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Territorio | 18 giugno 2026, 15:11

L'INTERVISTA. Angelo Carenzi neo cittadino benemerito, sorpreso e grato: «La ricerca e l'educazione i miei grandi amori. Dei miei anni in ospedale porto con me i legami con le persone nel tempo»

L'emozione del dottor Carenzi: «Quando ho ricevuto la lettera del sindaco, ho detto "Che cosa vi è venuto in mente". Sono sempre rimasto nella mia Busto rinunciando anche a proposte all'estero». L'impegno per la città, la fede (che emozione alla statua della Madonna in ospedale quasi trent'anni dopo), gli incontri, la nascita della cooperativa Rezzara. «Oggi insegno ma, come ha detto l'arcivescovo, beati i nonni che continuano ad imparare». Con un grazie speciale, quello a sua moglie Lucia

Angelo Carenzi in diversi momenti: a una inaugurazione al San Carlo, alla cerimonia per la Madonna in ospedale, al meeting di Rimini e festeggiando i 50 anni della cooperativa Rezzata

Angelo Carenzi in diversi momenti: a una inaugurazione al San Carlo, alla cerimonia per la Madonna in ospedale, al meeting di Rimini e festeggiando i 50 anni della cooperativa Rezzata

Sorpreso, commosso, grato. Il dottor Angelo Carenzi, classe 1942, ha ripercorso il lungo e intenso cammino, quando ha tenuto tra le mani la lettera del sindaco Emanuele Antonelli che gli annunciava la civica benemerenza per la patronale del 24 giugno (LEGGI QUI). Ha poi chiamato il primo cittadino e racconta: «Mi sono sentito in dovere dire… ma che cosa vi è venuto in mente». L’ha fatto, perché Angelo Carenzi è così: garbato e spontaneo allo stesso tempo. Un uomo che ha lavorato in Italia e nel mondo, ricevendo offerte di stabilirsi altrove per prestigiosi incarichi, ma che è sempre rimasto legato alla sua Busto. Tante attestazioni di stima dalla sua città sta ricevendo in queste ore, dalla cooperativa Rezzara all'istituto San Carlo e da tutti coloro che hanno potuto condividere un tratto di strada.

«I miei grandi amori»

Oggi svela i suoi grandi amori: la ricerca e l’educazione, oltre naturalmente alla famiglia.

«Mi sono chiesto, che cos’ho fatto per Busto – confessa – Ho pensato che sì, ho sempre mantenuto qui la residenza, rinunciando anche a proposte interessanti». Una volta, appena tornato dagli Stati Uniti, ha ricevuto un'offerta importante in Francia, nel campo delle neuroscienze. Una casa meravigliosa, sul Mediterraneo…  Poi la decisione: «Avevamo già due figli che stavano ricevendo tutto l’affetto dei nonni. Avrebbero dovuto spostarsi, ricominciare in un Paese con un’altra lingua. Ho rinunciato». Di figli, Angelo ne avrà altri due con la sua Lucia. Sposata nel 1970, una vita insieme e un’immensa gratitudine, oltre che amore.

L’affetto per la città si manifesta anche con l’impegno di carattere politico. Ad esempio, nei caldi anni Settanta, all’epoca dei decreti delegati, un figlio frequenta l’asilo Sant’Anna: «Mi proposero di mettermi in lista per la componente dei genitori, si chiamava Comunità Educante ed ebbe un grosso successo. Credo di essere stato il primo presidente di questo organismo, come rappresentante dei presidi avevo Vittorino Gallazzi». Nomi che scolpiscono un’epoca.  E sempre viaggiando  attraverso gli anni Settanta, il dottor Carenzi diventa segretario cittadino della Dc e si riesce ad assicurare il mandato del sindaco Angelo Borri per circa cinque anni: non facile dopo un periodo di frammentazione. «Avevamo avuto un notevole successo elettorale, ricordo che i consiglieri Dc erano quasi il 50%».

Ma ben presto lo sta chiamando il mondo della sanità, a partire dalla sua Busto Arsizio.

La sanità e la rivoluzione culturale

Inizio anni Novanta, un periodo non meno incandescente nel mondo sanitario: «La gestione dei politici aveva fatto un po’ cilecca – ricostruisce – portavano la logica campanilistica o di partito, si bloccavano moltissime iniziative». Tra queste, investimenti e persino i primariati.  «Ho vissuto il primo atto dell’introduzione di nuove regole per la gestione della sanità che si era resa urgente – osserva ancora Carenzi – Il sistema non reggeva, serviva una rivoluzione culturale».

Garantire a tutti un servizio sanitario nazionale gratuito era il fulcro con la legge di Tina Anselmi nel 1978. Ma ora bisognava utilizzare nel modo migliore possibile le risorse e introdurre criteri di appropriatezza e gestione illuminata, che ne rappresentavano la premessa: la clinical governance, per realizzare il miglior servizio possibile al paziente.

