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Calcio | 20 dicembre 2021, 08:50

IL COMMENTO. Da Luciano, 96 primavere, a Leonardo che di anni ne ha 5: il Varese ha ritrovato il suo grande pubblico

Dalla terza categoria al terzo posto in D in due anni e mezzo, le facce di Cappai che torna in campo dopo 5 mesi o di Pastore, Cantatore e D'Orazio che in uno spicchio di partita sono decisivi quanto o più dei titolari, la gente del Franco Ossola: i biancorossi sono tornati a essere gli sfidanti perfetti di chi ha speso più di tutti. Quelli che nessuno vorrebbe alle calcagna

Il Pira scappa via in un Franco Ossola da imprese (foto Ezio Macchi)

Il Pira scappa via in un Franco Ossola da imprese (foto Ezio Macchi)

Ieri al Franco Ossola è tornato anche Luciano Bonvini, 96 anni, con il figlio Pietro sulla fatidica penultima fila della tribuna laterale sud. Ed è arrivato anche il mitico Lucio di Mombello, 86 anni, che tutte le mattine ferma Luca Ielmini in piazza per parlare solo di Varese, finendo sempre per dire "Ghem scià nagott".

Ma c'era anche Teo che, finita la partita, sotto la tribuna ha ricevuto un mazzo di fiori da Renato Fasetti, allo stadio dopo essere rimasto a casa settimane con una speciale felpa termica sul petto (altrimenti si poteva scordare di venire), da deporre al posto di Dede.

C'era Leonardo di 5 anni, il più piccolo tra i piccoli amici di Caccianiga, e c'erano i ragazzi del vivaio sulla pista d'atletica prima del via, c'era la curva del Casale e quella dell'Inter, c'era un tifoso speciale di Donato Disabato arrivato dal passato e, se magari non c'erano davvero tutti i presenti ai tempi che ben sappiamo e ricordiamo, si sono rivisti coloro che non tornavano a Masnago da tempo e questa è la vittoria più grande del Varese. Che, ora, diventa anche una grande responsabilità, la più importante ma anche la più bella da sostenere di fronte a una curva da serie B, un pubblico da C e una squadra terza in D che, però, due anni fa era prima in Terza Categoria: non c'è da aggiungere altro.

Della squadra, nonostante qualcuno continui a impuntarsi su questioni di lana caprina come i cambi e la distanza economica dalla corazzata Novara o dalle spese dello stesso Casale e della Sanremese (battute entrambe, così come si stava facendo con gli azzuri al Piola a un quarto d'ora dalla fine), colpiscono le facce. 

La faccia di Roberto Cappai, 32 anni, distante 941 chilometri da casa e dalla sua Sardegna solo per soffrire: è entrato quasi al 90' dopo 5 mesi in cui non aveva potuto disputare neppure un minuto in amichevole, senza aver potuto segnare nemmeno un gol, lui che vive per quello ed è il bomber designato, e in quella manciata di minuti ha conquistato un calcio d'angolo decisivo per tenere gli avversari lontani dall'area del Varese. Un calcio d'angolo dopo una corsa in fascia e un pezzetto di campo conquistato che vale come uno o cento gol perché ti fa capire che puoi ancora fare il tuo mestiere quando forse non ci avrebbe creduto nessuno.

La faccia di Minaj dopo il gol segnato e dopo i gol falliti a porta vuota, sinfonia incompiuta come lo erano, all'inizio, quelle di De Luca o Lazaar perché la musica, a quell'età, corre lenta e, se accelera, rischia di non compiersi e non arrivare alla fine. Tutto accada a tempo debito, a volte basta saper aspettare.

La faccia di Pastore o di Cantatore o di D'Orazio: da titolari designati, sono costretti ad alzarsi dalla panchina ma trasformano il loro quadratino di partita in una rivincita, in una conquista, in una staffetta in cui portano il testimone agli ultimi 100 metri della staffetta, quelli che fanno tagliare il traguardo a tutta la squadra e non solo a loro.

La faccia, in fondo, che abbiamo tutti al Varese quando dobbiamo rincorrere chi spende di più, dall'Alessandria alla Cremonese. Quella che ci piace e ci esalta: da sfidanti, ultimi arrivati, signori nessuno. Quei signori nessuno che non vorresti mai avere alle calcagna.

Andrea Confalonieri


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