Le coordinate definitive del processo devono ancora essere tracciate. Nell’aula del Tribunale di Varese, l’udienza preliminare per l’omicidio di Rachid Nachat – ucciso il 10 febbraio 2023 a Castelveccana, nell’area delle Cascate della Froda – si è concentrata non sul merito delle accuse, ma su un passaggio preliminare destinato a incidere sull’intero impianto del procedimento: l’ammissibilità della costituzione di parte civile dei familiari della vittima.
Otto parenti – genitori, fratelli e sorelle del 34enne di origine marocchina – hanno chiesto di partecipare al processo nei confronti del maresciallo capo del Nucleo operativo e radiomobile della Compagnia di Luino, imputato per omicidio aggravato, detenzione abusiva di armi e falso ideologico. Un secondo ufficiale, comandante del Nucleo, risponde invece di frode processuale e favoreggiamento per presunte omissioni e condotte ritenute idonee a eludere le indagini.
Ma la difesa degli imputati ha eccepito la legittimità della costituzione di parte civile, sostenendo la mancanza di documentazione certa sull’identità degli otto richiedenti. All’uscita dall’aula, l’avvocato Luca Marsico ha spiegato: «Oggi abbiamo contestato la legittimità e l’ammissibilità della costituzione di parte civile che è stata depositata alla scorsa udienza. Il giudice, tenuto conto anche della corposità delle nostre eccezioni, si è preso del tempo per decidere e ha rinviato l’udienza al 13 aprile per sciogliere la riserva sulla costituzione di parte civile e per dire se ammetterà il giudizio abbreviato condizionato».
Nel dettaglio, la difesa ha evidenziato l’assenza di passaporti, carte d’identità o altri documenti equipollenti. «Nessuno vuole negare i diritti di nessuno – ha aggiunto l’avvocato Lucio Lucia – ma vi è una totale mancanza di documentazione di certezza sulle persone che hanno chiesto di costituirsi. Sono otto persone senza documenti identificativi. E sanare questi vizi lo si può fare solo con una causa civile». Marsico ha richiamato la necessità di rispettare «requisiti formali e sostanziali previsti dal codice di procedura penale e dal codice di procedura civile».
Di segno opposto la posizione dell’avvocato Marco Romagnoli, penalista ed esperto in diritto dell’immigrazione, già impegnato in procedimenti di forte impatto mediatico come l’omicidio di Rogoredo e il caso Rumi. «I difensori degli imputati si sono opposti alle costituzioni di parte civile dei familiari di Nachat, che è stato brutalmente assassinato, sollevando questioni sul riconoscimento dei genitori e dei fratelli della vittima. A mio avviso sono osservazioni che non possono essere condivise dal giudice, posto che l’identificazione è stata compiuta da un pubblico ufficiale con atti tradotti e legalizzati in lingua italiana».
Un confronto tecnico, ma tutt’altro che marginale. Se il gup dovesse dichiarare inammissibili le costituzioni, i familiari resterebbero esclusi dal processo penale, con la necessità di agire separatamente in sede civile.
Intanto, sullo sfondo, resta il cuore dell’accusa. Secondo la richiesta di rinvio a giudizio firmata dal procuratore Antonio Gustapane e dal sostituto Lorenzo Dalla Palma, Nachat sarebbe stato colpito alla schiena mentre si allontanava, con due colpi esplosi dall’alto verso il basso a distanza di alcuni metri. La causa del decesso è stata individuata in uno shock ipovolemico associato a distress respiratorio per lesioni toraciche.
Non secondario è anche il mutamento della qualificazione giuridica del fatto nel corso delle indagini. In una prima fase, il fascicolo era stato chiuso ipotizzando l’omicidio preterintenzionale. Con l’insediamento del nuovo procuratore, la contestazione è stata rimodulata in omicidio volontario aggravato, con un evidente salto di gravità sul piano dell’elemento soggettivo e del trattamento sanzionatorio. Una svolta che segna il cambio di passo dell’ufficio inquirente e che rende il procedimento ancora più delicato, sia sotto il profilo probatorio sia sotto quello istituzionale.
Il caso di Castelveccana dimostra come i grandi nodi legati alla responsabilità penale delle forze dell’ordine non appartengano soltanto alle periferie delle metropoli. Anche la provincia di Varese si trova oggi al centro di un procedimento che intreccia uso della forza, obblighi di servizio e presunti depistaggi.
Per ora, tuttavia, il processo resta in una fase interlocutoria. Prima di affrontare la ricostruzione dei fatti e le responsabilità individuali, il giudice dovrà stabilire chi potrà legittimamente sedere tra le parti del processo e quale rito seguirà il procedimento. Solo allora il quadro potrà dirsi davvero delineato e forse lo sapremo solo il 13 marzo.














