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Territorio | 23 giugno 2024, 17:00

Il museo itinerante delle gerle insubriche a Porto Valtravaglia, dove il tempo pare essersi fermato: «Un omaggio alle donne e alle nostre comunità contadine»

Promotore dell'iniziativa è l'allevatore, agricoltore e attore Giuseppe Reggiori che negli scorsi giorni ha compiuto una performance artistica percorrendo gli scalini di Monteviasco con i tacchi a spillo, interpretando il personaggio dell'Adelia della Valtravaglia e portando sulle spalle un raso di fieno: «Le donne prealpine del 900 si vestivano con l'abito buono per lavorare in onore delle proprie radici»

Giuseppe Reggiori interpreta l'Adelia

Giuseppe Reggiori interpreta l'Adelia

Forse pochi sanno che a Porto Valtravaglia si trova una collezione privata di gerle che rappresenta un vero e proprio museo: si chiama MIGI Museo Itinerante delle Gerle Insubriche.

Il proprietario è Giuseppe Reggiori, artista che abbiamo intervistato tempo fa (LEGGI QUI), che, dopo averle adoperate per “espratare” il fieno che egli stesso fa ancora manualmente per le sue capre le ripone in ordine a ricomporre il Museo, che può essere visitato dal pubblico. 

Ma questa raccolta oltre all’unicità di essere il primo Museo in Europa di questi strumenti specifici, è una fucina di teatro. Perché Reggiori adopera le sue gerle per ricordare personaggi della realtà  contadina delle Prealpi. Non di rado lo si trova performare anche in luoghi storici come è capitato a qualcuno a Monteviasco domenica 16 giugno. Le sue prove, poi, sono riversate sul suo canale YouTube oltre che su Instagram e Tik tok.

La nuova pièce teatrale che lo vede protagonista s’intitola “L’Adelia fa il fieno dicendo poesie” ed è consistita nella salita dei mille gradini di Monteviasco fatta domenica 9 giugno (ma che replicherà prestissimo) nei panni dell’Adelia, una donna di paese che vestiva sempre con l’abito buono e le scarpe col tacco anche quando portava la gerla piena di fieno o pascolava le sue capre. Adelia aveva l’abitudine di recitare poesie ad alta voce e di cantare ovunque.

Reggiori è salito in tacchi a spillo fino al sagrato della chiesa di Monteviasco portando sulle spalle un raso di fieno interpretando l’Adelia e facendo ascoltare poesie di Padre Turoldo dedicate al paesaggio del nostro lago Maggiore.

Ma perché un uomo ad interpretare un ruolo femminile? Ce lo spiega Reggiori stesso consapevole che gli occasionali camminatori incontrati sulla scalinata si saranno chiesti cosa fosse questa piece, una goliardata, una parodia, una moderna grottesca. Se fosse anacronismo colorato o futurismo.

Ecco il racconto di Mauro Reggiori: 

«Avranno facilmente pensato ad una dissacrazione, visto che tocca un retaggio di fatiche immani degne del massimo rispetto…e qualcuno potrebbe essersi sentito offeso dalla riduzione in brillante, in comico dei sudori versati da un genitore curvato dallo sforzo di portare sulle spalle la gerla col fieno, foraggio invernale per gli animali indispensabili per il sostentamento delle nostre comunità fino a pochi decenni fa.

No, questo lavoro non è nulla di dissacrante! Vuol esser invece la consacrazione, la stesura su tela di un gesto antico, prezioso e futuribile che diventi icona, ma icona viva. Un tableau vivant.

È un omaggio al genere femminile che più dell’altro, nella storia del Novecento, ha portato la gerla (meglio se definita col nome vero quando è carica di fieno: “raso”, per non dimenticare il termine dilettale insubre più arcaico “cargansc”). Nelle nostre comunità contadine erano soprattutto le donne ad occuparsi della fienagione manuale. Io provo a teatrare questo gesto con appassionata sincerità.

Io che ho proprio nel nome il segno distintivo della donna e dell’appartenenza alla cultura contadina delle Prealpi: di cognome, infatti, faccio Reggiori, che deriva da “regiòre” cioè “regine del focolare”, le donne matriarche che custodivano, alimentavano e reggevano l’economia famigliare e del paese nelle comunità contadine del nord Italia, lontani gli uomini, emigrati o transumanti oppure monticanti con gli armenti (al paese rimanevano poche capre per ogni famiglia a garantire la minima bisogna alimentare: latte, burro, formaggio). Donne che si occupavano, poi, di accudire gli anziani e di educare i giovani.

