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Cultura | 07 ottobre 2026, 12:00

La lezione di Faggin al Sociale chiude la due giorni a Busto: «Bisogna saperla più lunga dell’intelligenza artificiale»

Al Teatro Sociale l'affondo di Faggin sui pericoli del futuro. Dal dialetto veneto dell'infanzia ai trionfi della Silicon Valley fino all'esperienza interiore del 1990, lo scienziato ripercorre la propria parabola per spiegare perché i computer non provano sentimenti e manipolano solo simboli senza significato. Applausi per il richiamo a superare la logica della sopraffazione a favore della cooperazione

C’era l'atmosfera delle grandi occasioni ieri sera, martedì 6 ottobre, al Teatro Sociale, dove l’attesa si respirava fin dal foyer gremito ben prima delle 20. La sala, piena (seppur in galleria ci fossero diverse sedie vuote di chi non ha disdetto la prenotazione effettuata), ha fatto da cornice alla seconda e conclusiva conferenza pubblica di Federico Faggin, al termine di una vera e propria maratona culturale. Per la città non si è trattato di una semplice comparsata di rito, ma di un viaggio lungo più di ventiquattro ore fatto di confronti serrati, racconti e riflessioni ad alta voce. Una visita densa che ha toccato pubblici profondamente diversi: dagli studenti delle superiori incontrati la mattina, ai futuri ingegneri ed economisti dell'Università LIUC a Castellanza, fino al doppio sold out registrato con la cittadinanza dopo la prima serata di lunedì 5 ottobre.

Prima che le luci si abbassassero per dare inizio al dialogo, a salire sul palco è stato il sindaco Emanuele Antonelli, che ha voluto porgere il saluto della città ringraziando lo scienziato per la generosità con cui ha regalato a Busto Arsizio il proprio tempo e la propria testimonianza. Accanto a Faggin sedeva Marco Giachetti, presidente della Fondazione Policlinico di Milano, chiamato a moderare una serata costruita sull'intreccio tra innovazione tecnologica, memoria e indagine della coscienza.

La conversazione è decollata partendo da una nota di colore autobiografica, con Faggin che ha ripercorso le origini di una vocazione tecnica nata quasi per sfida: «Mio padre era un cultore della storia della filosofia, ha scritto una quarantina di volumi e tradotto l'Enneade di Plotino. Io però ero un meccanico: volevo fare aeroplani, la filosofia la lasciavo a lui». Nato a Vicenza nel 1941 e sfollato a Isola Vicentina per i bombardamenti che rasero al suolo la casa di famiglia, lo scienziato ha ricordato gli inizi: «Fino a quasi vent'anni parlavo solo dialetto veneto, la mia prima lingua». Dal diploma all'Istituto Tecnico Rossi nel 1960 all'esperienza all'Olivetti di Borgolombardo, fino alla laurea in fisica a Padova, alla SGS-Fairchild di Agrate Brianza e allo sbarco in California nel 1968, la sua traiettoria ha segnato la storia: il primo microprocessore Intel 4004, l'8080 e poi la fondazione di Zilog con lo Z80, «un chip che ha avuto un successo tale da essere ancora in produzione oggi, cinquant'anni dopo».

Il racconto ha poi toccato il punto di svolta interiore, maturato tra la fine degli anni Ottanta e il 1990 mentre guidava Synaptics e studiava le reti neurali: «Il cervello non è un computer, lavora con principi completamente diversi. Nel dicembre del 1990 ho avuto una prima esperienza straordinaria di coscienza: mi sono visto fuori di me, come un'energia che era amore vivo, calore fisico nel petto. Lì ho capito che io non ero il corpo: ero anche il corpo, ma soprattutto ero parte intera del tutto, ero sia osservatore che osservato. Mi sono riconosciuto a casa mia». Da quel momento è iniziata la sua battaglia aperta contro lo scientismo che riduce l'individuo a pura macchina biologica.

Il momento più vibrante e atteso della serata è arrivato con le domande del pubblico, quando un professionista esperto di sicurezza informatica ha chiesto a Faggin come difendersi dal rischio di sentirsi un «superuomo» grazie ai sistemi di intelligenza artificiale o, al contrario, di finire risucchiati dalla macchina. La replica dello scienziato è stata fulminea e tagliente: «Prima di tutto, come fa a sentirsi un superuomo se usa uno strumento e si adagia a quello che dice lo strumento? Diventa un sotto-uomo, non un superuomo!».

