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Eventi | 05 luglio 2021, 10:30

L'arte di stupirsi davanti alle piccole cose. In un libro le poesie di Alberto Nessi

Il poeta ticinese ha composto una splendida racconta poetica intitolata “Minimalia” (EIC Edizioni) che raccoglie versi “di vagabondaggio”. Un libro per ricominciare a pensare e a sperare

(foto Mario Del Curto)

(foto Mario Del Curto)

Un poeta è l’occhio e l’orecchio del mondo, colui che come in trance percepisce la diversità, il cambiamento, l’amore e il dolore, la semplicità di un sorriso, la complicità di un fiore che sboccia. Alberto Nessi è tutto questo, con l’invidiabile leggerezza dei suoi 80 anni e la felicità di stupirsi ancora davanti alla clematide «che s’inanella come una sonatina di Clementi», o al ciclamino che «cresce senza far rumore». 

Ticinese, nato a Mendrisio e cresciuto a Chiasso, studi da maestro a Locarno e di lettere all’università di Friburgo, ha insegnato e pubblicato poesie, racconti, romanzi e articoli e vinto, nel 2016, il Gran Premio svizzero di letteratura. L’anno precedente era entrato come finalista nella terna del Premio Chiara con la raccolta di racconti “Milò”.  

Durante il lockdown del 2020, Nessi non è stato con le mani in mano, ha annotato quotidianamente su una moleskine pensieri e sensazioni, osservazioni e critiche, tutto poi pubblicato in “Corona Blues” dalle edizioni Casagrande di Bellinzona e ora tradotto in tedesco da Limmat Verlag di Zurigo, con il ritmo rallentato del vivere che ha favorito l’introspezione, l’osservazione approfondita, l’apprezzare il silenzio e il tempo della natura. 

Oltre a ciò, il poeta di Bruzella, piccolo borgo della valle di Muggio, ha composto una splendida racconta poetica intitolata “Minimalia” (EIC Edizioni, pp. 80) che raccoglie versi “di vagabondaggio”, simili alle pagine che un altro camminatore e osservatore di uomini, animali e fiori, Carlo Linati, amava vergare in un taccuino di viaggio assieme a disegni e china. Il mondo raccontato da Nessi è quello del bosco e del prato, degli amici vicini e lontani: «Cerca di imparare dalle piante/ e anche dalla solitudine/ dal silenzio dalle cose/ nascoste nella cruna dell’ago/ impara dalla luce che rischiara», scrive, e il suo è un suggerimento in punta di voce, un sussurro nitido come le albe di primavera.

Alberto Nessi è uno che non cede, che fa della resistenza intellettuale il baluardo contro l’omologazione, le chiacchiere massmediatiche e dei social network, difende il suo essere artista puro, esalta il silenzio e lo stare in solitudine, cose che fanno sedimentare le sensazioni e le trasformano in poesia. 

Ecco l’omaggio all’amico Sandro Sardella: «Ho dimenticato il mio amico Sandro/ poeta operaio di Varese/ che ha chiuso il cuore in una gabbia per uccellini/ attorniata da sciacalli», oppure lo sdegno per un’umanità in rotta di collisione: «Siamo gli ultimi Sapiens? Mica tanto/ a giudicare dalla sapienza/ di chi lascia morire/ uomini bestie piante/ speranze. Forse siamo/ i primi Insipiens».  

Scorrere le pagine del piccolo libro di pensieri è come cogliere fiori in un prato, perché il poeta si stupisce e sa stupire, con levità mozartiana: «Visto dalla finestra il ramo / è un dettaglio/ visto dentro lo specchio del cuore/ è un compagno di viaggio», e ancora: «Stiamo zitti/ lasciamo la parola all’equiseto». A volte arriva l’auto ironia: «Certe volte se dico il mio nome,/ capiscono Messi il footballeur./ No, dico, con la “n” come nessuno/ come la nebbia dove sono nato/ come il netturbino che porta via il fogliame/ come il nesso tra nuvola e nottola/ come il niente che tutti diventiamo», a volte il lampo del naturalista: «L’orbettino/ a toccarlo con un fuscello/ luccica come gli occhi/ di una bambina». 

Vorremmo molti libri come questo, per ricominciare a pensare e a sperare, a stupirci di fronte a piccole cose meravigliose, come un filo d’erba o un convolvolo, una nota di pianoforte e un bombo ronzante. Nessi ci riesce ogni volta, a danzare con le parole e a camminare nei sogni, a salutare con sempre nuova passione il giorno e la notte, dove «cresce il luppolo» e i fiori «guardano con un occhio solo».

Mario Chiodetti

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