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Ciclismo | 12 luglio 2026, 15:00

Nardello, un duro dal cuore grande: «Mai mollato, anche quando ero staccato non mi ritiravo. Il Tour? Non bastano le gambe»

Otto volte sulle strade di Francia da protagonista, Daniele compirà 54 anni il 2 agosto e oggi si occupa di abbigliamento ciclistico all’Asos di Stabio: «Chi arriverà secondo dietro a Pogačar? Senza dubbio Vingegaard. Alleno i ragazzini della Valceresio Mountain Bike e ne ho un paio che ci mettono forza e passione. Il problema però è che oggi si vuole tutto e subito, i corridori non hanno il tempo per crescere e si bruciano presto. Ma Finn e Giulio Pellizzari si giocheranno le loro carte». Le salite più dure: «L’Angliru alla Vuelta e il Mortirolo al Giro». E poi Pantani in giallo nel '99, l'amico compagno di sempre Zanini e un consiglio ai giovani: «Il ciclismo è libertà, metteteci tutta la passione e non mollate mai alla prima difficoltà»

Daniele Nardello, ex professionista varesino, otto volte al Tour vincendo una tappa nel 1998 e piazzandosi settimo nel 1999, anno della storica vittoria di Marco Pantani

Daniele Nardello, ex professionista varesino, otto volte al Tour vincendo una tappa nel 1998 e piazzandosi settimo nel 1999, anno della storica vittoria di Marco Pantani

Nei giorni infuocati del Tour de France, la più importante corsa a tappe del mondo, incontriamo chi ne ha corsi otto, vincendo una tappa nel 1998 e piazzandosi settimo nel 1999, anno della storica vittoria di Marco Pantani, il varesino Daniele Nardello, che il prossimo 2 agosto compirà 54 anni, e oggi si occupa di abbigliamento ciclistico all’Asos di Stabio, sponsor prima della squadra svizzera Tudor e adesso della statunitense EF Education-EasyPost.

A Nardello, che correva con la Mapei ed è stato campione d’Italia nel 2001, vincitore di due tappe alla Vuelta spagnola, del Campionato di Zurigo, della Milano-Torino del 1996 e dalla Coppa Bernocchi nel 2002, facciamo subito una domanda provocatoria: chi arriverà secondo al Tour, visto che il primo posto è già ipotecato, dopo che Pogačar ha stracciato tutti sul Tourmalet?
«Senza dubbio Jonas Vingegaard, perché Tadej Pogačar è senz’altro più forte».

Cosa pensa del giovane francese Paul Seixas?
«Sulla carta può salire sul podio, un terzo posto per lui sarebbe fantastico, ha grandi doti, ma il Tour è una corsa molto stressante».

Come mai dopo Nibali e Aru non ci sono più corridori italiani che possono competere a questi livelli nelle corse a tappe?
«Io alleno i ragazzini dai 6 ai 12 anni della Valceresio Mountain Bike e ne ho un paio che ci mettono forza e passione. Il problema però è che oggi si vuole tutto e subito, i corridori non hanno il tempo per crescere e si bruciano presto. È inconcepibile che uno Junior passi professionista a 18 anni quando non è ancora formato. Comunque tra i giovani corridori italiani più forti ci sono Lorenzo Finn e Giulio Pellizzari, che in futuro potranno giocarsi bene le proprie carte».

Cosa si prova a correre il Tour de France?
«Grande emozione e soddisfazione, perché sei scelto tra i 7-8 migliori della tua squadra che comprende 30 atleti. L’atmosfera è incredibile e unica, il team è presentato tre giorni prima dell’inizio e subito dopo la conclusione del Tour».

Che sensazione provò nel 1999 quando Pantani staccò tutti e trionfò a Parigi?
«Lui in salita non aveva rivali, correva con un altro ritmo, era più forte di Lance Armstrong e nessuno riusciva a stargli dietro. Però per vincere il Tour, oltre al cuore e alle gambe ci vuole anche una squadra perfetta».

Lei ha corso anche diversi Giri d’Italia, ma non ha brillato come al Tour.
«Il Giro è bello perché corri in casa e incontri gente che conosci e ti conosce, però di solito ci arrivavo un po’ scarico perché venivo dalle classiche in linea, e poi il mio fisico era più adatto al Tour, mi ritengo un passista scalatore, e nelle gare di un giorno dicevo la mia».

Quale è stata la sua vittoria più bella?
«Ho nel cuore il Campionato italiano del 2001 a Carate Brianza. Correre per un anno con indosso la maglia tricolore è una grande emozione».

La sua più grande delusione?
«Quando, al secondo anno di professionismo, arrivai secondo nel Giro di Lombardia, la corsa in linea più pesante. Avrei potuto vincerlo e la cosa ancora non mi va giù».

Le salite più dure affrontate?
«L’Angliru alla Vuelta e il Mortirolo al Giro d’Italia».

Le sarebbe piaciuto vincere una Tre Valli?
«Molto, da varesotto l’avrei voluto tanto, ma sulle strade di casa tendevo a strafare».

Come si diventa ciclisti?
«Nel mio caso avevo papà che correva da dilettante, e poi sotto casa c’era l’Uci Arcisate, vedevo i ragazzini che si allenavano e così a nove anni salii in sella, poi da allievo passai alla Fictiliarum assieme a Gabriele Colombo. Vincevamo sempre».

Daniele Nardello in una parola.
«Un duro. Non ho mai mollato, anche quando ero staccato non mi ritiravo».

Un compagno di squadra a cui era particolarmente legato.
«Stefano Zanini, altro varesino, compagno alla Mapei, ancora ci vediamo».

Nel 2010 aprì la Gelateria -9 a Stabio dove si poteva avere anche il gusto su misura. Ce l’ha ancora?
«Avevamo anche il gusto Merlot ticinese con il vino della Cantina Ronchi Paleari. No, è stata venduta».

Corre ancora in gare amatoriali?
«Ho smesso da due anni, però vado ogni giorno in bicicletta».

Che bici ha oggi Nardello?
«Una bicicletta artigianale SWI. Sono progettate in Svizzera e prodotte in Italia, nel Veneto. La mia è un prototipo».

Che consiglio darebbe a un ragazzo che volesse fare il corridore?
«Di prepararsi a grandi sacrifici, metterci tutta la passione possibile e non mollare mai alla prima difficoltà. La bicicletta dà un grande senso di libertà, ma il ciclismo non è come il calcio, che se ti alleni poco passi la palla e galleggi, se non esci costantemente è come se ogni giorno dovessi ricominciare da capo».

In famiglia c’è qualcuno che sale in sella?
«Ho due figlie, Virginia di 18 e Rebecca di vent’anni, ci hanno provato ma poi… si sono date all’ippica. Praticano equitazione e vanno molto bene, Virginia ha anche vinto il Campionato regionale di salto».

Mario Chiodetti

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