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Calcio | 25 febbraio 2026, 09:26

Patrizio Bonafè, quando il calcio qui era un'altra storia: «Il Cumenda andava al pianoforte e ci faceva cantare. Contestazioni? Nel nostro Varese non sapevamo cos'erano»

Il centrocampista, che arrivò in biancorosso nel 1968 rimanendoci fino al 1975, ci aiuta a tenere viva una storia che l'attualità rischia di offuscare: «Sono passati cinquant'anni, ma sembra ieri... La città entrava nel cuore dandoci affetto e umanità. Approdai al Franco Ossola grazie a Liedholm. Qui trovai il meglio, da Ricky Sogliano a un giovane Marotta. Il gruppo nasceva al Bel Sit e alla casa dell'atleta di Comerio. So che nei prossimi mesi è in programma un rimpatriata di tutti i protagonisti di allora: sarà emozionante»

Patrizio Bonafè, 76 anni il 19 marzo, a destra in maglia biancorossa intervistato da Enzo Tortora sull'Intrepido

Patrizio Bonafè, 76 anni il 19 marzo, a destra in maglia biancorossa intervistato da Enzo Tortora sull'Intrepido

Quando il calcio a Varese era un'altra storia. Fatta da altri uomini. E altri calciatori. Come Patrizio Bonafè, professione centrocampista, nato a Taglio di Po in provincia di Rovigo il 19 marzo 1950. Iniziò giovanissimo nella squadra del suo paese prima di essere ceduto all'età di 16 anni al Bolzano: come lui stesso racconta, l'esperienza fu brevissima, solo tre giorni con fuga verso casa: fu la mediazione del padre a sventare il pericolo dl sequestro del cartellino da parte della società altoatesina, con la conseguenza di non poter giocare per diverso tempo altrove. Il giovanissimo e talentuoso Patrizio dopo lo sventato pericolo passò al Verona e, successivamente, al Varese dove rimase dal 1968 al 1970, per poi approdare per un anno al Cesena, ritornare nella Città Giardino nel 1971 e rimanervi sino al 1975. Quindi ecco Piacenza, Modena, Lanerossi Vicenza e Pro Patria, dove terminò la sua brillante carriera da giocatore per iniziare quella da allenatore nel Caorso.

Patrizio Bonafè, come arrivò a Varese?
Tramite Nils Liedholm che allora allenava il Verona. Ironia della sorte, feci con l'esordio con il Varese nel lontano 1968 proprio contro l'Hellas di giocatori come Bui, Bonatti e Mascetti. Durante il servizio di leva, nel '70/'71, passai al Cesena per essere più vicino alla caserma della compagnia atleti di Bologna. Rientrai a Varese e ci restai sino al 1975, giocando altre 114 partite e segnando 6 reti.

Chi erano i suoi compagni di allora?
Sono passati 50 anni ma il ricordo è ancora nitido. Varese mi è sempre rimasta nel cuore. Mi sono subito trovato molto bene, così pure mia moglie. Tra i tanti compagni ricordo Gedeone Carmignani, Ambrogio Borghi,  Dario Dolci, Bruno Majer,  Lele Andena, Egidio Calloni e l'uomo del lago, Giacomino Libera,  insieme ai giovanissimi Ernestino Ramella e Vito de Lorentiis. Nel gruppo era presente un giovane Beppe Marotta, che partecipava anche ai nostri allenamenti nel campetto dell'antistadio: devo dire che sin da allora aveva spiccate dote manageriali, era sempre sul pezzo. Lo stesso dicasi per Riccardo Sogliano, che ho avuto il piacere di vedere all'opera sia come calciatore che come dirigente sportivo. Entrambi hanno segnato una pagina importante nella storia del calcio italiano e non solo.

È mai più tornato in città?
Sinceramente no, ho perso nel tempo i vari contatti. Sono venuto a conoscenza del fatto che quest'anno si sta cercando di organizzare una grande rimpatriata dei calciatori di quel periodo: sarà un'occasione per ritrovare tutti e tornare a visitare gli splendidi Giardini Estensi, un luogo a me caro. Dopo tanti anni sarà una bella emozione ritornare a Varese: l'ultima volta che ci misi piede fu per i funerali di Peo Maroso, un uomo indimenticabile.

I primi ricordi varesini che riaffiorano quali sono?
Abitavo in un posto bellissimo verso la Schiranna, luogo incantevole. In città trovai affetto e calore. Mio figlio qui ha frequentato l'asilo, ed abbiamo fatto tante conoscenze. Mia moglie, che di calcio non è per nulla appassionata ancora oggi,  partiva con il passeggino insieme a mio figlio per raggiungermi allo stadio quando mancava poco alla fine della partita, poi insieme tornavamo a casa a piedi. Questo dimostra che bei tempi e che città tranquilla fosse Varese. La parola contestazione allora non esisteva, al di là dei risultati ottenuti: mai una parola contro il Varese, e lo stadio era pieno.

E quelli del cumenda Giovanni Borghi?
Le sue feste alla casa dell'atleta a Comerio e al ristorante Bel Sit rappresentavano momenti bellissimi: il "gruppo" nasceva lì. Ho ancora un regalo di Giovanni Borghi che custodisco con tanto affetto. Quando il cumenda andava al pianoforte a suonare e cantare era uno spasso. Era molto bravo e ci faceva divertire con le sue canzoni in dialetto milanese. Grazie al Varese sono anche finito sulla prima pagina di un giornale allora molto letto, l'"Intrepido", intervistato da Enzo Tortora. Mando un saluto particolare a Guido Borghi, che era sempre particolarmente vicino a noi calciatori. 

I suoi figli hanno giocato a calcio?
Lo hanno fatto per qualche anno nel Piacentino dove tutt'ora abito, scegliendo poi strade di vita diverse, lontano dai campi. Ora ho un nipote, Mario, che gioca in prima categoria e frequenta l'università. Il mio suggerimento da sempre è quello di studiare e imparare una professione: il calcio deve essere e rimanere una passione. 

Claudio Ferretti


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