Eravamo in cinquemila o quasi, quell’11 novembre 2011 al Palazzetto di Masnago, quarantenni cinquantenni, ma anche tanti ragazzi ancora in cerca di sogni e di futuro, caricati a molla dalle tue canzoni, pronti a seguirti nei cori, ad alzare il pugno al fischiare della “Locomotiva”. Ti accompagnarono sul palco, la tua vista non era più quella di un tempo, ma lì Francesco diventò di colpo Guccini, il poeta, l’uomo capace di incantare con il sortilegio del racconto, e con il linguaggio usato come pietra di paragone e specchio delle coscienze. Sei sempre stato innamorato della parte più letteraria di un’idea, con cui ricamare versi, volti e gesti, e di tracciare percorsi emotivi dettati un po’ dalla memoria e un po’ dall’istinto, che sono poi la matrice ultima della buona letteratura.
Con Varese mantenevi un certo legame, il Palazzetto era stato teatro di altri tuoi concerti memorabili, in tempi in cui l’impegno aveva ancora valore e gli ideali non erano polverizzati dalla corsa al denaro e allo spreco, e ricordo che in quella serata di novembre citasti ridendo Cazzago e Gazzada per le loro assonanze falliche, tirando fuori perfino, satireggiando di sicurezza urbana, una canzone degli anni trenta, “Passa la ronda”, antico cavallo di battaglia di Milly. L’anno prima, nel 2010, ti avevano assegnato il Premio “Le parole della musica” da parte degli Amici di Piero Chiara, «per aver raccontato come nessun altro, con le tue canzoni, “la grazia e il tedio a morte del vivere in provincia”», perché alla fine «siam tutti soli» e mai come oggi questa frase fu profetica.
Ero al concerto per raccontare la serata e scriverne ne “La Provincia di Varese” e naturalmente per fare qualche fotografia, appollaiato in tribuna assieme a Giorgio Lotti, e il primo piano che ti scattai lo devo a lui, che mi prestò il suo 800 millimetri. Nella fotografia canti quasi come in trance, la camicia rossa e la maglietta della salute che appena si intravvede, gli occhiali dalla montatura leggera, da professore di liceo. Ares Tavolazzi, Vince Tempera, “Flaco” Biondini, Ellade Bandini, Antonio Marangolo: sembra ancora di sentirti mentre li ringrazi, musicisti compagni di una vita raminga e piena di valori e di mangiate e bevute pre e post concerto - nel camerino improvvisato del Palazzetto c’era ogni ben di dio in pura essenza emiliana - con le parole inseguite fino all’alba.
Sul palco, con la chitarra impugnata come un moschetto, assomigliavi a un garibaldino ma eri pur sempre un rivoluzionario studioso e riflessivo, che sta ad ascoltare «con colta benevolenza» le chiacchiere più accese degli uomini d’azione. Così il tuo teorizzare, che includeva ogni aspetto del vivere, della storia anche borghese dell’Italia di prima e dopo le guerre – citavi perfino l’”Avanti e indré” cavallo di battaglia di una giovane Nilla Pizzi – ci lascia sempre un retrogusto di amara malinconia, accanto al sapore forte della protesta, del pepe anarchico della meravigliosa “Canzone di notte n. 2”, ancor più gucciniana dell’originale.
Così passano, come in un “View-Master”, le immagini di un tempo altro, le bevute, i tarocchi, le donne che pagavano il cinema stupite, quelli che non capivano Orazio e i partigiani sulle montagne, con i loro nomi di battaglia ripresi dalla storia, e percepiamo che è il tuo modo per abbracciarci e salutarci, questa volta per sempre. Addio viaggi di nozze stile freak, amiche incontrate correndo lungo le scale, lampadine fioche da trenta candele, birra chiara e Seven-Up, femmes fatales che si alzano «con un gesto finale», e quel motore «che forte cantava» prima dello schianto.
«Siete un bel casino», dicevi al pubblico che ti adorava, un sorriso e spiegavi “L’avvelenata”, un'altra battuta, un sorso dal fiasco e partiva “Il vecchio e il bambino” o la meravigliosa “Piccola città”, capolavori uno dietro l’altro che raccontano di persone e luoghi, di sofferenza e ingiustizie ma anche di sogni a occhi aperti, sorrisi da fossette e denti, e di filosofie che rimbalzano a ogni bicchiere. Oggi, Francesco, sono avvolto come miele dalla tristezza, ma mi hai insegnato che non bisogna chiudere del tutto gli usci all’avventura e, nonostante i tempi bui, grazie a te cerco ancora «in una sera un mistero d’atmosfera», sempre più difficile da afferrare ma per questo ancora più bello e infinito.

















