Busto Arsizio si trova al centro di un acceso confronto politico in vista dell'incontro pubblico in programma domani sera, venerdì 5 giugno, nella sede di Comunità Giovanile. Il progetto di legge di iniziativa popolare sulla "Remigrazione e Riconquista", promosso da diverse sigle della destra radicale, ha mosso l'opinione pubblica, con gli interventi contrari di numerose realtà locali — tra cui ANPI, ACLI, CGIL e diverse associazioni del territorio — , mentre, tra gli altri, l’europarlamentare della Lega Isabella Tovaglieri ha preso le difese degli organizzatori, invocando l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero.
In questo scenario interviene ora l’assessore Matteo Sabba, che ha voluto esprimere la propria posizione non soltanto sulla legittimità dell’incontro, ma anche sul contenuto stesso del concetto di "remigrazione", cercando di ricondurre la discussione su binari più tecnici e meno ideologici.
Sabba esordisce soffermandosi sul metodo del confronto democratico e sulle richieste di annullamento o di presa di distanze giunte da più parti: «Trovo curioso che molti si dichiarino democratici fino a quando qualcuno esprime un'opinione diversa dalla loro. In una società libera non esistono idee da autorizzare e idee da vietare per decreto. Chi organizza un incontro ha diritto di farlo nel rispetto delle leggi; chi non condivide quei contenuti ha altrettanto diritto di contestarli e manifestare il proprio dissenso. Questo è il principio democratico. Quello che non può essere accettato è il tentativo di impedire ad altri di parlare o di creare tensioni e problemi di ordine pubblico per affermare le proprie ragioni. Busto Arsizio ha bisogno di confronto, non di tifoserie ideologiche. Le idee si combattono con altre idee, non con la censura. Le istituzioni devono garantire libertà e sicurezza per tutti, non scegliere quali opinioni meritino di essere ascoltate».
Successivamente, l'assessore entra nel merito della proposta di legge, lamentando come il termine "remigrazione" sia stato, a suo avviso, distorto nella narrazione pubblica di questi giorni e associato a scenari estremi: «Detto questo, sul tema della remigrazione ritengo che il dibattito pubblico sia stato inquinato da una grande quantità di semplificazioni e rappresentazioni caricaturali. Da giorni sento parlare di deportazioni di massa, rastrellamenti e scenari che nessuno dei promotori dell'iniziativa ha mai prospettato».
Sabba espone quindi la propria visione in materia di sicurezza, integrazione e rispetto delle regole di convivenza civile, delineando una distinzione di principio tra chi possiede la cittadinanza italiana e chi risiede nel Paese come ospite, con un esplicito riferimento al sistema carcerario: «Personalmente sono favorevole al principio secondo cui chi sceglie di vivere nel nostro Paese deve rispettarne le leggi e le regole fondamentali della convivenza civile. Chi delinque abitualmente, chi accumula condanne, chi dimostra con i fatti di non voler contribuire alla società che lo ospita e di considerare il territorio soltanto un luogo da sfruttare per commettere reati, non può pretendere che lo Stato continui a tollerarne la presenza all'infinito. Mi viene spesso opposta la frase: «Anche gli italiani delinquono». Certo che delinquono. È una constatazione ovvia. La differenza è che l'Italia è la casa degli italiani. Non possiamo rimpatriare un cittadino italiano in un altro Paese. Per questo esistono le carceri e le altre sanzioni previste dal nostro ordinamento. E in un mondo giusto la remigrazione dovrebbe essere la normalità e ciò porterebbe anche allo svuotamento delle carceri».
Infine, l'esponente della giunta bustocca affronta l'efficacia pratica che, a suo parere, una simile misura potrebbe introdurre all'interno del sistema sanzionatorio e giudiziario italiano, formulando un invito finale a una discussione basata sulle proposte concrete e non sulle polemiche precostituite: «Per chi invece non è cittadino italiano, ritengo legittimo discutere se, a fronte di comportamenti criminali reiterati e di una manifesta volontà di non rispettare le regole della comunità che lo accoglie, il rimpatrio possa e debba diventare uno strumento concreto. A mio avviso, una politica che affianchi alla detenzione anche la possibilità effettiva di allontanare dal territorio chi dimostra ripetutamente di non voler vivere secondo le nostre regole renderebbe più efficace il sistema e contribuirebbe a liberare risorse oggi assorbite da situazioni che si trascinano per anni senza una soluzione reale. Si può condividere o meno questa impostazione, ma trovo intellettualmente disonesto attribuire a chi ne parla progetti di rastrellamento o fantasie autoritarie che nessuno ha mai proposto. Se vogliamo discutere seriamente, discutiamo delle proposte reali e non di quelle inventate dagli avversari».














