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Varese | 11 giugno 2026, 07:15

«La magia della Festa del Rugby? Non è replicabile, fa respirare varesinità al 101% ed è nell'immaginario collettivo»

Stefano Malerba, pur da assessore allo Sport super partes, resta uno dei "papà" dell'evento che comincia stasera al Levi di Giubiano: «Dalla prima edizione in cui eravamo una settantina si è arrivati a vendere in due ore 1.500 felpe "101% Rugby Varese". Tra i 250 volontari c'è chi si prende 10 giorni di ferie per esserci in questi 3 giorni: nessuno è indispensabile perché nel rugby devi sempre lasciare qualcosa agli altri, anche quando non ci sarai più. E devi sempre conquistarti tutto. Il creatore? Pizzoccheri. Il successo della festa? Sono cose che non puoi prevedere: succedono, e basta. Vincono il nome "Varese" e l'essere comunità»

Alle origini del Rugby Varese e dello spirito che anima la Festa del Rugby: da sinistra i giovanissimi Stefano Malerba e Paolo Carbone, attuale consigliere regionale Federugby

Alle origini del Rugby Varese e dello spirito che anima la Festa del Rugby: da sinistra i giovanissimi Stefano Malerba e Paolo Carbone, attuale consigliere regionale Federugby

«Il segreto della Festa del Rugby? Tutti sono sostituibili, tranne lei...»: come un Mondiale di calcio o un'Olimpiade, esiste a Varese un vento che, insieme alla voglia d'estate, trascina tutti a Giubiano come una sirena. E il suo nome è quello di una festa di popolo dove qualcuno ha dato o ricevuto il primo bacio, sotto la Luna, e qualcun altro è stato accompagnato da una persona cara che magari non c'è più, ma continua ad esserci almeno per tre giorni, mischiando nomi e cognomi conosciuti di Varese a chi non lo è, né vuole esserlo, creando un'alchimia e un'unica famiglia chiamata "Varese", anzi "Festa del Rugby".

Stasera a Giubiano s'inizia ad alzare il profumo delle salamelle con il volume della festa e noi abbiamo chiesto a uno dei papà di questo appuntamento, e lo resta anche ora che ha fatto un passo indietro nel suo ruolo super partes di assessore allo Sport, di raccontarci dove è racchiuso lo spirito di una tre giorni unica, capace di abbattere le barriere tra classi e generazioni, radunando tutti attorno a un prato che è un villaggio dove si respira pura varesinità.

La prima volta eravamo una settantina
«La prima volta, più di vent'anni fa, eravamo una settantina tra giocatori e familiari perché tutto questo è nato come una festa finale della stagione del Rugby Varese, come ce ne sono  ovunque nel mondo di questo sport. Siamo arrivati ad avere una fila infinita di persone in coda per prendersi la felpa "101% Rugby Varese", e tanti restavano anche a mani vuote, perché per motivi che è difficile spiegare non eri davvero varesino se non indossavi quei colori e quella scritta. E se non venivi alla Festa del Rugby».

Il creatore Pizzoccheri 
 «L'idea della festa, così come quella del merchandising, l'ha avuta Alessandro Pizzoccheri, un giocatore del Rugby Varese. E ce l'ha lasciata in eredità. L'anno dopo la prima festa, sono iniziati ad arrivare gli amici degli amici dei giocatori, abbiamo iniziato a mettere un po' di musica, abbiamo visto che vendendo due salamelle qualcosa restava in cassa per la stagione. Poi è nato il "101%", un'altra idea di Alessandro, ed è stata la svolta».

Certe cose succedono, e basta
«I primi villaggi di Natale a Varese si facevano in piazza Repubblica, e c'era anche la casetta del rugby: ricordo che un anno ordinammo 1.500 felpe e alle 10.30, dopo due ore, erano tutte esaurite, con la gente in coda per averle fino alla Caserma Garibaldi. Se non avevi la felpa del Rugby Varese non eri varesino. È stato un fenomeno d'appartenenza e di costume. Sono cose che non puoi prevedere: succedono, e basta. Vincono il nome "Varese" e il fatto che il rugby è integrato nella città. Perché essere varesini a Varese, in qualunque sport, fa tutta la differenza del mondo». 

In ferie da 10 giorni per questi 3 giorni 
«I nostri giocatori vivono la città, dal Tenente a tutto il resto. Come club abbiamo deciso di essere sempre e solo varesini, in campo e fuori, difendendo questa scelta. Una cosa non replicabile da altre società. Come la Festa, non riproducibile in nessun'altra realtà e da nessun'altra parte: questa varesinità e questa identità spinta, al 101%, fa muovere oltre 250 volontari, genitori, ex giocatori, ragazzini: tutti nati nel Rugby Varese. C'è gente che è in ferie da 10 giorni per esserci oggi, domani e dopodomani... Prendete Barbara Davanzo: meravigliosa, onnipresente, se passate dal campo ad ogni ora, lei c'è».

Quel 101% dovevi conquistartelo
«Siamo cresciuti gradualmente e continuiamo a farlo anche se sembra impossibile andare sempre oltre all'edizione precedente. I due giorni di festa sono diventati tre, ma se devo dire un anno di svolta, penso a quello in cui dalle 14 c'era già gente sotto il sole in coda ad aspettare l'apertura delle 18 per avere la felpa del "101%". Era una cosa che dovevi conquistarti, come qualunque cosa nel rugby, perfino la sconfitta».

Un giocatore inguardabile
«A quarant'anni finii la carriera da giocatore "inguardabile" di seconda linea e terza centro. Ti accorgi di dover dire basta quando arriva quello di vent'anni che pesa 120 chili e ti fa male perché, anche se il tuo cervello funziona ancora, per fare le cose che prima facevi in un centesimo di secondo, ora ci metti un secondo... ma il senso di comunità del rugby è lo stesso ad ogni età, anche quando non ci sei più. Pensate a Gianmario Rossi: è come se fosse sempre qui con noi, anche grazie alla sua famiglia. Anzi, la nostra famiglia».

Cinquant'anni di rugby in tre parole: nessuno è indispensabile
«Nessuno qui è indispensabile perché nel rugby devi sempre lasciare qualcosa agli altri, anche quando non si sei più: se non ci riesci, hai fallito. Chiunque nella vita può mollare, ma il rugby deve andare avanti. Chi è "insostituibile" nel rugby perde. Abbiamo raggiunto l'obiettivo sulle strutture, sul numero dei tesserati, sull'impegno dei genitori e anche degli ex giocatori, o nell'autonomia della società grazie a questa regola: di indispensabile c'è solo il "tutto". O il "noi"». 

L'eredità della Festa
 «Nell'immaginario collettivo della città, Giubiano e il Levi sono un luogo di festa: significa che tutti quelli passati da qui hanno lasciato qualcosa di buono e di bello. Una sera degli ultimi anni sono salito in cima alla tribuna e, in mezzo a migliaia di persone, ho trovato Rosario Rasizza che stava aspettando sua figlia: passano tutti da qui, dove la libertà è fatta di rispetto e anche di sicurezza - i più "grossi" fanno il servizio d'ordine - e dove in campo giochiamo davvero tutti». 

Capita perfino che il Birmano e Fefè passino ancora l'ovale a Bicio e Puffo... 

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Andrea Confalonieri e Fabio Gandini

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