«Il sottorganico è una realtà». Lo mette subito in chiaro Roberto Arcari. Il presidente della sezione AIA di (Associazione Italiana Arbitri) di Varese non si avventura in troppi giri di parole quando viene interpellato sul ridotto numero di direttori di gara disponibili in provincia.
La situazione, già esistente, è emersa quando le squadre del Girone B del campionato di Terza Categoria si sono viste rinviare la giornata in programma il 30 ottobre a causa proprio della mancanza di arbitri a disposizione. Le dodici formazioni del gruppo hanno perciò dovuto prendersi una domenica di sosta forzata.
Ma a cosa si deve questa carenza di fischietti nella nostra provincia? «Tanta gente inizia e poi smette - le parole di Roberto Arcari - L’arbitro dovrebbe essere concepito come colui che non fa altro che applicare il regolamento, non essere insultato. Se ci fossero umiltà e maggiore educazione sportiva ci sarebbero molti meno problemi. Basta vedere gli atti della giustizia sportiva per capire… Chiaro che l’intento è sbagliare il meno possibile, ma siamo essere umani anche noi e andrebbe accettata la nostra posizione in campo. L’arbitro è un po’ stigmatizzato, è il capro espiatorio di tutto».
Essere un arbitro, specifica ancora Arcari, significa essere un atleta a tutti gli effetti, con tanto di allenamenti e dinamiche di spogliatoio: «L’altra sera quarantacinque ragazzi hanno fatto una riunione tecnica e hanno parlato di come è andata la propria partita: questo è il bello di quello che possiamo fare. C’è una mancanza di conoscenza di cosa vuol dire essere un arbitro. Un altro problema è il non sapere che lavoro c’è dietro ogni singola gara, perché anche noi lavoriamo».
Un problema di cultura, quindi? «È sport, nessuno è lì per fare danno a un altro. La cultura italiana porta a infierire sulla nostra figura. Dico sempre di provare a fare gli arbitri, così che uno riesca a capire il lavoro che c’è dietro. Mi aspetterei collaborazione dalle società: noi dirigiamo e loro giocano, è questione di attaccamento al proprio sport».
Da parte sua, l’AIA continua con l’organizzazione dei corsi di formazione, una loro prerogativa, cercando di arrivare ai giovani aspiranti arbitri tramite pubblicità, social network, meeting, stand a eventi… Quindi Arcari, per concludere, vuole mandare un messaggio a quei ragazzi indecisi sull’intraprendere o meno il percorso.
«Vorrei dire di provare e farsi coraggio, perché non c’è niente di sbagliato o di impossibile. Ovviamente ci vuole impegno, come in tutte le cose, ma noi non abbandoniamo nessuno. I ragazzi sono seguiti da quando entrano nell’AIA a quando escono, noi siamo sempre disponibili».














