Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di Alessandro Franzetti, già presidente del consiglio comunale di Luino, scaturita dopo il suicidio di don Lino Zatelli sacerdote della Diocesi di Trento:
"Don Lino, fratello, ci hai fatto piangere. Un prete che mette fine alla sua vita è una notizia sconvolgente. Il gesto, da condannare con assoluta fermezza, getta in subbuglio le nostre coscienze, pone domande che esigono risposte..". Questo è l'incipit che il noto prete antimafia don Maurizio Patriciello ha scritto su "Avvenire" a commento della tragica e prematura scomparsa di Lino Zatelli, amato parroco e sacerdote della diocesi di Trento.
Leggendole, ho provato un vero sentimento di fastidio. Ritengo le parole di don Patriciello intrise di un moralismo, quello sì sconvolgente. Che senso ha dire che il gesto (suicidio) è "da condannare con assoluta fermezza"? La morale cristiana la conosciamo tutti benissimo, e di certo non abbiamo bisogno dello sdegno del prete-star Patriciello.
Davvero lo dico in primis a me stesso, poi a chiunque mi stia leggendo: ma chi siamo noi per giudicare chi, in estrema solitudine e desolazione, decide di togliersi la vita? Non è forse meglio un silenzio di misericordia e vera compassione che, lungi dal volersi sostituire all'unico giudizio che spetta al Padreterno, copra con il nostro amore la vita di don Lino, e di chiunque non sopporti più questa vita al punto di togliersela?
Ogni anno si tolgono la vita, nel mondo, 740 mila persone (una ogni 43 secondi). Nessuno di noi sa cosa scatti nella mente di chi compie questo estremo gesto, ma nessuno di noi può ergersi a paladino della morale. Quante cose andrebbero condannate con fermezza, come la fine di un bimbo che attraversa il Mediterraneo in cerca di una vita migliore e che invece trova la morte in quel cimitero che è ormai divenuto il "Mare nostrum"?
Ma lo sdegno è quella sensazione che ci fa sentire migliori sul momento, ma che se non si tramuta in gesti di bene è pura ipocrisia. Credo che sia disumano giudicare il gesto di chi si toglie la vita. Non sta a me. Non sta a te. Non sta a nessuno. A ognuno di noi sta riscoprire quello splendido sentimento che è la compassione. Cum-patire, soffrire insieme, condividere le croci di ognuno.
Tornando a don Lino, i preti non sono dei supereroi. Sono uomini con le fragilità che abbiamo tutti, ma che hanno scelto di non avere una famiglia propria. Troppo comodo dire "la famiglia del prete è la sua comunità". Un mio caro amico vescovo scomparso qualche anno fa mi diceva di come, alla sera, chiudendo la porta dietro a sé, si sentisse terribilmente solo. Gli mancava la carezza di un figlio e il bacio di una moglie.
Le nostre comunità, poi, sono un groviglio di problemi. Mio nonno mi disse una volta "Alessandro, stai vicino ai nostri preti. Invitali fuori a mangiare una pizza, portali con te in montagna, allo stadio, persino a un concerto. Sii loro amico e se puoi evitagli i problemi anziché creargli stress". Quante parrocchiane e parrocchiani si comportano così coi preti?
Io vedo tante persone che si rivolgono al prete solo per un certificato, pretendono la domenica alle 11 il Santuario vista lago per il matrimonio della figlia o vogliono a tutti i costi la Chiesa più prestigiosa per le esequie del caro estinto. Quanti, invece, condividono gioie, chiedono un consiglio non su cose pratiche e banali, hanno un forte legame spirituale coi propri sacerdoti? Ecco, forse a don Lino, come al giovane don Matteo Balzano e altri preti suicidi sono mancate queste cose.
Certo, esiste la vicinanza del vescovo e dei superiori, la fraternità sacerdotale...ma sono solo parole se tu, anche se indossi una tonaca, hai l'inferno dentro. Ringrazio il Signore per avermi messo sulla strada decine di preti santi con cui ho instaurato bellissime amicizie. Ripenso a ciò che mi disse mio nonno, penso al fatto che l'uomo è un animale sociale e dunque ripenso alle parole del mio amico vescovo.
E poi mi dico: dedica tu tempo ai tuoi preti, abbracciali e ringraziali per il cammino che stanno percorrendo con te. Perché in un mondo (cristiano e non) in cui ci si parla e ci si abbraccia di più, possiamo essere tutti meno soli.
Alessandro Franzetti













