Quanto contano i minori nel complesso delle attività dei Servizi Sociali, a Busto? Per rendere l’idea, prima di snocciolare cifre l’assessore Paola Reguzzoni lancia un paio di indicazioni. Nel senso che proprio indica qualcosa, tra gli uffici di via Roma. Prima segnalazione: il grande quadro appeso a metà delle scale che portano al primo piano. Una posizione di grande evidenza, l'opera non si può ignorare. «Fili colorati collegano una bambina a un ventaglio di mani pronte ad aiutare, a sostenere. Il dipinto è stato realizzato durante un evento dedicato all’affido». In cima alla rampa, l’assessore percorre il corridoio del primo piano. Arrivata in fondo: «Abbiamo attraversato spazi che sono dedicati solo alle attività amministrative e, appunto, ai minori. Tutti gli altri servizi messi insieme sono ospitati più o meno negli stessi metri quadri al piano di sotto. E per i minori servirebbero diversi locali in più». Numeri? «Mediamente seguiamo 700 casi, va bene quando scendiamo a 680. L’impegno economico è di circa quattro milioni all’anno».
Impossibile parlare di emergenza, definizione che dovrebbe indicare qualcosa di improvviso e imprevedibile, con necessità di un intervento rapido e straordinario. Invece a questo punto si è arrivati un passo alla volta, gli sviluppi di un cammino inesorabile erano in qualche modo prevedibili. «L’ho detto e lo ripeto – fa presente l’assessore – vediamo le conseguenze di un meccanismo noto: un “figlio di nessuno” diventa con facilità un genitore assente o problematico. Così, nel tempo, invece di seguire un caso, una persona, dobbiamo seguirne quattro. Alla base c’è spesso, non sempre, una fragilità economica. Pesa altrettanto, forse di più, quella sociale ed educativa».
Andando oltre l’inquadramento generale: «Assistiamo a un aumento dei minori sottoposti a indagini e tutela per motivi oggettivi, inequivocabili. Questo aumento si combina alla presenza crescente sul territorio di culture diverse dalla nostra, con parametri educativi e comportamentali differenti. A volte simili a quelli diffusi anche da noi pochi decenni fa e oggi considerati inaccettabili. La combinazione dei due fenomeni è difficile da gestire, servono attenzione, capacità di discernimento, prudenza e, insieme, prontezza d’azione quando necessario. Da parte dei Servizi sociali ma anche nei tribunali. Mica facile. E poi c’è una sorta di sommerso: il discorso non si esaurisce certo tra collocamenti in comunità e tutele».
Che cosa intenda per “sommerso”, l’assessore lo esemplifica partendo da un orario, le due di notte: «Abbiamo realizzato, distribuito e analizzato un sondaggio sulla fascia d’età 11-24 anni (vedi QUI). Grazie alla sicurezza dell’anonimato hanno risposto quasi 1.100 ragazzi e giovani di Busto, in larga prevalenza under 21. È emerso che c’è una differenza netta tra quelli che rientrano sempre prima delle due e chi rincasa sempre dopo». In sintesi, tra i nottambuli l’incidenza del consumo di alcol, del fumo e dell’uso di stupefacenti si impenna. «Eccolo, il sommerso. I 15-16enni che sono regolarmente in strada durante certe fasce orarie non hanno necessariamente bisogno di tutela. Ma vivono, subiscono e creano problemi, spesso destinati a crescere. Perché, a quell’età, sono in giro alle 4 del mattino? Che cosa dicono o fanno i genitori? In molti casi delegano fuori dalle mura di casa tutto ciò che ha a che fare con l’educazione: ci pensi la scuola o l’associazione o il professionista… Al limite i Servizi sociali».
Il sondaggio, realizzato con Lampi Blu e lo studio Mantovan, tocca temi quali bullismo, anche nella versione cyber, sesso, violenza subita e agita, autolesionismo (molto più diffuso di quanto si sia portati a credere), disturbi alimentari, sostanze. «Il loro consumo tra i giovani, e forse non solo tra loro, – puntualizza Paola Reguzzoni – è spesso più subdolo rispetto al passato, emerge di meno. Se non altro perché un tempo gli effetti delle droghe erano escludenti rispetto ai contesti sociali. Oggi spesso sono performanti».

La presentazione del sondaggio alle realtà del Terzo Settore a Palazzo Gilardoni
Il sondaggio rientra nelle iniziative portate avanti dall’Assessorato con tre tavoli tematici, tre “forum” che coinvolgono le realtà del territorio (associazioni, società sportive, Terzo Settore in genere, professionisti ma anche Asst e Forze dell’ordine) su tre fronti riguardanti i giovani: prevenzione, cura, sicurezza (vedi anche QUI). «Nel complesso, emerge in modo inequivocabile che, al di là del lavoro fatto dalle scuole e nelle scuole, anche da noi, la vera sfida si gioca tra una pluralità di soggetti, in famiglia e oltre. Io sono per le regole, favorevole al principio stando al quale chi sbaglia deve subire le conseguenze di ciò che fa. Ma di fronte a ragazzini che hanno fra i 10 e i 14 anni non si può pensare di educare e punire solo chi combina qualcosa di sbagliato. Se ci si limita a questo, non se ne esce».
La responsabilizzazione è una delle strade battute dall’assessorato, fra iniziative anche imminenti e altre che stanno dando risultati. Nel primo ambito: «Organizzeremo un convegno per dare alle famiglie i risultati del nostro sondaggio che è a disposizione anche delle realtà del Terzo Settore, glielo abbiamo già presentato. Contiene informazioni utili, una base di partenza per avere idea del punto in cui siamo e degli ambiti su cui occorre lavorare di più». Sui processi avviati: «Se diciamo che i minori devono avere un ambiente di un certo tipo a casa non possiamo dimenticare che molti di loro una casa non ce l’hanno. E per casa intendo un ambiente, genitori, adulti in grado di svolgere il loro compito. Per questo si è incentivato il ricorso all’affido. Quando sono diventata assessore c’erano due nuclei che accoglievano minori con questo istituto. Oggi, nelle diverse formule, sono 20. È qualcosa, bisogna insistere: se non si fa una campagna permanente, si torna a due».
E i temuti maranza? La definizione spunta di continuo nelle discussioni pubbliche e da bar, compare (indebitamente) nei titoli di giornale. I "maranza" che per un certo periodo sono stati lo spauracchio del centro città, a Busto, soprattutto nei dintorni di piazza Garibaldi, sembrano diminuiti in numero e spavalderia, forse dispersi qua e là. «Sicuramente le Forze dell’Ordine hanno agito nei punti più esposti a certi fenomeni. Ma serve allargare lo sguardo e distinguere. Il delinquente, giovane o no, c’è, esiste. Così come esiste il ragazzo disorientato. Il secondo non è per forza un delinquente ma può essere arruolato con una certa facilità. Certi soggetti sono abili nel farti credere di essere in una famiglia, le bande si alimentano di fragilità. Ecco, i ragazzi devono avere la possibilità di scegliere tra una famiglia vera e una che è una trappola. Crearla, questa possibilità, è una responsabilità collettiva».














