La Rogorella, oggi, è un quartiere sospeso. Sospeso tra ciò che era – un placido contesto residenziale senza alcun nervo scoperto nella quotidianità di chi lo abita – e ciò che invece sta diventando, tra cantieri fermi o quasi, progetti incerti e scelte amministrative che, secondo i residenti, non vengono condivise.
Sono tre le questioni a tenere banco nella parte alta di Bodio Lomnago: una palestra incompiuta, un ex ristorante che sta lentamente marcendo nel degrado e il progetto di una comunità terapeutica legata alla Fondazione Laura e Alberto Genovese. Tre tasti dolenti e talmente cruciali da aver spinto chi dimora in questo splendido palco verde sul lago di Varese a organizzarsi in un comitato composto da ottanta cittadini, fermi e chiari nelle loro rimostranze e nelle loro intenzioni: «Non possiamo accettare che cali sempre il silenzio».
Le prime due ferite appaiono una di fronte all’altra nel punto in cui via Rogorella si impenna prima di incontrare via dei Frassini. A sinistra - dove una volta sorgevano una piscina e dei campi da tennis coperti - si erge lo scheletro di un impianto sportivo apparentemente lontano da una conclusione, centro polifunzionale nelle idee ma non ancora nella pratica: «Doveva essere pronto due anni fa – raccontano i membri del comitato che VareseNoi ha incontrato – poi è successo quello che è successo e si è fermato tutto». Il riferimento è al 14 dicembre 2021, quando nel cantiere perse la vita Vasile Atomei, operaio travolto dal ribaltamento di una betopompa: l’incidente ha bloccato i lavori per lungo tempo e ha segnato profondamente il destino dell’opera.
Da lì in avanti, infatti, il cantiere non ha mai compiuto sostanziali progressi, tra stop necessari a effettuare le indagini su quanto accaduto e un aumento dei costi diventato insostenibile strada facendo: i residenti raccontano anche di un contenzioso tra il Comune di Bodio e l’impresa di costruzioni sul punto delle condizioni economiche. Apparentemente, però, dall’amministrazione sono arrivate pubbliche rassicurazioni: «Hanno dichiarato sui media che entro il 29 aprile la prima parte della palestra sarebbe stata finita, invece non è così. Gli operai si vedono per qualche giorno, poi è di nuovo il deserto».
Ma il punto, per il comitato, è anche un altro: «Mettiamo anche che completino la struttura. Poi cosa succederà, chi sosterrà i costi, quale sarà il suo reale utilizzo? Non vediamo un piano chiaro». La proposta, anche drastica, è allora sul tavolo: «Valutiamo quanto costa finire davvero e quanto invece ridimensionare o cambiare progetto. Ma decidiamo. Non possiamo restare così: ci sono mutui aperti e quei mutui li paghiamo tutti. Per questo chiediamo un confronto con tutta la cittadinanza».
A pochi metri di distanza la seconda ferita aperta: l’ex ristorante della Rogorella, inattivo da circa vent’anni. Il complesso che ospitava l'attività è oggi un pugno in un occhio, in tutto il suo sciatto abbandono, per chiunque passi per la zona, figurarsi per chi vi abita accanto: «Per diverso tempo il “mostro” è rimasto nascosto dalle piante, poi il proprietario le ha fatte tagliare e si è aperto questo scenario» spiegano i residenti. E non è solo un problema di fatiscenza visibile “en plein air”, ma anche di accessi improvvisati e intrusioni continue. «Entrano ragazzi, si arrampicano, è pericoloso», dicono.
La situazione è stata segnalata più volte, ma l’amministrazione, riferiscono gli intervistati, ha risposto che non sussistono le condizioni per parlare di degrado o per intervenire sul piano della sicurezza e del decoro: «Bastano gli occhi per capire che non è così» è la controreplica.
Quale futuro attende questo capitolo? Secondo quanto appreso, il proprietario dell’immobile avrebbe in mente un progetto edilizio: si parla della costruzione di quattro palazzine, circa 18 appartamenti, probabilmente da mettere in affitto. Ma non ci sono né tempistiche, né certezze, mentre le preoccupazioni restano immediate: «Continua a entrare chiunque. Hanno messo una rete da cantiere, ma non è una soluzione». La richiesta è anche in questo caso diretta: «Nessuno può dire al privato cosa fare, ma il Comune può pretendere sicurezza e sollecitare l’avvio dei lavori».
Il terzo fronte, quello più delicato, ha portato la Rogorella anche sulle pagine delle cronache nazionali: si tratta del progetto della comunità terapeutica legata alla Fondazione Laura e Alberto Genovese, quest’ultimo noto imprenditore attualmente detenuto nel carcere di Bollate e condannato per reati legati agli stupefacenti e alla sfera sessuale.
La vicenda parte a novembre 2025, quando si palesa una richiesta di costruzione in deroga al PGT, con cambio di destinazione d’uso per trasformare una villa della zona (sita in via dei Castagni 25) in un centro per il recupero dalle tossicodipendenze: una struttura sanitaria, insomma, in un comparto in cui il Piano di Governo del Territorio prevede solo abitazioni residenziali. Il progetto viene portato in Consiglio comunale il 27 novembre e, secondo quanto raccontano i cittadini interpellati, inizialmente l’orientamento dell’amministrazione sembra favorevole. «Si è parlato di interesse pubblico, di posti di lavoro, di benefici per il territorio, di oneri di urbanizzazione…» riferiscono i residenti. La seduta tuttavia prende improvvisamente una piega diversa, i cittadini presenti protestano, il Consiglio viene interrotto, poi riprende e al momento del voto la decisione è di segno opposto: voto unanime contro l’iniziativa.
Sembra tutto finito ma non è così: poche settimane dopo, a ridosso di Natale, arriva la notizia che l’immobile è stato comunque acquistato da una società legata alla Fondazione. Da quel momento partono i lavori. Il 12 gennaio viene presentata una CILA per ristrutturazione interna, formalmente legittima perché compatibile con la destinazione residenziale. Per il comitato il quadro è chiaro: «Stanno andando avanti lo stesso con il progetto originario». Alle cronache un incontro tra i cittadini - i cui interessi sul punto sono difesi da un avvocato - e i promotori, finito con un muro contro muro. Ed è spuntata anche una data di inizio operatività del centro - fine aprile - mentre anche il Comune ha chiesto una consulenza legale in merito alla situazione, le cui risultanze sono però ignote al Comitato, che spiega: «Abbiamo chiesto l’accesso agli atti ma ci è stato negato».
«E senza cambio di destinazione urbanistica e senza autorizzazione dell’ATS, la comunità non può aprire - ribadiscono i residenti - Eppure il cantiere prosegue, perché?». Sul sito della Fondazione, in effetti, il centro residenziale per la cura delle dipendenze di Bodio - che ha anche un nome: la Casa di Stefano - è regolarmente pubblicizzato, con tanto di foto e possibilità di prenotare un colloquio conoscitivo.
Tre storie diverse, un unico filo conduttore: la Rogorella. E la combattività dei suoi abitanti: «Meritiamo attenzione, trasparenza e risposte. Non il silenzio».

































