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Opinioni | 30 maggio 2020, 09:16

Le edicole e quel rito sempre più lontano: la brezza che scompiglia i giornali si porta via un pezzo di storia di Varese

Stanno lentamente scomparendo quelle che un tempo erano vere e proprie piazze di incontri e confessionali laici. L'amarcord di Mario Chiodetti racconta una pagina di storia della città e del nostro passato

L'indimenticabile edicola di Anna e Augusto sul ponte delle Nord a Varese

L'indimenticabile edicola di Anna e Augusto sul ponte delle Nord a Varese

Il pomeriggio di quel 15 aprile 1967 passeggiavo con la mano in quella di papà, mentre la mamma spingeva il passeggino di mio fratello Fulvio, in una giornata di bella primavera, con il sole e le nuvole soffici come lana appena cardata. Finita via Morosini, ecco il vecchio stabilimento delle scarpe Forzinetti, dove la nonna aveva lavorato da ragazza, due passi e il “Corriere d’Informazione” dava la notizia a caratteri cubitali, come usava dire allora: «Improvvisa morte di Totò»

L’edicola era un cunicolo incassato nel muro, ricolma di giornali e riviste, e la locandina messa di sbieco all’ingresso, come una piccola vela. E vele più grandi si muovevano intorno, persone con il giornale aperto, con le ampie pagine mosse dalla brezza, altre a commentare la notizia sul marciapiede accanto. Se ne andava un pezzo di storia del teatro e del costume, e l’edicola diventava di colpo l’ultimo palcoscenico del grande comico, accoglieva la sua recita muta a beneficio di sconosciuti ammiratori, costernati per la sua sparizione dal mondo, ché si pensa che un attore non debba mai morire, se non in scena. 

Papà comperò il giornale, scorse la prima pagina, la commentò con mamma, e lo ripiegò per sistemarlo nella tasca della giacca, un movimento che vidi fare spesso anche al nonno, che il “Corriere” lo prendeva all’edicola della stazione Nord, da vecchio habitué, abbinandolo a “Prealpina”, “La Domenica del Corriere” e “Oggi”, quest’ultimo a beneficio della nonna, peraltro avida lettrice di Gialli Mondadori, scambiati in via Manzoni al chiosco dei libri vecchi.

Varese aveva edicole in ogni angolo, ma l’anagrafe me ne farà sicuramente dimenticare qualcuna: due interne alla stazione e altrettante nei pressi, poi in piazza XX settembre, in piazza Monte Grappa, in piazza Repubblica, in corso Matteotti, incassata nel vicoletto, poi in piazza Beccaria, via Dandolo, di fronte a vicolo Canonichetta, in fondo a via Marcobi, vicino alla chiesa di San Giuseppe, in via San Martino angolo tribunale, e in tempi più recenti i giornali li potevi acquistare anche in libreria, da “McArco” in corso, mentre Pontiggia li vendeva agli inizi del ‘900, e aveva come cliente Francesco Tamagno, che fermava il calesse davanti alla vetrina. 

I giornali erano lenzuoli bianchi e neri, si faticava a tenerli aperti senza che le pagine facessero “giacomo giacomo” e si flettessero in basso ritornando in posizione spiegazzate e vissute, fiere del loro compito. Lasciavano anche un po’ di inchiostro sulle dita, specie le edizioni pomeridiane, “La notte” e il “Corriere d’Informazione”, che arrivavano ai lettori appunto “fresche di stampa”. 

Raramente si cambiava edicola, si prendeva il giornale “al volo” perché si era per strada oppure per una notizia bomba come quella di Totò, altrimenti ognuno aveva il suo chiosco di riferimento e il problema si poneva con le ferie estive, quando si doveva allungare la strada anche per comperare il pane e “andà a provved” diventava una bella passeggiata mattutina, tra serrande chiuse e superstiti accaldati.

A volte incontravamo l’Evaristo, calvo e dalla voce roca, la pelle abbronzata e il naso da pugile, un lungo grembiule grigio ferro che non si toglieva nemmeno in estate. Era un fattorino freelance del tempo, uno che con la sua bicicletta faceva chilometri ogni giorno a consegnare ciò che arrivava con i treni, spesso i pacchi di giornali e i “fuori sacco” della posta. Aveva una gamba “sifola” ma, non si sa come, pedalava in fretta come il Mario della canzone di Carpi e Dario Fo, tenendo in bilico sul manubrio sacchi e sacchetti e riuscendo anche a fischiettare qualche aria d’opera e canzoni di prima della guerra.

