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Storie | 18 febbraio 2021, 20:10

Da Villa Toeplitz al deserto africano, la storia di una passione che attraversa lo spazio e il tempo

Ripercorriamo insieme a Marco Castiglioni le orme di suo padre e di suo zio alla scoperta di un mondo dimenticato, grazie a ricordi e reperti ora esposti nelle sale del Museo Castiglioni, nel Parco di Villa Toeplitz. Con un obiettivo: «Creare a Varese un “Museo dell’esplorazione”»

In una sala del Museo Castiglioni, è riprodotta un'autentica tenda Tuareg

In una sala del Museo Castiglioni, è riprodotta un'autentica tenda Tuareg

Ogni volta che entriamo nel Parco di Villa Toeplitz e passeggiamo per i sentieri ombrosi, troviamo sempre una sorpresa ad attenderci.

Tra queste, la dépendance della Villa, un piccolo edificio che contiene una grande storia. La mostra permanente che si snoda attraverso le sei sale del Museo Castiglioni, infatti, racconta la passione per l’archeologia e l’etnologia che ha portato i fratelli Alfredo e Angelo Castiglioni a viaggiare per sessant’anni nello spazio e nel tempo, per scoprire l’Africa dei popoli antichi, dagli antichi Egizi e la loro attività mineraria alla ricerca dell’oro, ai Tuareg e i loro viaggi nel deserto, ai Nilo Caminiti e le loro chiome meravigliose, e portare a casa reperti, documenti, ricordi ed emozioni.

La storia di intere civiltà, ma anche di una famiglia, conservata e narrata nei minimi dettagli da Marco Castiglioni, Presidente dell’Associazione Culturale Conoscere Varese, cui è affidata la gestione del Museo.

L’oro dei faraoni e i graffiti

La prima sala del Museo è dedicata a un tema molto prezioso: l’oro dei faraoni.

«Era il 1957 quando mio padre e mio zio partirono in Vespa per la Mauritania, per il loro primo viaggio in Africa alla ricerca di una verità sconosciuta al mondo accademico in merito all’oro degli antichi egizi. La convinzione comune era che questo popolo non si fosse mai allontanato dalle rive del Nilo e fosse arrivato a Burgus, centro orifero, seguendo il suo corso. Mio papà e mio zio avevano, invece, una teoria diversa: dallo studio della geografia del deserto nubiano, infatti, avevano individuato tre cateratte, ovvero tratti non navigabili, anche a causa di forti venti».

Questa idea ha spinto i due esploratori a cercare una strada alternativa, più interna: sulla base di alcuni calcoli, hanno stimato che una carovana di asini potesse percorrere circa dieci, quindici chilometri al giorno. Così, hanno compiuto a loro volta il tragitto e ciò ha permesso loro di scoprire geroglifici inediti da cui, una volta tradotti, hanno capito non solo che quello era il percorso giusto, ma c’erano anche tante altre piste attive in mezzo al deserto.

Una tra queste ha condotto Angelo e Alfredo, il 12 febbraio 1989, dopo quindici anni di ricerche, a Berenice Panchrysos (dal greco pan - crisos, “tutta d’oro”), zona orifera in cui hanno trovato cento miniere d’oro, le tombe e i villaggi dei minatori, un’intera città sorta appositamente per gestire il lavoro di scavi, organizzata e ben strutturata - come dimostra il decumano che la attraversa - per ospitare circa diecimila persone.

«Mi piacerebbe far vedere come mio padre e mio zio hanno effettuato le loro ricerche - racconta Marco - fino agli anni Ottanta questa parte montuosa del deserto era inesplorata, non era raggiungibile con i mezzi meccanici, senza contare che i GPS, allora strumenti militari, non erano precisi come quelli di oggi, indicano le coordinate geografiche ma con qualche chilometro di scarto».

Grazie alla loro scoperta, i fratelli Castiglioni hanno riscritto un intero capitolo della storia egizia e portato a casa un bagaglio di circa cinquemila reperti, tra cui i graffiti (o meglio, i calchi dei graffiti) esposti nella seconda sala.

Tanti disegni di animali e scene di caccia, realizzate dieci, quattordicimila anni fa con una precisione, un’attenzione al dettaglio e, in alcuni casi, una profondità degne dei più brillanti artisti contemporanei, oltre a essere strumenti chiave per comprendere la cultura dei popoli del paleolitico superiore, molto legati alle credenze, ai riti propiziatori - speravano che “catturare” un elefante sulla roccia fosse di buon auspicio per catturarlo nella realtà!

Alla scoperta dei popoli africani

Il piano superiore riserva nuove sorprese: qui, è raccontata la storia dei popoli africani inseriti nell’ambiente in cui vivevano (e vivono ancora oggi), a riprova del fatto che l’uomo sia riuscito a colonizzare anche un luogo difficile come il deserto.

