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Calcio | 10 gennaio 2021, 00:01

Gianpiero Marini: «Il Varese di Borghi era una vera scuola calcistica. Ho nostalgia di Masnago: il calcio per noi era vita»

Scoperto e portato al Fanfulla, poi il passaggio ai biancorossi e l'esordio con Liedholm, l'Inter e il Mondiale 1982, il soprannome di Gianni Brera "pinna d'oro": «Monsignor Pigionatti parlava con l'allenatore: se non studiavi, finivi in tribuna. Peo Maroso, un padre; Prato e Mascheroni, esempi per tutta la mia carriera»

Gianpiero Marini: «Il Varese di Borghi era una vera scuola calcistica. Ho nostalgia di Masnago: il calcio per noi era vita»

Gianpiero Marini nasce a Lodi il 25 febbraio del 1951 sotto il segno dei pesci. Sin da bambino ha le idee molto chiare: vuole fare il calciatore. Inizia a giocare nell’oratorio, nei pomeriggi lodigiani dopo la scuola, con la nebbia e il freddo in inverno, con il caldo in estate. Il piccolo Piero non demorde, sino a quando un osservatore del Fanfulla vede il ragazzino e decide di dargli fiducia, facendolo esordire a 16 anni.  

Dal Fanfulla alle giovanili del Varese, alla Triestina e alla Reggina in prestito, sempre con il cartellino biancorosso. Poi il salto tra i grandi: la prima squadra a Varese, l'Inter, il titolo di Campione del mondo 1982 e il Collare d’oro al merito sportivo, infine la carriera da allenatore.

Questa in sintesi la carriera di "pinna d’oro", cosi battezzato dal grande Gianni Brera, che dava i soprannomi ai calciatori che più stimava...

Marini, lei lasciò la pianura lodigiana a 17 anni: ebbe qualche rimpianto?
Direi di no: il mio sogno sin da bambino era fare il calciatore, avevo questo obiettivo. Lasciai il lodigiano per venire a Varese, che allora era una vera scuola calcistica, super organizzata.

Ci spieghi bene.
Sotto il Sacro Monte esisteva questa società, il cui presidente era il commendator Giovanni Borghi. Eravamo una ventina di ragazzi, tutti alloggiati al Collegio De Filippi. Prima di tutto si doveva studiare e fare la vita di collegio: prima si andava alla Santa Messa, poi ci si allenava. Se i risultati settimanali dello studio non erano buoni il Rettore, Monsignor Pigionatti, parlava con l’allenatore della allora De Martino: o andavi in panchina o non venivi proprio convocato...

Ci può fare qualche nome di chi ha studiato con lei e ci racconta in che cosa si è diplomato?
Sono diplomato geometra. Con me studiavano Gentile, Mayer, Libera, Ramella, Valmassoi e tanti altri che poi hanno giocato in serie A.

Ricorda il suo esordio in prima squadra con la maglia biancorossa?
Solitamente il mercoledì noi giovani della De Martino giocavano con le riserve della prima squadra e qualche titolare che doveva recuperare la forma fisica. Mister Liedholm veniva a vederci giocare. Finita la partita mi fece capire a mezze parole che alla domenica successiva avrei fatto il 13° uomo in panchina. Allora non esistevano i cambi di adesso e infatti fu così. Il mio esordio avvenne a Torino contro la Juventus.

Ricordi di Masnago?
Tantissimi. E tanta nostalgia. Eravamo un gruppo straordinario, un ambiente che ci gasava tantissimo... Mister Peo Maroso, oltre che essere un allenatore capace di scoprire talenti, era per noi come un padre. Poi avevamo i senatori, che non ci facevano pesare il loro ruolo. Ricordo in particolare Chicco Prato e Duccio Mascheroni. Sinceramente devo dire che ho giocato diverse partite in tante squadre, ma due persone così importanti sul campo ne ho trovate pochissime: Chicco aveva una visione di gioco straordinaria ed è stato quello che nel suo importante ruolo ha inventato la verticalizzazione; aveva un senso della posizione unica. Mascheroni era un centrocampista sicuro, preciso sulla posizione, con un tocco di palla quasi vellutato. Era un geniale... Purtroppo un infortunio al ginocchio ha messo fine alla sua carriera. Questi due li ho sempre portati come esempio ovunque io abbia giocato.

Si dice che lei nel gruppo fosse il più serio e che andasse agli allenamenti con i giornali che parlavano di finanza: vero?
Il più serio non lo so... Capitan Chicco Prato e Maroso avevano un bel da fare, avevamo tutti vent’anni. Io avevo un compagno di camera forse più posato di me, che erano Nicola Fusaro, detto il lupo della Sila perché era calabrese. Ma devo dire che tutti avevamo le idee chiare e sapevamo dove volevamo arrivare. Il calcio per noi era vita. Per quanto riguarda la finanza, la borsa, è vero: mi è sempre piaciuta. Studiavo l’andamento economico del mercato borsistico: ancora adesso mi appassiona.

Quando è andato a Milano a giocare per l'Inter avrà avvertito un cambiamento...
Certo, un altro ambiente, una pressione diversa, giocare alla domenica davanti a 80 mila spettatori e non sentire i fischi quando si sbaglia... non è facile.

Ha avuto poi anche esperienze da allenatore. 
Ho allenato la Primavera dell’Inter e in parte la prima squadra nel 1994. Poi il Como, la Cremonese e la Nazionale italiana della serie B. Mi sono tolto delle soddisfazioni, ma poi ho deciso di smettere per dare una mano a mio figlio che è agronomo per gestire l’azienda agricola Lodolina. Io tanto per cambiare mi occupo del settore finanziario.

Senta, Marini, lei è campione del mondo 1982 e quella Nazionale scrisse una pagina di storia italiana: perché? 
In Italia era un periodo non facile. Eravamo partiti per il Mondiale immersi in un mare di polemiche, come fossimo il parafulmine del momento storico di allora. È stato bravo Bearzot a isolarci dalla polemiche, spesso assurde. Fu magnifico il Presidente della Repubblica di allora, Sandro Pertini, nel sostenerci e farci sentire protagonisti di una bella pagina sportiva, ma non solo... Fa sempre storia a se battere la Germania in finale e il Brasile in semifinale.

A proposito: sull'aereo presidenziale che vi riportava a Roma ci fu la storica partita di scopone tra Zoff, Bearzot, Pertini e Causio. Si racconta che qualcuno sbagliò a giocare a una carta: ci può dire come è andata?
Questo è un mistero... Ma proviamo ad andare per intuito: Zoff era il mio capitano e non sbagliava mai; Bearzot era il mio super mister, è nel mio cuore; Pertini, come si fa a dare la colpa ad un Presidente della Repubblica; il Barone Causio è troppo preciso per sbagliare... Ma nessuno si è accorto che da dietro il sedile dell’aeroplano è spuntata la manina fatata di un bellissima hostess...

Sarà cosi mister Marini, cerchiamo di convincerci di questo dopo 40 anni...

Claudio Ferretti


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