Si appresta a concludersi la prima estate varesina di Michael Arcieri, tornato in città e pronto a riprendere il controllo delle operazioni dirigenziali accanto a Luis Scola.
Sempre sorridente, dalla sua espressione traspare la soddisfazione per il roster costruito in questi mesi e per gli obiettivi di mercato raggiunti.
«Quando alla fine della giornata hai firmato i giocatori che avevi in testa è una cosa bella. Abbiamo studiato Ross e Owens da gennaio, quando sono arrivato qui, Tariq l’abbiamo seguito anche durante la riabilitazione. Markel Brown e Jaron Johnson sono grandi talenti. E poi siamo contenti che abbiamo riportato tutti gli italiani, che era un obiettivo molto importante: la continuità è molto importante per squadra e società. Non vediamo l’ora di iniziare, siamo pronti».
Una squadra che, però, per vedere in azione bisognerà attendere ancora un po’: nessun allenamento o incontro con i tifosi è previsto, né per domani né prima della partenza per Gressoney del 23 agosto. Ross, Owens e Brown arriveranno in città domattina, e si sottoporranno alle visite mediche nel weekend. Johnson arriverà nel fine settimana, mentre Reyes è alle prese con gli impegni della nazionale portoricana. Plausibile che la prima uscita “pubblica” dei biancorossi verrà fissata al ritorno dal ritiro montano.
Per la composizione del roster, Arcieri fa sapere che è stata seguita una precisa filosofia. Non solo small ball, ma atletismo e braccia lunghe sono stati requisiti su cui ci si è soffermati, perché anche se si vorrà correre il più possibile, «tutto partirà dalla difesa».
«Non credo manchino centimetri e chili. Owens non ha tanto peso ma con lui possiamo giocare sopra il ferro. Tutti i giocatori hanno un gran wingspan (apertura di braccia, ndr), vogliamo essere più atletici possibile. Abbiamo giocatori che possono giocare diversi ruoli, cambiare su tutti i blocchi. Sarà questa la nostra filosofia».
Ma rimane un po’ di rammarico per il non ritorno di Siim-Sander Vene: con l’estone la dirigenza varesina trattava da maggio il rinnovo, con cauto ottimismo inizialmente, ma senza trovare poi l’accordo: «Abbiamo parlato tanto con il suo agente. È la parte più brutta di questo lavoro, quando giocatori parte della famiglia vanno via».
Famiglia che ieri ha accolto il nuovo coach: Matt Brase, il cui nome è emerso tra moltissimi alla conclusione di un casting che ha coinvolto parecchi profili e che è partito da lontano.
«Abbiamo cominciato a maggio una ricerca molto ampia, abbiamo parlato con allenatori italiani, europei e dal mondo NBA, nelle nostre idee volevamo giocare in maniera più “americana”. Brase ha sicuramente un’esperienza lunghissima, sia a livello universitario che di NBA, ha contribuito anche allo sviluppo di un giocatore come James Harden, ha un curriculum molto impressionante, oltre che un carattere molto aperto, ride sempre, instaura rapporti con giocatori».
Quello che sarà il suo braccio destro, Paolo Galbiati, era un altro nome in lizza per essere capo allenatore, ma il suo ruolo di assistente suona come tutt’altro che una retrocessione nelle parole del general manager: «Per noi è stato incredibile poter prendere uno al suo livello, darà sicuramente un aiuto a Matt, ma anche a tutti noi, specialmente ai giovani che devono crescere di più. Averlo con noi è importantissimo».
E a proposito di giovani, è già in città anche Herman Mandole, l’argentino che ricoprirà il ruolo di player development coach, posizione fondamentale per lo sviluppo dei giovani talenti nei pensieri di Luis Scola.
Arcieri dribbla poi la domanda relativa agli obiettivi della stagione, ma una cosa è chiara: la Pallacanestro Varese vuole giocare in Europa nella stagione 2023/2024.
«L’obiettivo è vincere ogni volta che scendiamo in campo, ma non voglio parlare di cose specifiche. Sicuramente vogliamo entrare nei playoff e giocare in Europa l’anno prossimo. È stata un po’ una delusione non essere ammessi alla FIBA Champions League, ma vediamo il bicchiere mezzo pieno: non giochiamo il mercoledì sera e possiamo concentrarci sulla domenica».
Conterà molto quindi il lavoro quotidiano in palestra, vero strumento di sviluppo per i giocatori, che dovranno guadagnarsi lo spazio per le partite ufficiali, visto che «nessuno è stato preso con promesse di ruoli e minuti».
«Abbiamo voluto creare un ambiente competitivo: ogni allenamento ci sarà Caruso contro Owens, Librizzi contro Brown o Ross contro De Nicolao. Se puoi avere una cosa così è molto bello, lo spot in campo si guadagna in allenamento, è bello che ogni volta sarà una piccola guerra».













