C’è una cabina che non è quella elettorale, ma è altrettanto privata e intima. Ci si va magari quando si è un po’ giù di morale, per guardarsi in faccia e vedere di nascosto l’effetto che fa il nostro volto riprodotto in quattro copie, oppure in una sola ma grande. È una cabina con un seggiolino girevole e regolabile in altezza, perché ti puoi mettere anche di profilo e scattare la fotografia stando ben attento al countdown, perché poi a vedere soltanto i capelli, il naso o una spalla è un attimo.
Le cabine per fototessera compiono 60 anni, la prima fu installata a Roma nel 1962 nella Galleria Colonna - ma a New York c’erano già dal 1926 e a Parigi nel 1928 - una assoluta novità quando anche la Polaroid muoveva i primi passi e per stampare una fotografia dovevi sviluppare il rullino e poi andare in negozio a scegliere il formato. Nella cabina c’era tutto, con cento lire di allora avevi diritto a 4 fotogrammi in bianco e nero, dopo tre minuti dalla posa, un tempo record, con la macchina che sviluppava, stampava e tagliava la carta.
A Varese la prescelta era quella fuori dalla Stazione dello Stato, ma raramente andavo lì a scattare le fotografie per qualche tessera, ma per “fare le facce”, oppure per vedere come stavo con il cappello o con qualche strano berretto, non soltanto da adolescente, ma anche a trent’anni, perché a volte non si sa come ammazzare il tempo e la macchinetta della stazione era una tentazione irresistibile quando le si passava accanto.
Non c’erano i selfie, niente smartphone e tecnologia digitale, ma la magia di una luce che si accendeva e poi la carta fotografica sputata con un breve sibilo dalla “bocca” della macchina, e la sorpresa c’era sempre, anche quando pensavi di averla fatta franca e di essere un sosia di Buscaglione con il cappellaccio da gangster e gli occhiali fumée. Certe volte infatti l’aspirante “dritto di Chicago” somigliava a un borseggiatore da strada che non mangiava almeno da tre giorni.
Non c’era altro modo, se non ricorrere a una Polaroid, per avere subito una stampa fotografica da regalare agli amici o alla fidanzatina, quattro copie erano già tante, ma visto il prezzo ridotto, non ci si fermava mai al “buona la prima”, ma si perseverava, con alte smorfie e travestimenti, impermeabili da Maigret o giubbotti alla James Dean, perché in gioventù si vuole sempre sembrare diversi da ciò che si è, per far colpo prima di tutto su noi stessi. Un fatto di autostima, insomma, che la cabina magica delle Fs soddisfaceva una volta sì e tre no, vuoi perché il countdown ci fregava sul più bello, vuoi perché all’ultimo si cambiava espressione per sembrare uomini vissuti e dalla fessura invece usciva uno con l’aria di avere un molare in fiamme.
Quando poi qualcuno mostrava le fotografie fatte in vacanza, spesso per dispetto gli si diceva, per invidia dell’abbronzatura e della “bella cera”, che la sua faccia sembrava uscita dalla macchinetta della stazione, e ricordo uno scatto di papà nero di sole con l’espressione di un ricercato per omicidio. Dalla macchina poteva uscire di tutto, e poi c’era il fascino del bianco e nero, in un mondo in cui imperavano le Kodak pocket a colori, 12 scatti di formato quadrotto, ottime per la spiaggia, ma poi c’era sempre la rottura di portare il rullo dal fotografo.
Il bianco e nero mi riportava indietro nel tempo, e mi sembrava, specie quando sceglievo lo scatto singolo, di essere un attore dei film anni ’30 che andava in sala pose per un provino. La mia vita formato tessera continuava poi su carta d’identità e patente, sull’abbonamento del treno e della metropolitana, ma lì si buttavano via anche le mille lire per ripetute sedute, finché l’espressione era da persona seria e integerrima, capello a posto e barba fatta, giacchetta delle grandi occasioni, camicia e cravatta. Ho smesso di frequentare le cabine quando la tecnologia le ha trasformate, è arrivato il colore e adesso anche il digitale, niente più bagni chimici di sviluppo ma “carta a sublimazione termica”, riconoscimento facciale e altre diavolerie, compresa l’app per scaricare le fotografie fatte con lo smartphone e stamparle lì per lì. Puoi perfino scegliere l’opzione vintage e scattare in bianco e nero, ma non è più la stessa cosa.
Del resto sono un “boomer”, in milanese un “andeghée”, uno ancorato al passato e ai suoi riti, ed entrando in cabina avevo la stessa sensazione di quando papà mi portava alle giostre e camminavo nel castello incantato, al buio, mentre i mostri comparivano di colpo a terrorizzarmi. Gustavo la sorpresa di come sarei apparso nei quattro fatidici scatti dopo che la luce del flash aveva colpito, aspettavo con ansia fingendo indifferenza, preoccupato se i tre minuti diventavano a volte cinque e la stampa non si decideva a uscire dalla bocca della verità.
Sessant’anni sono tanti, ma la cabina per fototessere, della quale facevo un uso creativo, non è scomparsa, alla stazione c’è ancora, messa là in fondo, con la tendina grigia tirata e un senso di abbandono. Lì vicino, due ragazze si fanno i selfie con il telefonino, per loro la cabina è una scatola colorata, può essere più utile a chi vuole con 6 euro farsi la fototessera per il permesso di soggiorno. Un’altra cabina è confinata in viale Milano, davanti all’ex liceo artistico, in mezzo ai rifiuti e ai cattivi odori, e ogni volta che le passo accanto non posso fare a meno di ricordare i sogni di adolescente che volevo materializzare con quelle piccole fotografie seriali e il divertimento provato da adulto nello scimmiottare il ragazzino di allora.
Nella grande scatola dono di un Natale di tanti anni fa, ho ritrovato alcune “strisce” di allora, una addirittura di mia nonna, compagna di marachelle fotografiche, e mi sono rivisto in età diverse, con il sorriso o il broncio, adolescente pensoso e trentenne mai cresciuto a inventare parodie. E non è detto che un giorno di questi, in piena regressione, non metta assieme gli scomodissimi 6 euro (12mila lire contro le 100 del 1962) ed entri in cabina scegliendo l’opzione vintage, in incognito stretto, con cappellaccio e occhiali scuri, stile Arsenio Lupin.






















