Un'aggressione mentre si dirigeva a casa a Milano: la racconta lo stesso Federico Quaranta. Il conduttore televisivo ha reagito ai ragazzi che hanno cercato di strappargli lo zaino e l'orologio del padre. Ha rischiato grosso, come afferma egli stesso. Narra quanto accaduto e soprattutto condivide le sue riflessioni su quanto sta accadendo a Milano.
Ecco il suo racconto
Stanotte ho capito una cosa.
Non mi hanno aggredito per un orologio.
Quel vecchio Omega di mio padre era soltanto il pretesto.
Lo hanno fatto tre ragazzi, giovanissimi.
Per uno zaino.
Una valigia.
Ho reagito,
probabilmente non se lo aspettavano,
ho rischiato grosso, é andata bene.
Forse sarebbe stato meglio mollare il bottino.
Poteva andare molto peggio.
Ma tornando a casa ho continuato a chiedermi una cosa.
Che città stiamo costruendo?
Perché Milano, ormai, assomiglia sempre più a una moderna Commedia di Dante.
Solo che abbiamo invertito l’Inferno.
Al centro ci sono i recinti dorati.
Le vetrine blindate.
Le case che costano quanto una vita.
I quartieri dove il lusso non è più un privilegio: è un sistema di difesa.
Poi, cerchio dopo cerchio, la metropoli cambia pelle.
I marciapiedi si consumano.
Le serrande si abbassano.
I servizi scompaiono.
Le scuole arrancano.
Le occasioni diminuiscono.
E la distanza fra chi ha tutto e chi pensa di non avere più niente diventa un abisso.
L’antropologia ci insegna che ogni comunità ha bisogno di sentirsi parte di un destino comune.
La sociologia ci ricorda che, quando quel destino si spezza, nasce la frammentazione.
Prima il quartiere.
Poi la banda.
Poi il branco.
Infine il nemico: un uomo che torna a casa da sua figlia, con uno zaino pieno di esperienze, una borsa di vestiti da lavare ed un vecchio orologio, ricordo del suo amatissimo padre.
E il nemico diventano tre ragazzi giovanissimi, tappezzati di brand, divorati dalla rabbia sociale e dalla vendetta.
É così che il marchio sostituisce l’identità.
La griffe diventa appartenenza.
La violenza diventa linguaggio.
Il furto diventa riscatto.
Ma non è reale.
È soltanto una sconfitta. Così come la mia reazione
Di tutti.
Perché la città smette di essere comunità quando i suoi cittadini non condividono più lo stesso spazio.
Soltanto la stessa paura.
E una società è povera non quando produce molti poveri.
Ma quando genera sempre più persone convinte che l’unico modo di esistere sia togliere qualcosa a qualcun altro.
Quella non è criminalità.
È il fallimento di un’idea di convivenza, che riguarda tutti noi. Nessuno si senta escluso.