Per me e papà, la domenica, l’edicola diventava parte di un rito, che comprendeva la messa alla chiesa della Motta, l’“americano” bevuto al “bar dei pelatini” di via Bernascone angolo Marcobi, dove un certo Arialdo, collega di mio padre, dava spettacolo di arte varia muovendo le orecchie come Dumbo. Era l’unico giorno in cui mio padre comperava i giornali del mattino, di solito lo faceva il nonno, perché i miei lavoravano e leggevano le notizie la sera, dopo cena, prima della televisione e del telegiornale, con la Terra che ruotava sulla punta di un’antenna e le lettere a comparire come per magia su quella sorta di mappamondo.

L’edicola era una piccola piazza, una sorta di confessionale laico colorato, e la nostra era quella di Anna e Augusto, sopra il ponte delle Nord all’ingresso di via Maspero. Ci andava mio nonno, mia mamma, poi papà e quindi io, Anna aveva la memoria di un computer, per ogni cliente aveva la mazzetta di giornali pronta, inserti, speciali, gadget, non le sfuggiva nulla, e procurava ogni arretrato in capo a due giorni.

L’edicolante conosceva il cliente meglio di uno psicologo, ne coglieva l’umore del lunedì e quello del venerdì, sapeva in anticipo se una nuova testata sarebbe stata gradita o meno, al limite se ne parlava lì, sul “sagrato” di quella piccola chiesa sospesa sopra il vuoto, con il treno che correva di sotto con un rumore di tuono.

C’era il pensionato delle 8 e l’impiegato delle 8,30, lo studente che andava a Milano e la casalinga in ansia perché “Visto” non era ancora uscito, qualche bocia voleva ancora le “figu” e i patiti di scommesse aspettavano il “Trotto sportsman”, che a Milano arrivava già il pomeriggio del giorno prima e qualche pendolare di rientro aveva già in saccoccia, suscitando invidia e desiderio. Qualche parola la facevano tutti, anche quelli di corsa, era un modo per essere nel mondo, di far parte di un universo di carta che parlava alla gente, con la gente che ascoltava e diceva la sua, a ogni ora del giorno.

Sono scomparse, una a una, le vecchie edicole di Varese, trasformate in biglietterie, chioschi di libri e stampe, negozietti di fiori, demolite dalle ruspe, chiuse senza rimedio come quella dell’Anna e dell’Augusto, al loro pensionamento, o la storica di piazza Repubblica che, ovviamente diversa nell’architettura, era già lì ai tempi delle cartoline in bianco e nero di inizio ‘900, con la caserma splendente, i tigli lungo via Magenta e i carri con i buoi per la fiera del bestiame. 

Per comperare i giornali devo ogni giorno andare da Giubiano in corso Matteotti, dove resiste, con mezza giornata di apertura, un’unica edicola “vecchio stile”, quella che un tempo fu della bella Olivia, e ora è gestita da una coppia simpatica e gentile, che ancora procura gli arretrati e mette sul piattino per i soldi le copie dei giornali preferiti prima ancora che il cliente le richieda. E, ogni tanto, magari il lunedì con il campionato in corso, o per i dati del virus in questo periodo di vita apparente, qualche vela, seppur più piccola e quadra, per i formati tabloid, la si vede ancora ondeggiare lì vicino, nell’attesa, purtroppo prossima e inevitabile, di un’assoluta bonaccia.

Nella gallery:
- L’edicola di Anna e Augusto sul ponte delle Nord
- Olivia Broggi, ex titolare dell’edicola di corso Matteotti
- Mario Chiodetti con la prima, storica copia de "La Provincia di Varese" dell'1 ottobre 2005
- Via Vittorio Veneto. L’edicola è il negozio con le tende esterne all’altezza della Topolino e della signora con giacca bianca in piedi sulla strada
- Altre due immagini d’epoca con le edicole di via Volta e piazza Beccaria

Mario Chiodetti

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