Dà l’idea di chi è Angelo Carenzi, la risposta alla domanda di cosa porta nel cuore, con orgoglio, di quegli anni, all’ospedale di Busto. Altri citerebbero nuovi reparti o tecnologie. Lui, no: «Il tipo di rapporti che si sono recati con tantissime persone, colleghi in ogni ambito, che si sono mantenuti nel tempo con una stima reciproca, diventando vera amicizia». Le persone, non le pur importanti mura.

Un primario gli confiderà anni dopo: «Sai che cosa apprezzavo più di tutto nel tuo modo di gestire l’ospedale? Il fatto che tu ascoltavi, poi prendevi le decisioni a volte favorevoli alle richieste, a volte no. Ma prima, sempre ascolto e approfondimento, guardando in prospettiva». Così le persone potevano esprimere positivamente le proprie potenzialità e anche dai contrasti si poteva far emergere il meglio.

La fede e l’educazione

Carenzi riflette e afferma: «Lo devo molto alla mia esperienza ciellina, a don Carlo Costamagna che mi ha fatto incontrare don Luigi Giussani». Nella vita personale, nel lavoro, dove lo guida l’idea di una qualità che colga il bisogno autentico della persona.

«Nel mio caso – ribadisce - è stato molto importante quel curriculum personale di esperienza con figure carismatiche, l’appartenenza a una realtà come Cl».

Il primo amore, appunto, per Angelo Carenzi è la ricerca: «Prevalentemente in ambito sanitario, in America nella biologia molecolare e nella clinical governance. Penso anche all’Istituto superiore della sanità per le sperimentazioni cliniche. Ora insegno però ai ragazzi del Biomedico al liceo Pascal, sempre la ricerca della verità al centro. La ricerca scientifica seria dev’essere fatta con i sacri crismi per avvicinarsi il più possibile alla verità». Ciò va calato nella vita: «A partire dai segni che ci sono nella realtà e cercando di arrivare al perché io ci sono e qual è il significato ultimo di me e di questa realtà».

Si pone così con naturalezza il suo secondo amore, come lo definisce: quello per l’aspetto educativo. Si manifesta con la fondazione della scuola media Libera Cattolica, l'avvio del cammino della cooperativa della Rezzara. «Il primo tema era la difesa della libertà di educazione, carissimo a don Giussani – sottolinea – Prima don Carlo Costamagna mi ha introdotto come insegnante di religione alla Ragioneria serale, quindi l’insegnamento di farmacologia all’Università di Milano e ancora i corsi post universitari sui problemi della sanità. Ma ho riscoperto la bellezza dell’insegnamento, proprio quando il direttore Gianni Bianchi mi ha chiesto di creargli il corso di biomedicina tra quelli facoltativi al Pascal».

I nonni e la gratitudine

Un’esperienza che lo sta rendendo veramente felice: «Sono grato al Signore di queste occasioni. Mi sono innamorato dei miei allievi e quando è venuto il nostro arcivescovo un mese fa in San Giovanni per incontrare i nonni, ha citato una beatitudine .“Beati i nonni che continuano ad imparare”... Mi ci sono ritrovato in pieno».

Imparare sempre: dagli allievi, dai colleghi, da ogni dialogo che leva la tentazione del piedistallo. Anche qui, si forgiano amicizie: alcuni di questi ragazzi hanno tentato anticipatamente il test di Medicina e due lo passano.

Angelo è un marito, padre di quattro figli, nonno di sei nipoti. In vista della cerimonia in cui gli verrà assegnata la civica benemerenza, mercoledì prossimo, sta pensando ai ringraziamenti: «Sono riconoscente per la vita che mi è stata donata. Per i grazie... oltre a don Carlo e a don Giussani e il suo carisma, a mia moglie. Mi ha aiutato moltissimo, l’ho portata in America dove è nato il secondo figlio… Ecco, l’allevare i nostri figli è ricaduto in gran parte su di lei e mi ha lasciato fare tante cose. Di questo le sono veramente grato».

Quella cerimonia toccante in ospedale

Prima di lasciarci, torniamo un attimo in ospedale, a Busto. Ancora una volta, affiora un episodio che nulla ha a che fare con mega inaugurazioni. 

Tre anni fa, viene invitato dal direttore generale Eugenio Porfido a una cerimonia, ben più silenziosa. In occasione della ricorrenza della Madonna di Caravaggio un momento di condivisione e preghiera davanti a uno dei simboli dell'ospedale, la statua della Madonna di Lourdes  di fronte al padiglione Bizzozero. Non si sa chi la realizzò, solo che venne collocata dal cappellano del sanatorio don Roberto Macchi. Ma chiuso il reparto, gli spazi diventarono un deposito e lì restò la statua. Fino al 1995, quando don Abramo Volontè scrisse all'allora amministratore unico Angelo Carenzi, affinché la Madonna fosse spostata in luogo più consono. Così avvenne.  E quasi trent'anni dopo, un'occasione di raccoglimento vede appunto lo stesso Carenzi presente, felice e commosso: «Bisogna rendere merito al pregio di alcune persone che lavoravano con don Abramo e don Peppino, fecero un restauro molto accurato«.  

Marilena Lualdi

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