Faggin ha argomentato senza sconti la sua visione pragmatica dei limiti algoritmici: «Per usare bene l'intelligenza artificiale bisogna saperla più lunga di lei, e non è affatto facile. Bisogna fare le domande giuste, metterla in castagna e capire che è semplicemente una struttura meccanica che non capisce una parola di quello che dice. Perché sennò uno si adagia e si lascia condurre dall'intelligenza artificiale, che è esattamente lo scopo di molti che la costruiscono: ridurci a schiavi dell'intelligenza artificiale, controllata da loro e creata da loro. E chi sono loro? Sono questi potenti che vogliono l'intelligenza artificiale, inclusi i governi che intendono usarla per la difesa, quindi per ammazzare più in fretta e in maniera più efficace. Questa è la realtà che abbiamo oggi».

Lo scienziato ha lanciato un avvertimento categorico sui tempi a disposizione della società civile: «Se noi ci lasciamo andare, se non scopriamo chi siamo veramente e non facciamo lo sforzo di conoscere noi stessi andando dentro di noi, allora tra vent'anni l'umanità sarà succube di un'intelligenza artificiale controllata dai potenti. È inevitabile. Abbiamo dieci anni per cambiare noi stessi e capire come comportarci in questo mondo. Nel momento in cui accettiamo la visione scientista secondo cui siamo soltanto una macchina e non c'è nient'altro in noi, siamo fottuti, mi dispiace dirlo».

Tornando sul confine psicologico ed emotivo tra uomo e software, Faggin ha messo in guardia dalle illusioni affettive generate dai modelli linguistici: «Più lo strumento migliora nella capacità di imitarci, più persone saranno irretite in questa rete di inganno. Se usiamo l'intelligenza artificiale come strumento di lavoro, per programmare o calcolare, è utilissima: ho amici programmatori che oggi sono venti volte più produttivi e fanno in un giorno quello che prima richiedeva venti giorni. Ma farsi catturare dall'aspetto emotivo che l'intelligenza artificiale non ha è un disastro: è come innamorarsi di una bambola di gomma!». Quando il moderatore ha portato l'esempio della sanità, chiedendo alla platea se preferirebbe una diagnosi radiologica immediata affidata all'algoritmo o un'attesa di tre mesi per il consulto con uno specialista, Faggin ha strappato l'applauso della sala replicando d'istinto: «Io preferirei un giorno dopo, ma con il medico che mi guarda dritto negli occhi!».

Sollecitato da altre domande giunte dalla platea e dalla galleria, Faggin ha approfondito il suo modello teorico spiegando perché evita il vocabolario confessionale: «Chiamo l'anima seità: la seità è il campo quantistico, la parte intera di Uno che sopravvive alla morte del corpo. Evito parole come anima o Dio perché ogni religione ci ha costruito sopra dogmi e centri di potere spesso incoerenti. Per me la coscienza è la proprietà fondamentale dell'universo e l'amore è il sapore del significato: una macchina tratta solo simboli probabilistici senza significato, mentre per noi l'informazione è valore vissuto». Sulla meditazione ha aggiunto: «Ho praticato meditazione per molti anni. Oggi quando scrivo medito: serve a tacitare il rumore di fondo della mente e trovare il silenzio interiore per riconoscere la presenza sottile che siamo».

Nel finale, alla domanda di Giachetti su cosa significhi realmente essere umani, lo scienziato ha riassunto il senso della sua testimonianza: «Significa riconoscere che noi siamo parti intere di Uno. E non solo noi, ma ciascuno di noi è una parte intera di Uno, e quindi non c'è nessuno che sia superiore all'altro. L'unico modo autentico di comportarci è cooperare, lavorare insieme invece di competere per sopraffare il vicino. Oggi ci insegnano a competere fin da piccoli; invece dobbiamo imparare a collaborare in modo costruttivo. Questo è il vero programma dell'umanità guardando avanti». Parole suggellate da un lunghissimo applauso, che ha chiuso la memorabile due giorni bustocca tra applausi scroscianti e un pubblico visibilmente emozionato.

Giovanni Ferrario

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