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Basket | 15 marzo 2026, 20:20

Trentacinque minuti di sofferenza, cinque minuti per mettere nel mirino il cielo e scoprire che è possibile toccarlo

IL COMMENTO DI FABIO GANDINI - Dentro al “replay”, per trovare un senso oltre la sofferenza e il tempo che non è passato invano: nel finale Varese scopre qualcosa di nuovo su se stessa, tra protagonisti inattesi, sangue freddo, coraggio e promesse mantenute

Davide Alviti (foto Averna)

Davide Alviti (foto Averna)

Dentro al “replay”, per trovare un senso.

Al 35’ Varese è con le spalle al muro: il tabellone dice 75-80 e la “boascia” è lì per terra, pronta solo da pestare.

Sprecare tutto, in casa, dopo due vittorie, contro una “piccola” (in questo caso addirittura l’ultima del lotto): in fondo sarebbe un “SuperClasico” della stagione biancorossa, l’ennesima occasione per riesumare la massima eterna di prof Nikolic e della sua sbadatissima e goffa mucca bosniaca.

Invece… Invece Varese oggi ha scoperto qualcosa di nuovo su di sé. Qualcosa di nuovo e importantissimo.

Ha scoperto, innanzitutto, di avere in campo dei soldati che non sono pronti a morire, anche se il destino del match li ha già messi sotto terra: Stewart, un fantasma fino a quel momento, azzecca un siluro pesante come l’Empire State Building, poi si rifà da una palla persa banale con un assist al bacio per Renfro e quindi trova il contropiede del primo +3. E Alviti? Non da meno: per 35 minuti son più ferri che altro, da lì in poi sono assist al bacio e rimbalzi contro una selva di avversari famelici.

Ha scoperto, anche, che chi è difensore per la carta d’identità può essere attaccante alla bisogna: e allora ecco Renfro, 18 punti e il radar nel farsi trovare sempre lì, sempre nel posto giusto, sempre dove può battere il sole di due punti da segnare. Ed ecco, a dirla tutta, anche Moore, la calma dopo l’adrenalina, quella per trovare oltre una selva di uomini il passaggio decisivo.

Dal 75-80 al 91-86, non sbagliando più nulla, rintuzzando ogni colpo di una Treviso commovente perché mai morta. Ma non è solo una questione di sangue freddo, di apprezzabilissima e finora sconosciuta lucidità o di grande pulizia nei mezzi offensivi nel momento più importante: i 5 minuti conclusivi di Varese-Treviso hanno anche svelato protagonisti inattesi, come Freeman, pronto a raccontare una morale diversa a una stagione che pare iniziare ora, meglio tardi che mai; e hanno svelato, ancora una volta, il coraggio di Kastritis che, quando tutti avrebbero puntato sulla sicurezza di Iroegbu e su Nkamhoua, è andato per la strada delle sue sensazioni e delle sue intuizioni e ha vinto con Stewart, Alviti e Freeman; e ha svelato che per il coach greco ogni promessa è debito: ha raccolto, un anno e spicci fa, una Varese clownesca reduce da due anni e mezzo di regressione tattica e difensiva e l’ha messa a posto proprio ripartendo dalle fondamenta in retroguardia, prima di mettere attenzione sull’attacco…

… 25 assist, oggi, mai così tanti: dopo la fluidità di Udine, un’altra risposta.

Trentacinque minuti di sofferenza, forse troppa, cinque minuti per mettere nel mirino il cielo e scoprire che è possibile toccarlo.

Dentro al “replay”, per trovare un senso oltre la sofferenza e il tempo che non è passato invano.

Fabio Gandini


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