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Storie | 04 agosto 2020, 09:00

IL PERSONAGGIO. Carlo Morjs, l'Usignolo di periferia cresciuto a bel canto e ciclismo

Mario Chiodetti dipinge un ritratto a tutto tondo del poliedrico cantante melodico bizzozerese: la "passionaccia" per la musica e le bici, i concerti, il passato in sella con la Crennese fino a un Disco d'Oro vinto nel 1986

IL PERSONAGGIO. Carlo Morjs, l'Usignolo di periferia cresciuto a bel canto e ciclismo

Il Carlo chiama due volte, ha il numero criptato, chi riceve non vede che è lui, così con gli amici si accorda per una doppia telefonata, la prima uno squillo, la seconda libera, contando sulla prontezza dell’interlocutore, che magari è sopra pensiero o non ricorda che dietro il numero nascosto c’è Morjs da Bizzozero, cantante melodico all’italiana, emulo di Luciano Tajoli e suo erede diretto. 

È commendatore, il Carlo, ma l’unico indizio potrebbe essere la pancetta, per il resto l’onorificenza la conoscono in pochi, una volta ogni tenore che si rispetti l’aveva, Gigli, Pertile, Schipa, perfino qualche baritono, tipo Battistini.  Perché Morjs, ci si chiede, con una vezzosa “j” un po’ esotica e un po’ paesana, un nome d’arte, certamente, ma ben scelto, arrivato da una libera interpretazione di Moreno, Carlo pure lui, cantante anni ’30, che in realtà si chiamava Armando Simonini e lanciò un hit del tempo, “Signorina grandi firme”, con il Trio Lescano a fare il coretto e Boccasile a disegnare bellezze dalle lunghe gambe scoperte. 

Il Carlo canta ancora, all’età di 74 anni, la voce c’è e la voglia deve venire, perché tirare avanti è dura, la pensione basta appena, a 11 anni già in valigeria a lavorare e respirare i fumi di colle e solventi, poi la sera a studiare per prendere il diploma di infermiere, con la passionaccia per la bicicletta e il canto. Nel dopoguerra c’era tutto da fare, bisognava inventarsi un futuro, e lui, non ancora Morjs, esordisce a sedici anni con la Crennese di Gallarate, la bici costruita a mano dal leggendario Stefano Bogni di Valle Olona, si piazza in diverse gare, ma nel 1970 smette, la voce chiama, alla musica non si riesce mai a dire no.

Arriva di primo pomeriggio il Carlo, con una borsa della spesa ricolma che appoggia con noncuranza sul pavimento e abbandona lì al momento del commiato: «È per te, se non ci si aiuta tra noi, mangia Mariolino, e bevi alla mia salute». C’è la Bonarda pavese, ci sono riso e pasta, passata di pomodoro e caffè, per un attimo mi sembra che sia tornata la borsa nera e si faccia festa dopo anni di miseria in tavola, del resto il repertorio del tenore è quello degli anni delle mille lire al mese, soldati che salutavano e andavano in Abissinia, dei tanghi all’italiana di mille capinere e gelosia. 

È un comunista disilluso il Morjs, ora ha venature sovraniste, ma ancora crede nella solidarietà, nei valori che suo padre, comunistissimo e togliattiano, gli ha trasmesso, quelli di una volta che forse non avevano a che fare con la politica o l’ideologia, ma tanto con il buon senso, l’amore e il rispetto per il prossimo. Davanti a un caffè, Carlo mi racconta la sua vita, i rimpianti e le gioie passate, la donna che finse di amarlo ma lo lasciò quando scoprì che era povero, le canzoni che non son più quelle, con i cantanti che schiamazzano invece di intonare, l’Italia che va nel baratro e ci rimane, la nuova tournée estiva quest’anno ridottissima per il virus, la compagna che sta per andare in pensione con la minima. 

Si faceva così, un tempo, nelle osterie di fuori porta di gucciniana memoria, si chiacchierava tra amici, ci si guardava negli occhi e l’intesa era silenziosa e duratura. Chi canta, oggi, “Luna algerina”, “Mamma”, “Angeli negri” (adesso sarebbero “di colore”), o “Mattinata fiorentina”? Carlo ha le basi che Tajoli si portava dietro negli ultimi anni, dopo una vita trascorsa in giro per il mondo a far conoscere la canzone melodica italiana fino in Brasile, così a Ferragosto andrà in val di Fassa e poi, Covid permettendo, a Jesolo in settembre, qualche serata negli alberghi a far venire la nostalgia ai settantenni in vacanza. 

Il tenore Carlo Morjs ha vinto anche un Disco d’oro, nel 1986, un milione di copie vendute di “Mamma perdonami”, si è esibito a Bussoladomani e arrivato secondo nel ’74 al Cantagiro svizzero al Tropical di Agno, e solo due anni fa, a pochi giorni dal crollo del ponte Morandi a Genova, ha cantato all’Ariston di Sanremo per beneficienza, destinando l’incasso ai familiari delle vittime.  

Il Carlo è fatto così, ha un cuore grande, e quando c’è l’articolo da fare si presenta con un foglio protocollo scritto a mano con le sue considerazioni del caso: ce n’è per tutti, la decadenza dei costumi, l’ignoranza galoppante, i cantanti cani e i giovani che non hanno interessi, la vera origine di “Bella ciao” o la natura dei vocalizzi da fare ogni giorno sulla vocale “u”, perché la voce non arrugginisca. A Natale arriva il panettone, a Pasqua la colomba, mi sembra a volte di essere un medico e non un giornalista morto di fame, gli dico di lasciar perdere, ma lui niente, la borsa della spesa è colma, l’ha portata addirittura con il carrello da Bizzozero, a piedi. 

Parliamo di gatti e di canzoni, gli faccio ascoltare Ferdinando Orlandis, che conosceremo in dieci, un 78 giri con la versione italiana di “Warum?”, ci sembra di esser tornati ai tempi dell’Eiar, con la famiglia riunita intorno alla radio ad aspettare Rabagliati, Silvana Fioresi o Meme Bianchi da Porto Ceresio, che Carlo andava a trovare su una 500 scassata e con la quale realizzò epiche trasmissioni a Radio Varese.

In Germania lo chiamavano “usignolo di periferia”, il tenore Morjs che cantava ai Festival dell’Unità, voce dell’Orchestra Prevital, melodista all’italiana che seguiva la linea di Villa, Consolini e Narciso Parigi, e bambino saliva sui tavoli del circolo dopolavoro Enal a intonare “Vecchio scarpone”, hit di Bruno Pallesi. 

Ciao Mariolino, ma Carlo ha ancora tempo per prendere brugola e pinza e sistemarmi il freno della “Bianchi”, marchio di culto per un coppiano come lui, che bambino conobbe Fausto nella bottega di “Stravaca” Zanzi, si allenava con Miro Panizza partendo dalla Fiat di viale Belforte, ma anche con Adorni e Panbianco, e frequentò Maspes quando gareggiava in pista con i colori del Borghi. Il freno frena, e prima di accomiatarsi c’è un ricordo: «Nel negozio dell’Augusto c’era un pezzo di tronco segato, tutti lo chiamavano “ul sciuchètt dul Coppi” perché Fausto si sedeva sempre lì a pulire la sua bicicletta quando si allenava dalle nostre parti».

Carlo Morjs è in partenza per la val di Fiemme, a far rivivere un mondo che non c’è più, quello delle canzoni d’amore intonate con la mano sul cuore, in mezzo alla gente, nelle feste popolari di paese, tra un bicchiere di rosso e un bacio, come quando tutta l’Italia si teneva per mano.

 

Mario Chiodetti

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