Il primo incontro è con i Tuareg, in origine cacciatori, ora commercianti e allevatori conosciuti anche come “uomini blu” perché, spiega Marco, «per proteggersi dal vento e dalle tempeste di sabbia, indossavano veli colorati con l’indaco, un pigmento di origine vegetale con molecole che fanno da isolante termico. Con il caldo, la pelle suda, i veli rilasciano il colore e questo si fissa in modo indelebile sulla pelle. Ma per loro è un vanto, è simbolo di valore sociale, perché è un pigmento molto costoso, quindi solo i più benestanti potevano permetterselo».

La società dei Tuareg è matriarcale: «Era la donna il punto ferma della famiglia, gli uomini andavano in guerra, o in mezzo al deserto, non sapevano se sarebbero tornati. Avevano anche una visione molto romantica, poetica di alcuni eventi come la morte, oltre a un forte rispetto per gli animali», come i dromedari, fondamentali per un popolo che, come il loro, era nomade e doveva continuare a spostare suppellettili, cibo, acqua e tutti gli oggetti di uso quotidiano che ritroviamo in una ricostruzione di una tenda Tuareg - così perfetta che, nella sala dedicata, sembra quasi di percepire il suono del vento, il profumo del sole sulla sabbia.

Altrettanto dettagliato è il racconto di una tragedia, una carovana intera morta di sete in mezzo al deserto, vittima di una tempesta di vento, di cui sono rimaste ossa umane, animali imbalsamati dalla sabbia e pochi altri resti: «Questo evento deve essere di monito anche per noi, diamo l’acqua per scontata ma ci sono popoli a cui manca, o ne hanno poca e ogni goccia deve essere risparmiata».

Il percorso prosegue alla scoperta dei Nilo Caminiti - i Masai sono i più famosi - riconoscibili per l’estetica «sgargiante, variopinta, che si riflette nei gioielli o nelle capigliature. Sono nomadi perché seguono i pascoli, non hanno suppellettili ma un grande senso artistico, loro stessi diventano vere e proprie opere d’arte viventi. Le acconciature, per esempio, nascono con una funzione pratica, ovvero difendersi dai parassiti, ma sono anche belle da vedere e definiscono lo stato sociale di chi le indossa», così come i gioielli, simbolo della bellezza, della prosperità della donna o del valore di un uomo.

Nell’ultima sala, troviamo utensili, come strumenti musicali, armi e ornamenti che appartenevano a questi popoli e li accompagnavano nella loro quotidianità - e spesso decorati con perline colorate, preziose perché non facili da trovare e per questo tramandate di generazione in generazione.

La storia continua: i progetti futuri

Il Museo Castiglioni ha aperto nel Parco di Villa Toeplitz nei primi anni Duemila, quando il Comune ha concesso l’utilizzo della dépendance (prima, la collezione era allestita nelle Scuderie di Masnago). All’inizio, tuttavia, era visitabile solo un piano e solo su prenotazione.

Marco ricorda ancora quel periodo, in cui le sale «erano abbandonate a sé stesse, tutti i reperti erano ammassati, mio papà e mio zio soffrivano, erano parte della loro vita, dovevano essere fruibile da tutti. Così, ho rinunciato al lavoro in Regione Lombardia per dedicarmi io al Museo».

Un progetto molto impegnativo, ma anche motivo di grande orgoglio e, soprattutto, primo passo di un lungo percorso che il Presidente vuole intraprendere: «Sono grato al Comune per averci donato questa palazzina, ma non voglio fermarmi qua, anche perché questa è solo una minima parte di quanto la mia famiglia ha accumulato in oltre sessant’anni, il patrimonio potrebbe arricchirsi ulteriormente».

La cultura è fondamentale per la società, per il suo miglioramento e la sua crescita, proprio per questo è importante investire in essa e pensarla in ottica imprenditoriale. Questo è il desiderio di Marco, che, insieme ai professori del Comitato Scientifico di supporto alle attività del Museo, sta già sviluppando nuove idee e proposte da sottoporre al sindaco di Varese: «Non penso esista in Italia o in Europa un museo dell’esplorazione. La nostra città ha tanti musei belli, ma quello che manca è un luogo che abbia attrattività universale con un nome evocativo, un “museo dell’esplorazione” che non si limiti al viaggio degli occidentali in Africa o in Oriente, ma sia un viaggio nello spazio, negli abissi marini, nell’animo umano. Cerco di fare qualcosa di buono per la mia città, qui si respira la passione di mio padre e di mio zio, ed è questo che un museo deve fare: favorire la condivisione di emozioni ed esperienze».

 

La visita è finita, è ora di tornare al presente, con la tecnologia, gli abiti, i mezzi di trasporto e una certezza in più: non dimenticheremo mai il viaggio che abbiamo appena compiuto, attraverso la storia di intere civiltà che, in fondo, non sono state, sono e saranno così diverse dalla nostra. 

Le bellissime sale del Museo Castiglioni vi aspettano dal mercoledì al venerdì dalle 14.00 alle 20.00. Potete trovare tutte le informazioni sul sito www.museocastiglioni.it

Giulia Nicora

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