Andrea Bortoluzzi racconta la propria storia raccontando quella della sua famiglia e, quindi, quella di Varese. Non è la prima volta che ci racconta della sua dinastia e, sicuramente, non sarà l’ultima anche se come al solito il passaggio tra passato, presente e futuro è talmente labile da essere scavalcato o dimenticato.
Quello che è certo è che ascoltandolo si entra nella parte della storia di una città che merita ciò che ha al pari di ciò che ha perso. Non esito a definirlo “notaio dentro” per la dovizia di particolari e di nozioni che arricchiscono il suo racconto e, visto l’indole girovaga della sua famiglia, a chiedere se si senta o meno varesino. La risposta non sta solo nel titolo, anzi.
Nelle sue parole ci sono anche le personali aspettative politiche disattese che non ne hanno cancellato le aspirazioni fondate su basi tanto solide quanto meritate. Ascoltare chi si è diviso tra famiglia, lavoro, politica, passioni ed ha amministrato con semplice lungimiranza può servire, davvero, a decidere del proprio futuro dopo essersi fatti trascinare dalla sua energia delicata capace di lasciare una traccia luminosa.
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