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Opinioni | 25 febbraio 2020, 10:24

Sarà una settimana lunghissima, ora c'è solo da aspettare. Ma forse un giorno questo dolore ci sarà utile

Marilena Lualdi ci porta in viaggio con lei in una mattina che sembra diversa da tutte le altre, nei giorni dei divieti e della paura per il Coronavirus

Foto tratta dalla pagina Facebook "Città di Busto Arsizio"

Foto tratta dalla pagina Facebook "Città di Busto Arsizio"

Parto piano, con qualche minuto di ritardo, perché dopo il tam tam delle ultime ore mi aspetto il vuoto attorno a me. E cosa abbastanza incredibile, non lo voglio. Sono le 6.30, devo puntare verso l’Autolaghi. Sulla radio si insinua il flash traffico e questa volta non lo caccio via stizzita perché mi interrompe la canzone: mi dà un’impressione di normalità e di questa avverto il bisogno, mentre tutto il (nostro) mondo è scosso dall’emergenza coronavirus. Il flusso delle auto si gonfia ed è la prima volta che me ne rallegro.  

Perché lo confesso, a volte mi sento un po’ l’automobilista di Gioele Dix, che se non trova una causa per cui incavolarsi, la cerca. La macchina è questo guscio protettivo in cui riusciamo a dare il peggio, perché ci sentiamo invincibili, come dietro uno schermo. 

Questa mattina mi sembra di poter perdonare tutti, da chi non inserisce la freccia a chi cambia all’ultimo la corsia. Ma poi, tutti mi appaiono incredibilmente disciplinati e gentili. Quando arrivo alla mia meta, devo cercare un posteggio e non faccio fatica, ma l’automobilista dietro di me suona il clacson perché rallento per svoltare: pazienza, avrà i suoi problemi, perdono pure lui.

Quando torno verso casa, è quasi mezzogiorno e mi sovviene che intanto la spesa non l’ho fatta: le immagini di ciò che avveniva ai centri commerciali non erano peraltro invitanti. Ho chiesto al negozio vicino a casa se mi porta qualcosa, ma faccio tappa anche al supermercato dove devo reperire alcuni prodotti. Di gente, ce n’è tantissima ed esito, ma poi affronto l’onda. 

Non afferro il carrello e di cestelli non ce ne sono più in quel momento. Pazienza, terrò in mano il poco che mi serve. Non è un’operazione facilissima, ma mi complimento per la mia rapidità. Che si infrange alle casse. Eppure, anche la coda che mi sembrava insormontabile si scioglie in fretta.

La cassiera è una signora gentile, anche lei un po’ disorientata da quelle file che non si esauriscono mai. «Non la invidio» le confida l’altra cliente. Lei sorride e si racconta un po’, mentre diligentemente porta avanti tutto. A me viene la tentazione di chiederle se fosse lì anche domenica, nel giorno che ci è parso più folle che disperato da questo punto di vista (ma forse è meglio smettere di giudicare gli altri per i loro comportamenti). 

Raccolgo il mio sacchetto e resto a contemplare per un attimo questa folla che si mischia, di continuo. Un ragazzo spinge una raffica di carrelli svuotati verso la loro destinazione, le auto fuori dagli spazi crescono. 

Pazienza, perché fuori dagli spazi siamo noi. Quegli spazi ben tracciati, di cui neanche bene ci accorgevamo, ma che c’erano, come una linea invalicabile. Quegli spazi di normalità.

Quelli per cui tutto sembrava fissato, talvolta persino fonte di ansia. Accidenti, mercoledì pomeriggio ho da seguire due eventi sportivi alla stessa ora.

Adesso non c’è più da scegliere. C’è solo da aspettare, come in tutto. Sarà una lunga giornata, e forse una settimana ancora più ostinatamente lunga. Ma rimanesse ancora un briciolo di questa pazienza, di questo concedere una piccola chance più agli altri, allevierebbe questo momento così duro. Mi viene in mente quel libro così intenso di Peter Cameron, “Un giorno questo dolore ti sarà utile”

Sui social la guerra continua, appelli di pace stracciati da fiumi di un morbo verbale aggressivo. La vita reale però - per fortuna, nonostante le sue ferite - è qui. 

 

Marilena Lualdi

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