Pietro Anastasi è qui con noi in questa mattina di sole, vestito della maglia biancorossa di un Varese indimenticabile, non se n’è mai andato, perché chi vive nel profondo dei cuori ogni tanto ci parla e racconta di un campione generoso all’inverosimile, semplice e schietto, capace di divertirsi in campo come nella vita. L’hanno salutato in tanti nel piazzale che da oggi porta il suo nome, davanti al “Franco Ossola” che ha visto le sue gesta leggendarie, e i suoi occhi di ragazzo siciliano lo guarderanno ogni giorno, come quando si preparava a battere la Juventus o l’Inter.
“Varese lo vide nascere campione, l’Italia non lo dimenticò più” si legge sulla targa voluta dall’assessore allo Sport Stefano Malerba e dal Comune e di colpo la macchina del tempo si è messa in moto: in mezzo a tante teste grigie di tifosi e compagni di squadra, amici e parenti, la moglie Anna, donna da baciamano, il figlio Gianluca emozionato e felice, e il nipote Luca, numero 10 della Primavera, in una festa alla varesina, senza vantare nulla se non il senso di appartenenza a un mondo purtroppo scomparso, quello di un calcio di uomini veri, appassionati e leali.
Tifosi, come Enzo, nato a Scicli in Sicilia, ma pazzo per il Varese, che regala ad Anna una fotografia di Pietro con Gigi Riva, sorridente il primo, corrucciato come il solito il secondo, e racconta di quando partiva da Biumo Inferiore assieme a un corteo di siciliani che a piedi raggiungevano lo stadio nel nome di Anastasi, o quando a Torino si creò la SAP, Squadra Azione Pietruzzu, composta da operai della sua isola che tifavano per la Juventus perché c’era lui.
Anna Anastasi tira fuori un aneddoto fantastico: «In una partita di quel favoloso Varese, non ricordo più contro quale squadra, l’arbitro Concetto Lo Bello prese una decisione incredibile, assumendosene la responsabilità. Lo stadio non conteneva più la marea di tifosi, così fece sistemare nelle curve della pista ciclistica quelli che non potevano trovare posto».
«Semplice e di animo gentile», ci dice Gianluca di suo papà, tra un’intervista e l’altra.
Arriva Roberto Bettega, “Cabeza Blanca” dei Mondiali 1978 in Argentina, bomber straordinario del Varese promosso in A nel campionato 1969/70 con Nils Liedholm alla guida: «Pietro è stato il mio primo compagno di stanza a Torino, quando sono tornato alla Juve da Varese. Mi ha aiutato a far gol la prima domenica, poi non ne ho segnati più. Di Varese e di Liedholm ho un magnifico ricordo anche perché furono anni felici e belli. Lui, Brighenti e Messina mi hanno cresciuto, vorrei tornare alla Casa dell’Atleta per rivedere la mia vecchia cameretta».
Rivedere dopo tanti anni i giocatori di un tempo, giganti in campo per noi bambini e ora diventati di colpo persone di statura normale, con l’aspetto che gli anni ci ricamano addosso, dà un senso di straniamento e accresce l’affetto per loro, che difendevano i nostri colori e l’attaccamento alla città e ai tifosi.
Pietro Carmignani, per tutti Gedeone, quasi si commuove ricordando Pietro: «Dire straordinario è troppo poco, era un ragazzo solare e splendido, nella vita e in campo. Aveva qualcosa in più degli altri e difatti è arrivato in alto. Ricordo un Varese Spal della stagione 1967’68, io ero in panchina, giocava Da Pozzo, e a un certo momento Anastasi arriva vicino a noi per recuperare un pallone, marcato strefitto da Gianfranco Bozzao. Pietro fece una mezza finta e scappò via con la palla lasciandolo sul posto, e Bozzao si girò gridandogli: “Ma vaffa…”, scusi la parolaccia, ma disse proprio così».
Per Ambrogio Borghi, terzino del Varese dei sogni, «Pietro è sempre presente, non lo si dimentica. Era un ragazzo simpatico, gli piaceva fare gli scherzi, per lui lo sport era un’altra cosa, si divertiva giocando, non sapeva cosa fosse l’emozione». E Lele Andena: «L’ho marcato due volte e ho incontrato pochi giocatori così rapidi e imprevedibili. Nella mia carriera sono stato fortunato a poter giocare con gente come lui, Gentile, Bettega e Marini, era un altro calcio».
Guido Borghi era il giovane vicepresidente di quella magica squadra, come si legge nello storico cartellone conservato all’interno del “Franco Ossola”: «Pietro era un campione vero, degli anni giusti in cui il calcio italiano era ai vertici del mondo. Aveva una generosità incredibile, usciva stremato dal campo e custodiva un sentimento oggi raro, quello della riconoscenza verso chi l’aveva fatto crescere e verso la città».
La targa è scoperta, Pietro con la V bianca in campo rosso, la maglia più bella che ricordiamo, magari è già sull’erba a palleggiare, perché i simboli del calcio hanno sempre vent’anni e noi con loro. Nella nostra memoria è incisa una fotografia in bianco e nero di Pietro come pazzo dopo aver segnato un goal con la maglia bianconera, forse in mezza rovesciata, perché si sta ancora alzando da terra. Nei suoi occhi, oltre alla gioia infinita, c’è il riscatto di un giovane emigrante, la consapevolezza del suo grande valore, ma soprattutto un guizzo sfrontato di divertimento.


















