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Calcio | 14 aprile 2024, 08:45

Vanoli, il globetrotter con Varese nel cuore: «L'unico mio rimpianto? La maglia biancorossa»

Intervista a Rodolfo "Rudy" Vanoli, che da Gavirate ha girato il mondo del pallone: «Ho fatto tutte le giovanili del Varese, ma non sono mai andato in prima squadra. Gli allenatori che mi hanno lasciato il segno? Mazzone e Fascetti, che controllava il cofano della macchina per capire se fossi andato lontano». Ora il mister è lui, con diverse esperienze all'estero: «Allenare in Italia? Difficile se non sei l'amico di qualcuno...»

Vanoli, il globetrotter con Varese nel cuore: «L'unico mio rimpianto? La maglia biancorossa»

Da Gavirate al... mondo intero, ma sempre con un pezzo di casa nel cuore. 

Rodolfo Vanoli, conosciuto come Rudy, ripercorre con VareseNoi.it i ricordi della sua carriera, nata da calciatore nel Varesotto (giovanili biancorosse, poi Solbiatese e Pro Patria) e poi diventata itinerante, prima con gli scarpini ai piedi poi sulla panchina: nel suo curriculum Lecce, Udinese, Spal, Saronno, Como, Canobbiese e Chiasso; poi - da allenatore - tra gli altri gli ingaggi in Svizzera, in Slovenia, l'Albania e la Bulgaria.

Rudy com'è iniziata la sua storia con il pallone?

All'oratorio di Cocquio Trevisago, per poi passare ai giovanissimi del Sant'Andrea con l’allora mister Rossano. Poi ecco le giovanili del Varese dove ho fatto tutta la trafila, per poi passare alla Solbiatese e Pro Patria, conoscendo grandi persone come Antonio Soncini, Eugenio Fascetti, e Beppe Marotta. Di quel meraviglioso periodo ho il grande rimpianto di non aver mai indossato la maglia della prima squadra biancorossa.

Come mai?

La vita riserva a tutti uno strano destino.

Ha ancora legami con il territorio?

Certamente. Appena posso torno a Gavirate, ad incontrare gli amici. Abbiamo anche un gruppo Whatsapp in cui Giampiero Scaglia è animatore. Seguo le vicende del Varese, della Solbiatese e della Pro Patria e del mio Gavirate. Inoltre volentieri mi informo sugli sviluppi dell'Accademia Varese del mio amico Bruno Limido.  Quando sono a Varese è obbligatoria anche una cena al ristorante Bologna, per ricordare con il gruppo i momenti passati.

Quali allenatori le hanno lasciato un segno?

Sicuramente Eugenio Fascetti, poi il grande Carletto Mazzone e Antonio Soncini. Di loro tre conservo ricordi, aneddoti e insegnamenti di vita, che mi sono serviti tanto.  

Un aneddoto curioso su Eugenio Fascetti e sugli altri?

A Lecce abitavo vicino allo stadio e ricordo che quando arrivavo al campo di allenamento il mister tutti i giorni controllava se il cofano della machina fosse caldo. Incuriosito una volta chiesi il perché di questo controllo e mi rispose che ero un po’ ribelle e voleva capire se venissi da casa o da qualche località pugliese lontana... Ricordo anche il detto di mister Mazzone che diceva in romanesco «a raga, se oggi non se vince non se deve neanche perdere». Poi un altro episodio curioso: le pesate giornaliere del Limido. Era difficile tenerlo a dieta e tutti i giorni c’era la prova bilancia con i vari commenti del caso.

Prevalentemente ha allenato all’estero, ma in Italia è cosi difficile farlo?

Non sarebbe difficile, se ci fosse la volontà di ampliare da parte dei dirigenti delle società calcistiche gli orizzonti. Se non si è l’amico dell’amico è invece difficile abbattere il muro del cambiamento. Però sono contento dell’esperienza fatta: mi ha arricchito molto sia sul piano umano, culturale e calcistico.

A un giovane cosa consiglia?

Prima di tutto di studiare. La cultura apre la mente e serve anche in campo per trovare soluzioni di gioco. Poi di impegnarsi, porsi un obiettivo, essere umili, educati, rispettosi, non montarsi la testa tenendo i piedi per terra. Infine di farsi tante domande e non darsi tante risposte.

Ha avuto il privilegio di avere come ricordo la maglia di Maradona...

Ho avuto la fortuna di giocarci contro e di conoscere il suo lato umano con il mio compagno di squadra a Lecce Pasculli, in occasione dei Mondiali 1986. Al termine di una partita di campionato, Napoli-Lecce, mi consegnò al sua maglia numero 10. Diego era una persona semplicemente magica, dalla generosità poco comune. Mi raccontavano i suoi compagni di squadra che quando faceva i contratti non pensava a se stesso, ma portava avanti prima di tutto le iniziative del gruppo. Per il resto lasciamolo riposare tranquillo nel paradiso eterno dei campioni.

Ha all’orizzonte qualche proposta lavorativa?

Ho terminato la mia esperienza a Salerno. Mi sono arrivate alcune proposte sia dall’Albania che dagli Stati Uniti e sto valutando altre opzioni. Certo rientrerò nel mondo calcistico, il terreno verde rettangolare è la mia vita, è la mia grande passione.

Claudio Ferretti


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