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Opinioni | 20 marzo 2020, 08:30

L'ANTIVIRUS/2. La voce delle nostre case ora è il silenzio. Ma il rumore tornerà a suonare il valzer della vita

La quarantena ci svela rumori dimenticati: il ticchettio dell'orologio o il cigolio della sedia sostituiscono le voci della città. Il giornalista Mario Chiodetti ci accompagna in questo viaggio nella "musica del silenzio" ai tempi del Coronavirus

L'ANTIVIRUS/2. La voce delle nostre case ora è il silenzio. Ma il rumore tornerà a suonare il valzer della vita

Sono quasi le due del pomeriggio, e ascolto. Mi ascolto, perché il silenzio sembra galleggiare, mutare forma come una nuvola, avvolgere me e gli oggetti che mi stanno intorno in una spirale quasi di fumo. Non sono più abituato a censire i rumori, ormai ci sovrastano, si accatastano gli uni sugli altri, scandiscono ogni ora della nostra giornata fino a sfinirci, sono così tanti da non riuscire più a separarli, a classificarli, dentro e fuori casa. 

Diventano, senza che lo si voglia, compagni di strada, voci cui aggrapparci nei momenti di angoscia, appuntamenti fissi che segnano il pranzo, l’uscita per la spesa, l’arrivo di “Mariano il postino di Giubiano”, che all’inizio della via suona, non solo due volte, il clacson del suo scooter giallo blu.  In questo silenzio si ha paura a far rumore, come accade in una veglia funebre, nelle sale d’aspetto dei medici o degli ospedali, o in quelle da concerto quando c’è un “pianissimo” che il musicista cesella a occhi chiusi. 

Ascolto ogni più piccolo moto dell’aria, la casa di colpo diventa uno strano strumento musicale, una sorta di quegli strambi “orchestrù” che nell’Ottocento facevano le veci delle filarmoniche nelle sale da ballo di periferia, pieni di violini, trombette, grancasse e tamburi pronti a far ballare le ragazze da marito.  

«Tooc teec tooc teec», il pendolo a colonna fa sentire il suo respiro regolare e, all’approssimarsi dell’ora, il meccanismo della suoneria si carica con una sorta di sbuffo che non avevo mai percepito, quasi un breve lamento che sfocia poi nei rintocchi cristallini e precisi di un orologio che agli inizi del XIX secolo segnava lo scorrere del tempo nelle sacrestie delle chiese e nelle cucine delle case nobiliari. I pendoli Morbier si trovano spesso con la base di legno corrosa dall’acqua, perché in cucina i pavimenti erano lavati a secchiate senza troppi riguardi per la mobilia. 

Una sera d’inizio febbraio, quando ancora il mostro non si era scatenato, il vecchio pendolo batté le undici perfettamente a tempo con un passaggio di Sphärenklänge di Joseph Strauss, che un maestoso Carlos Kleiber stava dirigendo in un cd d’antan con la Filarmonica di Zurigo. C’era aria di festa, amici sul divano, un buon bicchiere di Malvasia e qualche pasticcino, si cantava, suonava e ascoltava, come se il mondo finisse domani o magari incominciasse, senza sapere che non ci saremmo rivisti fino a data da destinarsi. 

Adesso gli fa da controcanto il «tic tac tic tac» scolastico del cucù, tedesco e infallibile, ma il censimento dei rumori dimenticati della casa riserva ancora molte sorprese, come lo scorrere dell’acqua nei tubi o il sibilo smorzato del boiler che sta caricando, e riprende più forte quando il termostato segnala la discesa della temperatura.  

C’è una reminiscenza futurista nello «sdeng tong” causato ogni tanto dalla pressione dell’acqua nei caloriferi, viene in mente la “Fontana malata” di Aldo Palazzeschi col suo «Clof, clop, cloch/ cloffete/ cloppete/ clocchete/ chchch…», mentre il secco e un po’ allarmante «ta taac» degli scaffali delle librerie, con il legno curvato dal peso della sapienza che tenta di assestarsi, fa scomodare il «tuum tuumb» di F. T. Marinetti e non mi meraviglierei se fossero proprio i suoi libri a creare lo sconquasso.

Mi passo la mano tra i capelli e fa rumore, poggio le mani sul piano di marmo della scrivania e fa rumore, la sedia girevole si lamenta come un poveraccio dal dentista, muovo i piedi e mi arriva il frusciare del tappetino sul pavimento. Questo silenzio irreale è come un pedale di basso continuo su cui inventare melodie di rumori: quello della piastrella sconnessa che cede al peso del camminare, del cardine non oliato della porta del bagno, della molla del divano che scatta con un piccolo rimbombo smorzato. 

La casa ha i suoi anni e questa è la sua voce, una voce che normalmente non ascolto perché è sommessa, timida, non vuole turbarmi con le magagne del corpo, ma che ora diventa più forte e quasi fastidiosa, perché l’orecchio ha ripreso la sua veste di analista smettendo quella di archivista generico, capace di scremare naturalmente i suoni non interessanti. 

Nell’appartamento sopra il mio, papà si è alzato dal divano e sta andando in cucina, come Renato nel “Ballo in maschera” «sento l’orma dei passi» non certo «spietati» ma cadenzati e alternati al «toc» secco del bastone, li seguo e capisco che torna in salotto e poi si sposta verso la camera da letto. Il silenzio torna a ricoprire ogni cosa come un manto di neve, e ora solo il fischio di un merlo lo rompe, seguìto subito dopo dal chioccolio sommesso della capinera e dal richiamo metallico della cinciallegra con uno dei suoi tanti dialetti. È di nuovo il contatto con la realtà. 

«Ci sono cose in un silenzio/ che non m’aspettavo mai./ Vorrei una voce/ ed improvvisamente/ ti accorgi che il silenzio/ ha il volto delle cose che hai perduto», cantava Tony Del Monaco in quel Sanremo 1968. Come scriveva Mogol, anche io ho sentito nel silenzio «una voce dentro me» e «tornan vive troppe cose che credevo morte ormai», ma tutto il resto non è perduto, solo avvolto in una grigia ragnatela che dobbiamo distruggere con la forza della ragione. I rumori torneranno, a molestarci certo, ma anche a farci capire che siamo di nuovo nel mondo, magari con una nuova consapevolezza e un po’ meno fretta. E allora il vecchio pendolo Morbier suonerà ancora a tempo con il valzer, con la vita. 

Mario Chiodetti

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