Come potrei dissacrare io che studio il fenomeno gerla da ricercatore e che possiedo una collezione diventata oggi il MIGI Museo Itinerante delle Gerle Insubriche. Io che faccio il fieno manuale da quando ero ragazzo e sono tra gli ultimi rimasti a portare il raso nel versante sud dell’arco delle Alpi. Lo potrei perché mi muovo e ragiono da artista. Ma non con argomenti che mi rappresentano.

Ma perché indosso un abito della festa?

Perché le donne prealpine del Novecento tenevano al proprio aspetto soprattutto quando facevano lavori umili o degradanti (la Claudina, vero punto di riferimento per le regiòre, le massaie rurali della mia Valtravaglia, diceva che quando si portava il raso si doveva essere eleganti, per rispetto della dignità e delle proprie radici). Lo diceva tra le due guerre, quando le nostre valli ospitavano gli sfollati dalla città di Milano e le signore guardavano con supponenza le modeste donne del posto, perciò le nostre, mosse dall’orgoglio, si vestivano volentieri con l’abito buono, magari protetto da un lenzuolo bianco o da una federa dismessa perché non logorasse il vestito.

Ma perché i tacchi?

Perché in una fotografia che ho potuto vedere nel Museo delle Arti Rurali si vedeva una giovane donna portare il raso col fieno calzando un paio di scarpe con tacco alto, era sul sagrato di una chiesa con altre donne intente a partecipare alla funzione: presumibilmente era dì di festa e lei avrebbe onorato la Messa per poi continuare il cammino.

Anche l’Adelia, di Sarigo, in Valtravaglia, si vestiva con cura. Era una pastora a cui venivano affidate le capre del paese perché le portasse al pascolo nei prati d’intorno. Aveva la passione della poesia e portava sempre con sé un libricino dal quale leggeva ad alta voce i versi…chissà, forse anche per gli animali. L’Adelia diceva poesie anche quando faceva il fieno e lo portava nella gerla. Era lei che diceva che l’erba, per diventare fieno, ha bisogno di tre giorni di sole e aria non cattiva: che il primo giorno appassisce, il secondo essica, il terzo canta.

Ma perché un uomo ad interpretare una donna?

Perché io frequento un genere di teatro desueto la cui figura è purtroppo dimenticata (oggi pare non vi siano più esponenti): lo sciantoso. La scianteuserie nasce nell’Ottocento nel cafè chantant parigino, dove artisti che erano insieme cantanti, attori, fabulatori, prestigiatori, costumisti e organizzatori di se stessi, colti e preparati  nei repertori classici come in quelli moderni, frequentavano l’arte del travestimento teatrale. Genere diffusosi poi in tutt’Europa. In Italia il teatro di rivista napoletano ne ha fatto una figura emblematica: la sciantosa.

A differenza della versione femminile lo sciantoso che recita en travesti non si trucca, non si depila, non imbottisce il petto, se ha barba la tiene e quando deve interpretare un ruolo maschile indossando abiti che le convenzioni e gli stereotipi religioso-culturale imporrebbero di definire femminili li destruttura e li ricompone cuciti addosso a personaggi del teatro classico. Io provengo dal teatro lirico essendo nato baritono e contraltista ed in quell’ambito sovente opero. Vi faccio un esempio: nell’opera giovanile di Verdi, Alzira, il governatore spagnolo del Perù del 16° secolo, Gusmano, sta per impalmare la nativa Alzira, e sembra invidiare alla sposa il copricapo nuziale fatto con piume di uccelli e frutti esotici. Mi domando se questo guerriero tutto d’un pezzo con una visione così “libera” non disdegnasse per sé nemmeno un bel paio di scarpe col tacco alto svasato come uno spillo.

Domanda che si fecero molti uomini due secoli dopo, quando nell’incipriato Settecento nacque il coturno settecentesco lombardo, una calzatura da uomo con infiorettature sul collo del piede e tacco 10 cm ben svasato verso terra. Che donava una postura più elegante ed avvicinava nei modi di proporsi i due generi»

A presto, dunque, per le repliche, ma chissà dove! Perché Giuseppe Reggiori ama i cosiddetti “green raid”, le prove occasionali a stupire.

Claudio Ferretti con il contributo di Giuseppe Reggiori

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