«Sindaco? No, oggi non ci penso». Samuele Corsalini lo ripete più volte di fronte a una domanda che, a Varese, circola con insistenza. Eppure quando parla di comunità, decoro, commercio, sicurezza e giovani la sensazione è che la politica «nel senso più autentico del termine», come la definisce, sia già parte integrante del suo quotidiano.
Classe 1991, un passato in cui ha ipotizzato di militare nella Lega ma che poi ha preferito lasciarsi alle spalle, oggi Samuele Corsalini lavora nel campo della finanza, è content creator sui temi cittadini, autore di cinque libri, di cui tre dedicati a Varese, presidente della Pro Loco Giovani e presenza costante nei momenti istituzionali e associativi della città. Una figura che si muove sul crinale tra partecipazione civica e impegno politico, pur rifiutando - almeno per ora - l’etichetta di candidato. Siamo andati ad ascoltarlo: questa è la sua idea di città.
«Il mio impegno è politico nel senso più autentico del termine - spiega - perché politico deriva dal greco e significa fare il bene della polis. Ma non è un impegno partitico. Ho avuto un cassetto partitico, come si sa, che ho abbandonato in favore di un progetto che punta a far tornare l’amore per la città alle persone che la vivono. Non c’è città senza comunità e non c’è comunità senza città».
«La vera sicurezza nasce dalla presenza delle persone»
Commercio, turismo, decoro urbano, sicurezza, mobilità: Samuele Corsalini espone un'altra idea di città. A partire dal commercio, che definisce «in evidente sofferenza». «Basta farsi una passeggiata in corso Matteotti per rendersene conto - osserva - C’è un continuo avvicendamento di negozi, molte vetrine vuote, e la progressiva scomparsa delle botteghe artigiane. Al loro posto restano soprattutto grandi catene che mantengono il nome, ma non costruiscono identità. Questo dovrebbe farci riflettere sul modello di città che stiamo creando».
Il tema del commercio, per Corsalini, è strettamente intrecciato a quello del turismo: «È vero, il turismo sembra essere tornato, ma Varese non offre ancora un sistema di servizi adeguato. Gli hotel sono pochi, alcune strutture storiche sono in evidente declino, mentre i B&B funzionano, ma non possono reggere da soli una strategia di sviluppo. Senza attrattività commerciali e senza un’accoglienza strutturata, il turista resta di passaggio».
Capitolo decoro urbano: «Varese è la Città Giardino, ma oggi chi arriva vede soprattutto asfalto e cemento. L’ingresso da largo Flaiano è ancora segnato da reti di cantiere scolorite, piazza Monte Grappa è priva di verde, e in corso Matteotti le basi delle colonne sono abbandonate al degrado. Sono dettagli, certo, ma sono anche segnali di trascuratezza che incidono sulla percezione di sicurezza e sulla voglia di vivere la città».
E la sicurezza? «Le forze dell’ordine fanno già un lavoro straordinario, con un questore e un prefetto di altissimo livello. Ma la sicurezza vera nasce dalla presenza delle persone. Una città piena, vissuta, illuminata, con negozi aperti e piazze frequentate è una città che scoraggia il degrado e la criminalità». Sugli spazi strategici dell’ex Caserma Garibaldi: «Qualunque destinazione che generi flusso di persone - università, uffici, servizi pubblici - porta aggregazione e quindi maggiore sicurezza. Il problema non è cosa diventa, ma che torni a essere un luogo vivo».
Mobilità, turismo e commercio secondo Corsalini devono intrecciarsi, con uno sguardo a luoghi unici e iconici, dal Sacro Monte al Campo dei Fiori a Ville Ponti, ma non solo: «La mobilità green è importante, ma deve dialogare con l’economia cittadina. Se blocchiamo i flussi, rischiamo di allontanare anche chi potrebbe venire dalla Svizzera o dai territori limitrofi. Varese deve essere pensata come un sistema, con più poli di attrazione: il Sacro Monte è fondamentale, ma non può essere l’unico. Abbiamo luoghi di una bellezza incredibile che restano chiusi o poco accessibili. Aprirli, renderli vivi, significa creare economia, identità e orgoglio. Non snaturarli, ma farli respirare».
«I giovani ci sono, ma di chi possono fidarsi?»
Il passaggio forse più politico arriva quando il discorso si sposta sulla partecipazione e sul rapporto tra giovani e urne. Un tema che Corsalini affronta con una constatazione netta: «Oggi ai giovani non basta più essere chiamati a votare, bisogna offrire loro un motivo reale per farlo».
«Perché un ragazzo dovrebbe andare alle urne? - si chiede - Non certo per ascoltare l’ennesimo politico sul palco che parla un linguaggio distante. I giovani hanno bisogno di vedere persone credibili, presenti nella vita quotidiana della città, che conoscano i problemi reali: chi non riesce ad arrivare a fine mese, chi fatica a uscire di casa, chi non trova spazi di socialità».
Secondo Corsalini, il disimpegno nasce da una frattura profonda tra istituzioni e vita reale: «L’amministrazione comunale ha poteri limitati, è vero, ma può incidere moltissimo sulla qualità della vita quotidiana. Se la politica torna a essere questo, allora il voto torna ad avere senso». In questa prospettiva, la partecipazione non è un atto episodico, ma un percorso: «I giovani li vedi agli eventi, li vedi quando c’è qualcosa che li coinvolge davvero. Hanno voglia di uscire, di incontrarsi, di riscoprire la socialità che il periodo del Covid ha fortemente compromesso. La politica dovrebbe partire da lì, non calare dall’alto».
Il voto, quindi, come naturale conseguenza di un rapporto ricostruito nel tempo: «Non si tratta di convincere qualcuno una settimana prima delle elezioni, ma di essere presenti ogni giorno, di dimostrare coerenza, ascolto, capacità di migliorare anche di poco la vita delle persone. Solo così si può chiedere ai cittadini, e soprattutto ai giovani, di tornare a credere nel valore della partecipazione democratica». Un messaggio che, pur senza annunci ufficiali, suona come una linea politica che alimenta la domanda iniziale, una domanda che a Varese continua a circolare. Non tanto se Samuele Corsalini si candiderà, ma quando deciderà di farlo.















