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Storie | 30 settembre 2026, 10:08

«Fin dove se sent sunà i campann». Mille pagine per salvare il dialetto del Lago di Varese

Maurizio Danelli e Giorgio Sassi, in trent’anni di ricerche, hanno pubblicato per le edizioni di “Menta e Rosmarino” un monumentale dizionario in otto volumi che raccoglie termini, mestieri, oggetti e modi di dire delle diverse sponde del nostro lago. La presentazione sabato 3 ottobre alle 21 alla Sala consiliare di Gavirate. Giancarlo Giorgetti: «Ho chiesto a mia mamma e a una mia vecchia zia come si traduce ostetrica: nello stesso luogo sono venute fuori due parole diverse, “cumar” e “levatris”»

Il volume di Sassi e Danelli

Il volume di Sassi e Danelli

Il dialetto è un camaleonte, muta continuamente colori e accenti, le parole si trasformano di paese in paese, a volte addirittura nello stesso luogo. Le nostre radici, insomma, reggono alberi molto diversi tra loro, ma la bellezza sta proprio nella mutevolezza, segno di saggezza e flessibilità, in un mondo rigido e uguale.

Ecco allora che due guerrieri della parola come Giorgio Sassi e Maurizio Danelli hanno messo assieme qualcosa come mille pagine in otto volumi, un monumentale vocabolario che dice a noi moderni quanto sia importante non dimenticare da dove veniamo e quale varietà di espressioni abbia il nostro vernacolo che, come asserisce Gregorio Cerini, custode delle tradizioni, «el riva fin dove se sent sunà i campann» e poi cambia pelle.

Così, ecco a voi “Il dialetto del Lago di Varese – Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno lasciato in dono”, pubblicato da “Menta e Rosmarino”, editrice anche dell’omonima rivista diretta da Alberto Palazzi, un cofanetto preziosissimo che sarà presentato sabato 3 ottobre alle ore 21 alla Sala Consiliare del comune di Gavirate, con moderatore Marco Vergottini, relatori Federica Lucchini, Romano Oldrini e i due ricercatori, e la presenza del ministro Giancarlo Giorgetti, autore di una delle prefazioni ai volumi.

«Ci abbiamo messo trent’anni per raccogliere le parole e i modi di dire. Giravo per le osterie e chiedevo ai vecchi di indicarmi il nome dialettale della noce o della castagna e poi lo scrivevo su un cartoncino che sistemavo in una scatola da scarpe. Sono di Azzate, e ho incominciato proponendo i vecchi proverbi sul “Gazzatino della Valbossa”, ne ho raccolti settemila poi pubblicati in volume», spiega Giorgio Sassi, che ha tradotto in vernacolo i “Sonetti” di Shakespeare, i “Fiori del Male” di Baudelaire, l’“Inferno” di Dante e il “Decameron” e ora sta ultimando le favole di Perrault.

«Con Danelli ci siamo divisi il compito, lui una sponda del lago io l’altra, con le parole in grassetto nero per la sponda di Azzate e in marrone per quella di Gavirate. Il vocabolario va aggiornato, ci sono moltissime parole “moderne”, accanto a quelle più desuete, poi abbiamo evitato i termini volgari, i francesismi e gli anglicismi, ed escluso Cazzago Brabbia, perché il suo dialetto è diverso da qualsiasi altro».

Otto volumi per non dimenticare, ognuno con un prefatore diverso, nell’ordine Alberto Palazzi, Gianmarco Gaspari, Carlo Zanzi, Luigi Stadera, Antonio Borgato, Federica Lucchini, Amerigo Giorgetti e Giancarlo Giorgetti.

«L’idea di questo vocabolario è stata dell’ex sindaco di Orino, Cesare Moia, grande cultore del dialetto, per noi ha rappresentato un grande sforzo economico e dubito che un vocabolario come questo possa essere realizzato ancora in futuro. L'opera nasce infatti dall'esperienza di due studiosi che, prima ancora di essere ricercatori, sono stati autentici “parlanti” madrelingua del dialetto, appartenenti probabilmente all'ultima generazione che ha potuto impararlo in famiglia, viverlo nella quotidianità e poi studiarlo con metodo scientifico. Quando verranno meno persone come loro, non sarà più possibile ricostruire con la stessa autenticità le sfumature, le espressioni, i significati profondi che solo l'esperienza diretta può custodire», afferma Alberto Palazzi.

Scorrendo le pagine del dizionario, si spalanca un mondo arcaico, fatto dei termini tecnici delle professioni di un tempo, lo “sciuératt” che confezionava “sciuéer, cavagn, barlésc, scurbit” con i “lanstrischée”, strisce di legno ricavate da rametti di nocciolo, o di parole come “baciäga”, il lavello nella credenza dietro il banco di mescita, l’“articiócch”, il carciofo, o il “baüscin”, il bavaglino, mentre per definire un tipo un po’ tonto si diceva «l’è indrè ‘n cär de rèff» o «indrè de cutüra», indietro un carro di refe o indietro di cottura.

«Il dialetto si trasmette per via orale, lo si impara in famiglia e non sui libri, scriverlo è un tentativo quasi disperato di tenere in vita cose ormai scomparse. A scuola si è tentato addirittura di estirparlo, lo si parlava fino a 40 anni fa, poi è stato considerato squalificante e quindi da abbandonare», racconta Giancarlo Giorgetti.

«Mantenerlo in vita dà un senso di nostalgia positivo, con la saggezza popolare che vi è contenuta e deriva dal vissuto e non dai libri. Quello di Sassi e Danelli è uno sforzo importante, che però non finisce mai, perché i termini sono in continuo cambiamento e variano da paese a paese. Ho chiesto a mia mamma e a una mia vecchia zia di dirmi come si traduce ostetrica in dialetto, e dallo stesso luogo sono venute fuori due traduzioni diverse: “cumar” o “levatris”? Il dialetto di Cazzago, per esempio, è stato influenzato dalla terminologia della pesca. Questo cofanetto è un tesoro e spero che qualche giovane che si appassiona sfrutti queste fonti preziose in vita».

Questo è il racconto di una lingua meravigliosa, un tempo deposito di termini legati alla vita contadina e artigianale, alle relazioni sociali di un mondo preindustriale e oggi molto più permeabile all’italiano, perciò il lavoro trentennale di Sassi e Danelli ha un valore storico e documentario unico, a testimonianza del mondo dei nostri vecchi, dove spesso il gesto diventava parola.

Mario Chiodetti

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