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Varese | 15 maggio 2020, 10:27

Aspettavo la canzone della sera da Maniglio. A lui bastava un gesto per dire tutto

Marilena Lualdi ricorda Maniglio Botti, storica colonna della Prealpina, scomparso ieri: «Non gli piacevano i complimenti, l'"io" non gli apparteneva e a una cronista in erba come me, in cerca di maestri, non si poneva mai come tale. Perché lo era. Quella volta che annuì al direttore Mino Durand che se ne stava andando...»

Aspettavo la canzone della sera da Maniglio. A lui bastava un gesto per dire tutto

Marilena Lualdi ricorda Maniglio Botti, storica colonna della Prealpina e volto dell'informazione in provincia di Varese scomparso ieri all'improvviso (leggi QUI).

Maniglio no. Aspettavo la sua canzone della sera su Facebook, che non era una canzone ma un racconto capace di intrecciare musica e vita. Come quando scorgevo il suo articolo sulla Prealpina e lo divoravo. Quello che mi tracciava una strada con la sua precisione e la sua arte, straordinariamente affiatate. Mostrava dove e come andare, sì, a una cronista in erba come me, in cerca di maestri. E Maniglio Botti lo era, anche perché non si poneva mai così.

Non credo neanche di averglielo mai detto, perché lui avrebbe sorriso e detto: ma dai, Malu, come mi chiamavano in Prealpina. Non gli piacevano i complimenti. Le parole, sapeva posarle sul foglio. L’essenzialità diventava ancora più marcata, quando si parlava.

Ricordo quando iniziai, lui faceva parte del Cdr. Sapeva combattere, la sua grinta potenziata dall’imperturbabilità apparente. Era l’epoca in cui i giovani facevano una gavetta dura e breve, ancora accolti nelle redazioni e quindi con la possibilità di crescere. Io avevo un contratto part time – che poi, per passione, di parziale non aveva nulla – e contavo i giorni che si trasformasse in tempo pieno. Quando il direttore Mino Durand se ne andò la prima volta, incontrò il comitato di redazione e lo salutò. Poi venne da noi: «L’ho detto a Maniglio, mi raccomando Malu». Maniglio aveva dato una delle sue risposte preferite: annuì. Un gesto, che diceva tutto, essenziale.

I social sono una dannazione, se lo vogliamo. Ma che gioia quando ci fanno (ri)trovare. Io ho potuto leggere ancora Maniglio quasi quotidianamente grazie a Facebook. Postava una canzone, ma tutto il ritratto che ne scaturiva, era un’immensità. C’era da ricordare un collega e lui posava una pennellata accurata e amica. 

Un giorno, ho dovuto scrivergli via Messenger. Ho chiesto al maestro che maestro non voleva essere: ma che cosa sta accadendo del giornalismo in cui credevamo? Che cosa posso fare? La sua risposta, la terrò sempre nel cuore. Tranne l’attacco, netto e addolcito subito che condivido: «La vita è strana, Marilù». E un altro passaggio, «la nostra – e sottolineo nostra – è stata una strada lastricata di sacrifici, ieri e oggi». Nostra, perché l’“io” non gli apparteneva. Confessava una fortuna, quella di avere avuto un maestro e fratello maggiore come Pier Fausto Vedani, oltre ad altre benedizioni nella vita personale.

Maniglio era… Ma no. Maniglio è. Mi aveva promesso che sarebbe venuto in radio. E poi  io aspetto la sua canzone. Com’era quella di ieri… di Gianni Sanjust, «nobile sardo dei baroni di Teulada – ma nato a Roma – clarinettista, jazzista, musicista e autore, produttore discografico…». Tutta la cronaca, annunciata da un attacco asciutto: «Se n’è andato, quattro mesi fa».

Quella canzone mi fa male, si intitola “Io che non piangevo mai”. Allora non farmi piangere proprio questa volta: raccontacene un’altra. 

Marilena Lualdi

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