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Un Occhio sul Mondo | 09 aprile 2026, 09:00

“Che fine ha fatto la guerra russo-ucraina”

Il punto di vista di Marcello Bellacicco

“Che fine ha fatto la guerra russo-ucraina”

Se non fosse per l'ennesimo contributo finanziario al Governo di Kiev, sancito qualche giorno fa dall'Unione Europea, nel Vertice di Cipro, dell'Ucraina e della sua guerra con la Russia, nell'ultimo periodo non ci sarebbe alcuna traccia.

Si è udito quindi solo il tintinnio di altri 90 miliardi di Euro in prestito che, chissà se e quando, l'Europa rivedrà e che vanno a sommarsi ai 193 già concessi dal dicembre 2022, di cui circa 70 in aiuti militari. Più di 280 miliardi di Euro che questa classe politica ha deciso di sottrarre al benessere e allo sviluppo delle attuali generazioni di Europei, ma, soprattutto, al futuro delle prossime, nella ferrea convinzione che l'Ucraina, con la sua resistenza, sia il salvagente del Vecchio Continente dalla minaccia russa. Un approccio che Governi e UE hanno adottato, senza se e senza ma, integrandolo con ben 20 pacchetti di sanzioni, incuranti delle pesanti conseguenze economico-energetiche a danno dei Cittadini, incuranti dei sondaggi sempre più sfavorevoli verso questo impegno, incuranti dei ripetuti scandali di corruzione, relativi all'establishment politico-militare di Zelensky. Una sorta di scommessa sulla vittoria dell'Ucraina, sulla pelle della gente e del suo futuro.

Ma del conflitto, del suo andamento e dei suoi possibili sviluppi, neanche una parola, al punto che risulta difficile fare un aggiornamento di situazione, perché Kiev è uscita dai radar, ad eccezione del battere cassa di Zelensky. La guerra è ormai al suo quarto anno e sembra trascinarsi in un limbo di stallo generalizzato, sia a livello tattico sul terreno, che strategico sul piano dei negoziati per cercare di perseguire una sua fine. Nessuno dei due contendenti sembra essere in grado, per forza e capacità, di prevalere decisamente sull'altro.

I Russi sembra stiano riuscendo a mantenere l'iniziativa nel Teatro del Dombass, ma i loro progressi, si dice pagati ad un prezzo di sangue elevato, sono esigui e, di certo, non proporzionati alle aspettative generali. Ma d'altra parte, in questo momento, l'attenzione di Putin gravita verso gli orizzonti medio-orientali, dove si sta giocando una partita con carte che appartengono a più tavoli. Di concerto con la Cina, la Russia sta sostenendo anche militarmente il suo alleato iraniano, ma è anche consapevole che gli sviluppi e gli esiti di questa gravissima crisi possono influenzare il suo mercato energetico, con il “ritorno a Canossa” di vecchi buoni clienti europei. Alcuni, come la Spagna e non solo. lo stanno già facendo, incrementando, di giorno in giorno, i propri rifornimenti di gas di Mosca, mentre altri, come l'Italia, sono ancora preda di sciocche questioni di principio, a spese peraltro del popolo, ma saranno probabilmente costrette, dalla crisi economica, a tornare sui loro passi. E tutto questo potrebbe influenzare gli equilibri delle trattative con Kiev, perché potrebbe intaccare l'intransigenza europea, inducendo a più miti consigli diplomatici la UE.

Zelensky ha probabilmente intuito questo rischio, tanto è vero che, nel suo delirante convincimento di poter dare ordini all'Europa, ha lanciato il monito di non comprare energia da Mosca, perché questo, unito all'approccio trumpiano ai negoziati, palesemente filo-Putin e USA centrico, potrebbe costituire la pietra tombale sulle velleità ucraine.

E' ormai chiaro infatti che il Tycoon ha in testa un accordo che svincoli decisamente Washington dal suo impegno militare in Europa, mantenga comunque il sostanziale controllo americano sulla ricostruzione ucraina, tutelando i capitali USA e, infine, riapra i flussi energetici russi verso i mercati europei, ma sotto l'intermediazione americana. Comunque, la via per realizzazione di questo sogno di Trump, presenta almeno tre duri ostacoli da superare, che vale la pena ricordare.

Il primo riguarda la disputa territoriale. La Russia pretende di prendersi i quattro oblast (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson) più la Crimea, indipendentemente dal suo controllo militare reale, mentre l'Ucraina non può e non vuole mettere in conto cessioni territoriali, senza un cambio costituzionale e senza perdere la legittimità interna. Si tratta di un problema di sicuro non risolvibile nei tempi rapidi che vorrebbe la Casa Bianca, ma che, con i ben più pacati ritmi diplomatici, potrebbe trovare un punto di incontro, magari con l'accettazione russa di un'Ucraina membro della UE.

