L’ultima volta fu una zampata in un deserto, al termine di una partita equilibrata. Era il 2021, era Ruzzier, era Covid.
E fu salvezza, a conti fatti.
Per trovarne un’altra bisogna andare indietro di 8 anni, anno di gloria 2012/2013, Indimenticabili in campo, Banks a fare da mattatore, Forum che piange, sia in campionato che in Coppa Italia.
E prima ancora? Altro salto da gamberi, stagione 2006/2007, playoff: c’è Delonte Holland che umilia Danilo Gallinari e saluta beffardo la panchina meneghina, per la goduria di un popolo.
Contiamo? Già, contiamo: con l’impresa di stasera fanno 4 vittorie esterne (contando la sola Serie A) in 22 anni tondi tondi, ovvero da quando Milano ha avuto il beneficio di chiamarsi, e soprattutto dotarsi, Armani.
Quattro successi in quattro lustri e mezzo: come i Papi che si sono succeduti nello stesso arco di tempo...
Servono imprese per espugnare Milano e il primo merito della truppa di Ioannis Kastritis è aver annusato quella di stasera. Noi ci guardiamo indietro e vediamo solo rimpianti: la partita già vinta a Treviso e consegnata a Chillo (a Chillo eh, mica a Guduric…), quella già vinta contro Venezia e consegnata alla paura... Coach K. ha guardato indietro e ci ha visto invece una squadra con i mezzi per dire la sua: quegli sprazzi di grande difesa, quell’attacco che - quando gira - gira bene, erano delle prove generali di un'affermazione che alla fine è arrivata contro l’avversaria meno attesa, risultando, pertanto, memorabile.
L’ardita offesa alla nobile e ricchissima Ea7 è stata una somma con due addendi che però hanno spiccato sugli altri. Il primo è il più visibile del lotto, con quella classe leopardesca che fa rima, per quantità, solo con la follia del suo spirito libero: oggi Tazé Moore ha deciso di vincere e ha vinto, e, come tutti gli eroi, si è preso la scena nel momento più difficile, più catartico, più decisivo, trasformando il parquet di piazza Stuparich in un playground personale che non ha ammesso altri attori, né repliche.
È Tazé, non lo disegnano così come il coniglio Rabbit, è semplicemente così: bisogna prenderlo quando è re, ma anche quando diventa vassallo di se stesso. C’è solo da pregare Dio che i giorni in cui si sveglia con la luna dritta - e allora diventa uno dei più forti giocatori, per intensità e uno contro uno, di questa Serie A - siano più numerosi di quelli in cui vede nel suo cielo una luna sbilenca.
L’altro addendo, o fattore, va scovato in mezzo alle statistiche (sì ma avanzate…), in mezzo al sudore dei suoi show difensivi, ai chilometri percorsi tra l’arco e l’anello. Volete un altro indizio? È uno dei giocatori più detestati da chi la luna di cui sopra (non quella di Moore) non la guarda, soffermandosi piuttosto sul “dito” dei punti e dei rimbalzi a tabellino.
Si chiama Nate Renfro ed è il giocatore più decisivo che questa squadra possiede.
Così è, anche se non vi pare.
A noi pare solo una cosa, concludendo questo pezzo mentre fuori dal Lido, a un’ora dall’ultima sirena, i tifosi biancorossi cantano ancora di giubilo dando la prova di quanto sia bello regalare loro una gioia: dateci un altro lungo come Nate, invece di continuare a pagare un americano solo per gli allenamenti (follia che rimane tale anche dopo questa festa popolare…) e conquisteremo il mondo.














