sul presente.
Oggi, a dieci mesi dalle dimissioni, mentre continuo la mia fisioterapia e combatto ogni giorno con i limiti della camminata, della neuropatia e delle cicatrici, guardo il mondo con occhi del tutto nuovi. Ho imparato che la vita è un bene troppo grande e fragile per essere sprecato. Va vissuta tutta, fino in fondo, esattamente per quella che è: accettando sia i giorni di pioggia e di stanchezza, sia i giorni illuminati dal sole.
La vita è un libro straordinario, scritto giorno dopo giorno. Ci sono pagine difficili, drammatiche, che vorremmo non aver mai letto; ma ci sono anche pagine meravigliose, fatte dell'amore di una moglie unica, dell'abbraccio dei figli, del calore degli amici e della gioia semplice di essere ancora qui a respirare. E finché c'è una pagina da girare, vale sempre la pena di lottare.

Capitolo 8: La mia seconda vita

Oggi, quando mi guardo allo specchio o quando muovo quei passi incerti durante la fisioterapia, so di non essere più l'uomo di prima. Il corpo porta i segni evidenti della battaglia: l'addome segnato dagli innesti, i muscoli che faticano a ritrovare la resistenza, i nervi delle gambe che pungono e addormentano i piedi, le piccole grandi sfide quotidiane anche per i gesti più semplici. Eppure, in questa nuova forma, mi sento un uomo rinato.
Questa non è solo una guarigione clinica; è una vera e propria seconda possibilità. Una "seconda vita" che mi è stata regalata e che oggi vivo con una consapevolezza del tutto diversa. Non c'è più spazio per le arrabbiature sterili, per la fretta di accumulare cose inutili o per la pretesa che tutto debba andare sempre secondo i piani. Ogni mattina in cui apro gli occhi e vedo la luce della mia casa, ogni sorriso scambiato con mia moglie, ogni parola condivisa con i miei figli ha il sapore di una vittoria.
Il percorso di recupero è ancora lungo, fatto di pazienza e di traguardi misurati a millimetri. Ci sono giorni in cui la stanchezza prevale e la mente vorrebbe andare più veloce del corpo, ma ho imparato ad ascoltarmi e a rispettare i miei tempi. Ho imparato che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un gesto di profonda umiltà e amore verso chi ci sta accanto.
Se ho deciso di mettere su carta questa mia storia, non è per farmi compatire, ma per lasciare una testimonianza pulita e profonda. A mia moglie e ai miei figli, perché sappiano sempre quanto il loro amore sia stato il mio vero farmaco. Ai medici e agli infermieri, per ricordare loro che dietro ogni manovra chirurgica e ogni medicazione c'è un'anima che rinasce. E infine a chiunque, chiuso in una stanza d'ospedale o trafitto da un dolore improvviso, stia pensando di non farcela: non arrendetevi. Anche quando il buio sembra inghiottire ogni cosa, c'è sempre una fiammella che attende solo di essere alimentata dall'amore, dalla fede e dalla voglia irresistibile di tornare a vivere.

Pagina finale: Il regalo più grande

Guardando indietro, oltre la paura, oltre le pareti di quell'ospedale e oltre i segni che porto sulla pelle, mi rendo conto che il miracolo più grande non è stato solo sopravvivere. Il vero miracolo è stato scoprire con quanta forza e con quanto amore sono stato circondato.
A mia moglie, il pilastro incrollabile di tutto il mio mondo: non esistono parole in nessuna lingua capaci di ringraziarti per quello che hai fatto. In mezzo al dolore più devastante, hai trovato la forza di fare da scudo a tutti noi, di mandar avanti la nostra vita e di venire ogni singolo giorno ad asciugare le mie paure. Se oggi sono qui, è perché il tuo amore mi ha tenuto ancorato alla terra quando tutto mi spingeva via. Ai miei figli, il mio orgoglio e la mia energia: grazie per ogni sguardo, per ogni presenza, per non avermi mai fatto sentire solo o perso. Siete la ragione principale per cui ogni giorno vale la pena di affrontare la fatica di un altro passo.
Agli amici di sempre, a chi ha speso una preghiera, un pensiero, una visita o una parola di incoraggiamento nei momenti più bui: non avete idea di quanto quel calore sia arrivato fin dentro quella stanza. Mi avete ricordato chi ero e cosa mi aspettava fuori.
E infine a voi, medici, infermieri e sanitari dell'ospedale di Circolo di Varese e di Angera: mi avete preso per mano quando ero solo un corpo spezzato e mi avete restituito il futuro. Non mi avete solo curato; mi avete riaccompagnato a casa.
A tutti voi dedico ogni mio respiro, ogni mio passo, ogni sorriso di questa mia seconda vita.

M. Fon.

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