Il secondo gap riguarda le garanzie di sicurezza che Kiev giustamente pretende, non fidandosi tanto di Mosca quanto di se stessa. L'Ucraina continua a coltivare l'illusione di una sua adesione alla NATO e fatica ancora ad accettarne le concreta irrealizzabilità, visto che questa possibilità ha costituito il principale casus belli, per l'attacco russo. Attualmente, sul tavolo, c'è l'ipotesi di una presenza militare europea sul territorio ucraino, che eviterebbe la neutralità del Paese, auspicata da Putin. Ma non va sottaciuto che questa idea non soddisfa nessuno dei contendenti, perché la Russia non vuole truppe occidentali vicine ai propri confini e Kiev non la ritiene sufficiente a tutelare la propria stabilità strategica.

Infine il nodo delle sanzioni. Mosca pretende l'annullamento di tutti i provvedimenti sanzionatori adottati nei suoi confronti, sia dalla UE che dagli USA, che si trovano su posizioni di forza diverse. Infatti, se l'Unione Europea rimuovesse le proprie, perderebbe l'unico strumento di pressione che ha sulla Russia, ammesso e non concesso che lo siano realmente, Per gli Stati Uniti è molto diverso, perchè potrebbero permettersi di annullare le proprie sanzioni, in cambio di quelle concessioni nel settore energetico, che andrebbero a soddisfare una buona parte degli appetiti di Trump. Ricreare un canale energetico russo verso l'Europa, ma sotto influenza americana, è un'ipotesi commerciale potenzialmente più redditizia per Washington, piuttosto di un intransigente embargo totale. In questo modo, il Tycoon potrebbe vendere il gas di Mosca agli Europei, integrandolo con LNG americano. Una soluzione che accontenterebbe tutti ma, tanto per cambiare, sarebbe a spese delle tasche del Vecchio Continente.

Possiamo concludere con una sintesi dello status quo. La guerra ha radicalmente trasformato l'Ucraina, rendendola uno Stato caratterizzato da un tessuto sociale fortemente militarizzato, un'economia sostanzialmente orientata allo sforzo bellico e una diaspora di rifugiati e sfollati che, con il loro rientro, metteranno a dura prova la tenuta economica del Paese il giorno in cui finiranno le ostilità. L'aspetto positivo è quello che, a parte il Dombass, la Nazione si è compattata in termini identitari, per cui non dovrebbe accusare particolari sconvolgimenti politici al ritorno della normalità.

Nonostante i proclami di Putin, la Russia non può di certo essere soddisfatta dell'attuale situazione. Tatticamente, pur se ha profuso sforzi notevoli e sanguinosi, non ha conseguito il cosiddetto sfondamento totale delle linee difensive ucraine, unico presupposto per poter realisticamente “cantare vittoria”. Lo stesso Dombass non è stato del tutto conquistato militarmente, per cui Mosca dovrà ricorrere ai negoziati per ottenerne il completo controllo.

Strategicamente, i risultati sono ancora peggiori. Gli obiettivi minimi non sono stati ottenuti, perché il regime di Zelensky è ancora in piedi, l'Ucraina si é ancor di più avvicinata all'Occidente e la NATO si è ulteriormente espansa, con l'ingresso dei paesi Nordici (Finlandia e Svezia). Peggio di così non poteva andare. Unica consolazione per Putin potrebbe essere il suo avvicinamento a Trump, ma anche questo è ancora tutto da verificare. Eppure, nonostante tutto, la guerra molto probabilmente continuerà, perché la Russia è in grado di sostenerla e l'Ucraina è fresca fresca di una nuova iniezione di 90 miliardi di Euro. Una follia collettiva che, per il momento, offusca la mente di chi potrebbe e dovrebbe, Europa compresa, fermarsi e sedersi finalmente ad un tavolo di trattativa serio e responsabile. E intanto la gente del popolo continua a morire, mentre i politicanti, sempre sorridenti come se fossero in vacanza, si incontrano in consessi che hanno sempre lo stesso cliché, sono tanto lussuosi quanto inconcludenti.



'100 articoli sono già un traguardo, un servizio ai lettori ed ai
territori dove operiamo. L'auspicio è che questa rubrica trovi nel tempo
sempre maggior gradimento, radicamento e consolidamento. Ecco perché in modo
formale ringraziamo Marcello Bellacicco per quanto fatto e quanto potrà
fare'.

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Marcello Bellacicco

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