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Calcio | 22 settembre 2022, 07:40

Marini: «Varese dovrebbe dedicare un monumento a Peo Maroso. E invece... Lo voleva l'Inter, ma lui mise davanti il biancorosso»

Settimana scorsa il decennale della morte della leggenda biancorossa (giocatore, allenatore, presidente) è caduto quasi nel dimenticatoio. Il campione Mundial dell'82 svela un retroscena incredibile sulla corte nerazzurra rifiutata dal Peo: «Aveva un'alchimia unica con il Varese e il Sacro Monte, infatti ci mandava spesso lì a correre. Una volta fui espulso e mi vergognavo... a lui bastò uno sguardo e una pacca sulla spalla per farmi crescere dicendo: "Sono cose che succedono"»

Peo Maroso nel suo Franco Ossola ai bei tempi del Varese fatto di radici e società che duravano nel tempo

Peo Maroso nel suo Franco Ossola ai bei tempi del Varese fatto di radici e società che duravano nel tempo

Se al Franco Ossola dovremo forse attendere il ventennale dalla morte perché Peo Maroso venga ricordato a dovere, come non è stato fatto nel decennale della sua scomparsa dello scorso 16 settembre, a parte un accenno nella serata in Fiera, le parole del figlio Virgilio e della nipote Martina (leggi QUI) sulla leggenda biancorossa - giocatore, allenatore, dirigente, presidente: una vita per il Varese, di cui ha incarnato i valori e l'essenza - non sono certo rimaste lettera morta nella gente, quella che ha presenziato alla cerimonia nella chiesa di Giubiano, ma anche in un campione del mondo come Gianpiero Marini, che considera il Peo un secondo padre o un fratello maggiore. 

La sua città e i suoi colori si ricordano di Peo maroso?
Varese dovrebbe dedicargli un monumento, non basta assolutamente avergli intitolato la curva nord. Ha portato la società ad altissimi livelli e ha lanciato una miriade di talenti che sono arrivati nei club più blasonati del calcio italiano. Sicuramente i tifosi biancorossi hanno bene a mente i campioni che ha scoperto o rivalutato...

Ci racconta un aneddoto sul Peo?
Già ero alla corte nerazzurra e, grazie ai grandi risultati che Peo stava conseguendo a Varese nella crescita dei giovani, vi fu un forte interessamento dell'Inter, poi caduto perché lasciare i colori biancorossi gli avrebbe provocato una sofferenza troppo grande. Aveva un'alchimia straordinaria con Varese ed i suoi tifosi, e forse anche con l’aria del Sacro Monte, dove ci mandava spesso a correre e a fare fiato.

Che rapporto aveva con voi giovani?
Straordinario. Entrava subito in empatia, sapeva motivarci senza metterci troppe pressioni. Ci trasmetteva insegnamenti di vita e di comportamento, in campo e fuori, che ho messo a frutto in seguito quando giovano con l'Inter, in Nazionale ma anche da allenatore e dirigente.
Sapeva integrarci nel gruppo degli anziani: con Ambrogio Borghi, Dario Dolci, Gabriele Andena e Chicco Prato non abbiamo mai avuto problemi. Riusciva a limare tutte le eventuali piccole spigolature che magari emergevano negli spogliatoi.
A proposito, vi racconto un episodio. In una partita importante ero abbastanza nervoso e presi subito un'ammonizione, poi feci un'entrata non proprio pulita e l’arbitro mi mostrò il cartellino rosso. Mi vergognai tantissimo, e mi aspettavo una severa "ramanzina", eppure a Peo bastò uno sguardo per farmi capire che avevo sbagliato ed una pacca sulla schiena per dirmi che sono cose che succedono. Per me giovane calciatore fu una grande lezione di vita.

Ricordi suoi su mister Maroso.
Tantissimi, come ne ho tanti bellissimi, forse i migliori della mia vita, di Varese. Nel mio studio c’è una bacheca con diversi trofei vinti: davanti a tutte le coppe, c’è quella di miglior giocatore dell’anno ricevuta dalla società biancorossa. Ricordo ancora oggi la commozione che provai nel ricevere questo prestigioso premio. Ma sarebbe stato più giusto assegnarlo al Peo, perché se sono entrato nel cuore dei tifosi il merito fu suo.

Qualche altro ricordo?
Io e Bruno Mayer prestavamo il servizio militare a Bologna ed avevamo un orario preciso per rientrare a Varese ad allenarci. Come succede quando si è giovani, però, la puntualità spesso manca. Arrivammo in ritardo ed entrambi ci aspettavamo un cazziatone, ma il mister ci accolse con un grande sorriso e chiese ai compagni di applaudirci per darci la carica ad entrare in allenamento senza neppure scaldarci, anche se pretese il massimo da noi. Di più: in ritiro per una importante partita, ci volle al tavolo vicino a lui. Questo era Maroso. Tra me ed un grande saggio come lui bastava uno sguardo per intenderci: io, poi, avevo il compito di trasmettere questa importante "carica" visiva alla squadra.

Quando andò a giocare a Milano, siete rimasti in contatto.
Certo, ci sentivamo spesso, parlando di calcio ma non solo. Spesso chiedeva consigli su investimenti nel settore bancario, vista la mia passione, ma alla fine il tranquillo torinese Peo non rischiava: nessuno è perfetto... A proposito, vorrei salutare i tifosi biancorossi con l’augurio di vedere il Varese al più presto nella categoria che la Città Giardino si merita.

Claudio Ferretti - Andrea Confalonieri


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