Dal prossimo 13 novembre, ogni venerdì, periodo natalizio escluso, alle ore 18, presso lo spazio dedicato alle conferenze dall'Associazione Nazionale Carabinieri di Varese, in via Romagnosi, riprenderanno i miei Salotti. Una nuova serie dei molti incontri che, nel tempo, hanno consentito di interrogare persone, confrontare idee, approfondire questioni. Nella circostanza, guardando alle elezioni comunali del 2027, una seconda edizione di "La Varese che vorrei". Invitati a presentarsi alla cittadinanza, tutti i candidati finora dichiarati e i leader politici locali. Introdotti e intervistati dal sottoscritto, chiamati a illustrare progetti, intenzioni, prospettive. Primo ospite, naturalmente, il sindaco Davide Galimberti, che si avvia a concludere il secondo mandato. Orbene, mentre preparo questi appuntamenti, mi si presenta una domanda inconsueta. Considerato che l'intelligenza artificiale consente di creare perfino un cantante virtuale, sarebbe possibile costruire un candidato sindaco ideale? Un personaggio al quale attribuire una preparazione, una visione, una capacità amministrativa. E, soprattutto, una consistenza etica
Prima della faccia Il cantante si chiama Michael Bennett. La donna che lo accompagna viene indicata come "his Wife". (Del maschilismo contenuto in questa presentazione ho già detto). La circostanza suggerisce comunque una prima avvertenza. Anche quando inventiamo qualcosa di nuovo, possiamo riprodurre senza accorgercene i nostri pregiudizi. Per il candidato sindaco comincerei pertanto dal carattere e dai contenuti. Il volto può aspettare. E può aspettare anche il nome. Prima occorre capire quale persona vorremmo mettere alla guida della città. Quale rapporto dovrebbe avere con il potere. Che cosa dovrebbe conoscere. A che cosa dovrebbe essere disposto a rinunciare.
Conoscere una città Gli attribuirei, anzitutto, una conoscenza concreta di Varese. Della sua storia e della sua geografia. Dei quartieri, delle differenti condizioni sociali, delle attività economiche. Delle istituzioni culturali, delle associazioni, del volontariato. Dei rapporti con il territorio circostante. Una conoscenza da verificare camminando, ascoltando, studiando dati e documenti. La città quotidiana comprende chi prende un autobus, chi accompagna un figlio a scuola, chi tiene aperto un negozio, chi assiste una persona non autosufficiente. Comprende anche chi non frequenta gli incontri pubblici. Chi non appartiene a un'associazione. Chi non dispone di qualcuno capace di farne arrivare le richieste sulla scrivania giusta. Il nostro candidato dovrebbe saper cercare anche queste persone. Il silenzio non equivale al consenso. E nemmeno all'assenza di bisogni.
Un retroterra riconoscibile Quanto alla cultura, lo vorrei capace di collocare le questioni locali entro un quadro più ampio. Conoscere il diritto e le competenze del Comune. Comprendere un bilancio. Distinguere un investimento da una spesa che si ripeterà ogni anno. Sapere che un'opera inaugurata dovrà poi essere mantenuta. E avere una formazione storica sufficiente a ricordargli che la città esisteva prima del suo arrivo e continuerà dopo la sua partenza. Socialmente, dovrebbe aver conosciuto responsabilità effettive. Aver risposto del proprio lavoro. Aver incontrato difficoltà che una dichiarazione ben formulata non bastava a risolvere. Politicamente, dovrebbe dichiarare da dove guarda il mondo. Diffiderei di un candidato artificiale costruito per risultare contemporaneamente di destra, di sinistra, liberale, conservatore e progressista, secondo l'interlocutore. Una visione comporta preferenze. E le preferenze comportano scelte. La cittadinanza ha diritto di conoscerle. I progetti e il loro prezzo Quali idee attribuirgli? Anzitutto, un metodo. Per ogni proposta dovrebbe indicare il problema da affrontare, la competenza del Comune, il costo previsto, le risorse disponibili, i tempi e il risultato verificabile. Dovrebbe inoltre spiegare che cosa intende rimandare per rendere possibile ciò che considera prioritario. Il denaro impegnato in una direzione non è più disponibile per tutte le altre. Gli chiederei quindi di lavorare su alcuni ambiti essenziali. La manutenzione della città. La mobilità e l'accessibilità. La casa e i servizi alle persone. La sicurezza. Le condizioni nelle quali lavorano imprese e commercianti. La cultura. La tutela del paesaggio e del patrimonio. Ma mi guarderei dall'attribuirgli, senza un esame dei conti e delle necessità, un elenco di opere mirabolanti. Sarebbe già un candidato poco serio. L'intelligenza artificiale può aiutarci a formulare ipotesi. Per trasformarle in programmi occorrono documenti aggiornati, verifiche tecniche e confronto con chi vive i problemi. Perfino il sindaco ideale deve fare i conti. In tutti i sensi.
La consistenza etica Qui viene il punto decisivo. Un personaggio inventato può essere dichiarato incorruttibile con una riga. Per una persona reale, quella qualità deve essere messa alla prova. Dovremmo pertanto attribuire al nostro candidato impegni osservabili. Rendere conoscibili gli interessi che potrebbero condizionarne le decisioni. Motivare le nomine. Dichiarare i conflitti d'interesse e astenersi quando necessario. Accettare controlli. Correggere pubblicamente un'affermazione sbagliata. Spiegare una promessa non mantenuta. E trattare con equità chi lo ha contrastato. L'avversario sconfitto resta un cittadino. Il giornalista insistente continua a svolgere il proprio mestiere. Chi protesta conserva il diritto di essere ascoltato. Gli chiederei anche la capacità di pronunciare un rifiuto. Dire sì a una richiesta ingiustificata può procurare un sostenitore. Significa però farne pagare il prezzo ad altri, spesso meno organizzati e meno rumorosi. L'etica amministrativa si vede anche lì.
Il limite dell'invenzione Rimarrebbe una differenza fondamentale. Il candidato virtuale non rischia nulla. Non subisce pressioni, non perde amici, non deve scegliere davvero fra due esigenze entrambe legittime. Possiamo scrivergli una biografia esemplare. Non possiamo attribuirgli il merito di averla vissuta. La sua coerenza è progettata. Quella delle persone si misura attraverso il tempo e le circostanze. Per questo non gli assegnerei il ruolo di oracolo. Anche le sue risposte andrebbero discusse. Anche i criteri con i quali lo abbiamo costruito dovrebbero essere dichiarati. Altrimenti finiremmo per chiamare "ideale" il candidato che somiglia alle preferenze dei suoi autori.
Un ospite in più ai Salotti Ecco allora un possibile esperimento per "La Varese che vorrei". Costruire progressivamente questo candidato attraverso le domande rivolte agli ospiti. Metterlo davanti agli stessi problemi. Imporgli gli stessi limiti di bilancio. Chiedergli quali interessi privilegiare quando non sia possibile soddisfarli tutti. Le sue risposte potrebbero offrire materia di confronto. Gli ospiti potrebbero contestarle, correggerle, mostrarne l'ingenuità o l'impraticabilità. Sarebbe istruttivo anche questo. Il candidato immaginario ci aiuterebbe così a precisare che cosa chiediamo ai candidati veri. Preparazione. Visione. Capacità di scegliere. Onestà nel dichiarare le conseguenze delle scelte. Disponibilità a risponderne. Un sindaco perfetto si può inventare.
Un buon sindaco deve dimostrare di esserlo.
Mauro della Porta Raffo















