Ci sono due distinti Sandro Sardella: il primo, “Sandrino operaio stupidino” è l’agit-prop delle lotte in fabbrica negli anni ’70, volantini, poesie arrabbiate e traboccanti eros, e il secondo è il post americano, che dopo gli slam in compagnia di maestri come Jack Hirschman ha incominciato a scavare dentro sé stesso e a fare affiorare qualche sogno, un po’ di rabbia, molto disincanto e a (re)inventare una scrittura già per certi versi gaddiana e ora mescolata a reminiscenze artistiche, politiche e sensuali, che lo rendono per certi versi unico, così consonante alle sue opere pittoriche, dove la parola striscia sul foglio e si fa forma e colore, in una festosa anarchia della mano.
Ecco lì, per dirla con un suo intercalare, un nuovo libro intitolato proprio “Affioramenti”, composto da 31 poemetti -uno per ogni giorno del mese- più due “fuori busta”, edito magistralmente dalla GaEle di Maria Elena Danelli e Gaetano Blaiotta con la prefazione di un’altra virtuosa del linguaggio, Viviana Faschi. Le opere contenute nel volumetto, interamente manufatto e stampato in 67 copie, ça va sans dire sono di Maria Elena Danelli, scenografa e poetessa di suo oltre che editrice, e completano l’epifania di Sandro, che ci consegna un’opera di grande maturità espressiva e, soprattutto, umana.
Allo Spazio Lavit, durante la presentazione sono affiorati i desideri, i rimpianti, le accensioni, la solidarietà e la passione che l’operaio Sardella ha compreso nella sua esistenza, e che parola dopo parola, verbo dopo verbo, composto in un rigoroso alfabeto di minuscole, dove ha nascosto nei 31 lavori, -come ha scritto Faschi nella prefazione- «sotto la sua sabbia un lamento, anzi una lamentazione, che non cessa di intonare canti inarticolati contro le oppressioni, le guerre e le iniquità del tempo».
È una poesia cruda, quasi un’improvvisazione jazzistica, che sgorga dalle emozioni e da un intenso vissuto, ma anche dall’osservazione della natura -il nostro vive pur sempre al limitar del bosco della Rasa- dall’analisi della corporeità, dalle citazioni di amici, in cui aleggia una musica nera con refoli di blues.
Sandro non sopporta il “democratume” di oggi (neologismo sardelliano), la falsità dei politici, «i manganelli contro i sogni», l’«Italia sonnambula», così lancia «poesie pietre politiche» contro le guerre e la fame di denaro, i «deliri padronali» e gli squali della finanza, il «pianeta delle torture», denunciando «i tre morti sul lavoro al giorno» e cercando a volte conforto nel «jazz musica di scarto che graffia il cielo».
Leggere i poemetti di Sardella è come immergersi in un trattato in versi della nostra storia recente, con l’intensa umanità di chi comprende e solidarizza con gli umili, la presa d’atto del «disponibile quotidiano», delle tragedie che ogni giorno punteggiano il vivere e dell’ottusa ricerca del potere a ogni costo che ha portato il pianeta sull’orlo del baratro.
Rimane però la poesia, la forza incorrotta della parola e del gesto, che ci mostra con tenerezza «quattro peonie esplose di rosa», «un disco graffiato/ tango esiliato/ il ricordo del vino nella tua bocca», «il passero che mordicchia», la luce «che scorre nuda per le strade», e il «domandare al mare amore di vento».
Questo «disturbatore con ironia, provocatore con leggerezza e operaista con poesia», ha fatto affiorare qualcosa di ognuno di noi, senza compiacimento o rimpianto, invitandoci a riflettere su ogni verso e, se vogliamo, a completarlo o a distruggerlo a nostro piacimento, perché in fondo tutto muta in continuazione e la direzione da dare al futuro è soltanto compito nostro.
«Io so dove l’arcobaleno va a morire», scrive Sandro, operaio, poeta, pittore, di sicuro sentimentale anche se non lo vuol far credere, e di certo questo libro è un grande regalo che ci insegna a scavare, capire, far sedimentare per grattare poi la superficie e trovare l’oro di parole rimbalzanti. Affiorate lievi e sottili come i capelli di Ofelia, sospesa per sempre tra la vita e la morte.
















