All in.
Aveva salutato tutti ed era partito l’estate scorsa, Marco Legovich, chiudendo e portandosi via una valigia di cartone come quelle di una volta, migrante del basket alla ricerca di una strada nuova, di un futuro, di un senso a un amore grande. Di quelli che ti tolgono il respiro e firmano una vita.
All in. Davanti all’ignoto.
Un “giovane vecchio”, Lego, cestisticamente parlando: Trieste tatuata nel cuore a crescerlo, ex più giovane capo allenatore della Serie A e un libro di storia già da scrivere nonostante non abbia ancora compiuto 34 anni. Perché ne ha viste tante, il nostro, ottenendo meno - molto meno - di quanto la sua passione e la sua bravura da enfant prodige abbiano seminato, vittima molto più che artefice di una retrocessione che più accidentale e sfortunata non avrebbe potuto essere, proprio a casa sua, e del caos tecnico che ha inopinatamente marcato la Varese di Scola, prima che due anni di abbonamento al fondo classifica consigliassero un’inversione a U, sulla quale peraltro anche lui ha messo un piccolo, ma significativo e finale zampino.
Già Varese, non felice, ma comunque sua, nell’affetto conquistato che ha doverosamente ripagato l’impegno, la serietà, la sincerità. Affetto che oggi sgorga a piene mani per questo figliolo lontano, senza accusare i chilometri di distanza. L’ex vice di Bialaszewski, Mandole e Kastritis è infatti salito sul trono della piccola Europa targata ENBL, la European North Basketball League, conquistando da condottiero il secondo trofeo della storia dello Dziki Varsavia, giovane e ambiziosa società della capitale polacca. Implacabili i “cinghiali” nelle final four che si sono concluse ieri sera: prima hanno mandato al tappeto i rumeni del Voluntari (87-80), favoriti per il titolo, poi - nell’ultimo atto - il Manchester, abbattuto 109-97 grazie soprattutto ai 24 punti, 6 assist e 5 rimbalzi della stella Landrius Horton.
E grazie al magistero di Legovich, accolto in Polonia come si accolgono coloro a cui ci si affida per migliorare, per fare un salto in avanti, per costruire qualcosa di duraturo lì dove alberga il desiderio di imparare. E allora “all in”, tutto dentro, messaggio da ripetere ogni giorno nello spogliatoio, dal primo allenamento all’ultimo, come un mantra: all in per un gruppo di giocatori affamati, che dal “basso” di un basket non di primo piano cercano l’affermazione per spiccare il volo nell’Europa che conta; e all in per lui, soprattutto per lui, ancora in piedi dopo tutti i colpi del destino ma con quel senso di cui sopra da ritrovare in una luce nuova che spegnesse i momenti di buio trascorsi.
Nessuno si offenderà se dall’inglese passiamo al latino: veni, vidi, vici.
Certo che c’è un senso, caro Lego.














