Per questioni di audience partiamo dalla fine. Lo richiede la constatazione del fatto che quasi ogni partita della Pallacanestro Varese si è ormai trasformata in un referendum pro o contro Kastritis e le sue scelte, come se i giocatori in campo e tutto ciò che circonda l’allenatore non esistessero o non avessero un peso…
E quindi: boia il greco per quei cambi su Calzavara, per quel Kamagate infilato da 8 metri e poi saltato come un birillo da un avversario che stasera avrebbe barattato la madre pur di ferire la squadra della sua città, che davvero non l’hai mai voluto? Ma sì dai, non ci vuole un genio a sostenere che sia stata una scelta sbagliata, sconfessabile nella filosofia così come è stata sconfessata dai fatti: cinque punti subiti e tutti a casa…
Kastritis come Kossiga, dopo i complimenti stasera se le sente e non solo per le scelte difensive degli ultimi scampoli di gioco: ci sarebbe anche l’inerzia per troppo tempo preservata davanti all’inesorabile recupero udinese tra le doglianze che gli si potrebbero presentare.
Possono però due azioni difensive e un timeout non chiamato spiegare in toto una sconfitta inattesa, bastarda e maledetta, per come ingarbuglia di nuovo ciò che speravamo fosse stato sbrogliato? No.
Quella di Vertemati è stata una lezione durata almeno 20 minuti. Un’arma avevano i friulani e l’hanno usata fino in fondo: la difesa. I 27 di Calzavara non erano previsti, non era prevista la resurrezione di un Valentine mai così inconcludente come quest’anno, non erano previste le triple di quella che fino a oggi è stata la peggior formazione della Serie A dall’arco.
Ma la difesa sì: primi per punti subiti, secondi per defensive rating. A cotanta abilità, la squadra di Kastritis si è consegnata con superficialità, sciatteria, lentezza di esecuzione, faciloneria, mostrandosi infine nuda e piena di vergogna.
E allora noi oggi non usciamo da Masnago con le corna in testa perché coach K. ha deciso di cambiare e su Calzavara ci è finito Kamagate: magari lo rifarà ancora. Usciamo sorpresi in negativo perché la sua squadra - quella diventata tale nelle scorse settimane nonostante le assenze - ha peccato di una superbia ingiustificata, inaspettata, immeritata.
E fatale.
Ed è per questo che ha perso. Non per un cambio.














