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io_viaggio_leggero | 17 gennaio 2026, 07:00

Arequipa, la porta delle Ande

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e racconti di viaggio vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a : ioviaggioleggero@gmail.com

Arrivare ad Arequipa dalla costa, significa attraversare una linea invisibile. Non è un confine netto, né un cambio improvviso di scenario: è una trasformazione lenta, progressiva, quasi corporea. La strada si allontana dal Pacifico e il paesaggio comincia a spogliarsi. Il verde scompare lentamente, l’orizzonte si allarga, la luce perde morbidezza e diventa verticale, esigente. È come se il Perù, poco alla volta, smettesse di raccontarsi per immagini e iniziasse a farlo per sensazioni. La costa resta alle spalle come una superficie piatta, rassicurante. 

Qui, invece, tutto comincia a salire. Non solo l’altitudine, ma la percezione dello spazio e del tempo. Arequipa non appare come un miraggio nel deserto, non cerca l’effetto scenografico. Si presenta solida, compatta, costruita per durare. I primi quartieri sono disordinati, attraversati da un traffico che sembra ignorare qualsiasi regola, da mototaxi che sfrecciano tra le corsie come insetti rumorosi.

 

Ma è solo avvicinandosi al centro che la città rivela la sua vera natura.La pietra chiara del “Sillar” domina lo sguardo. Riflette la luce con una forza quasi abbagliante, disegna volumi netti, contorni precisi. È da qui che nasce il soprannome di “Ciudad Blanca”, ma ridurre Arequipa a una questione cromatica sarebbe un errore. Il bianco non è solo estetica. Questa è una città costruita ai piedi dei vulcani, su una terra instabile, e lo ricorda in ogni dettaglio. Nulla è leggero, nulla è solo bello. Nel centro storico, tutto cambia passo. Il rumore si attenua, le strade si fanno più ordinate, come se il luogo imponesse spontaneamente una disciplina. Nella Plaza de Armas, ogni dettaglio trova una misura. I porticati, le arcate, la facciata della Catedral: sono elementi al posto giusto, senza ostentazione. Di sera, l’ambiente si trasforma. Le luci calde scolpiscono la pietra, l’acqua delle fontane riflette le torri come se volesse trattenerle. Arequipa non cerca l’effetto immediato. Si lascia scoprire attraverso i dettagli: i portali barocchi consumati dal tempo, le finestre incorniciate da secoli di sole, i bassorilievi che raccontano una fede concreta.

 

Nel Monasterio di Santa Catalina, questa sensazione si amplifica. I colori esplodono: rossi profondi, blu polverosi, aranci bruciati. È una città nella città, un sistema chiuso che ha scelto la separazione come forma di esistenza. Camminando qui dentro, il tempo sembra sospeso. Non c’è misticismo romantico, non c’è nostalgia. C’è una disciplina radicale, una scelta che oggi appare quasi inconcepibile: sottrarsi al mondo per comprenderlo meglio. Entrare nel monastero non significa visitare un luogo, ma accettare un’altra idea di tempo. Fondato nel XVI secolo come spazio di clausura per donne appartenenti all’élite coloniale, Santa Catalina è stato per secoli un luogo chiuso, autonomo, separato non solo da mura, ma da una posizione radicale. Le celle non erano semplici stanze, ma microcosmi. Ogni monaca disponeva di uno spazio privato, arredato con oggetti personali, piccoli forni in pietra, come quelli che ancora oggi si intravedono negli angoli più appartati. La clausura qui non era povertà, ma rinuncia selettiva: al rumore, al movimento, alla dispersione. Camminando tra i corridoi, si percepisce una disciplina silenziosa, una forma di concentrazione che oggi appare quasi estrema. Il monastero racconta una scelta che non era fuga, ma metodo: un modo per abitare il mondo tenendolo a distanza.

 

Arequipa, però, non è una destinazione finale. È una soglia. Lo si capisce davvero quando si lascia la città alle spalle e si inizia a salire verso l’altopiano. La strada si arrampica, il paesaggio si fa essenziale. Le case scompaiono, restano rocce, cielo e vento. Al Mirador de los Andes, a quasi cinquemila metri, l’aria cambia consistenza. Diventa sottile, selettiva. Ogni passo pesa di più, ogni respiro è una negoziazione con il corpo. Qui la geografia non è uno sfondo, è una presenza fisica che ti guarda negli occhi. Lungo la strada, alpaca e lama osservano in silenzio. Non c’è folklore nei loro movimenti, solo adattamento. Sembrano parte integrante del paesaggio. Guardandoli, si ha la sensazione che siano loro a misurare il nostro passaggio, non il contrario. Qui l’uomo è ospite, sempre. L’arrivo a Chivay è discreto, quasi dimesso. È un punto di appoggio più che una meta. Un luogo dove il corpo cerca conforto: un pasto caldo, una stanza semplice, magari una pozza termale incastonata tra le rocce, dove l’acqua calda incontra l’aria fredda dell’altitudine. Anche il riposo, qui, ha qualcosa di essenziale. Nulla è superfluo, nulla è pensato per durare oltre il necessario.

 

Poi c’è il Canyon del Colca che non si mostra subito. Si lascia intuire, come una ferita che si apre lentamente nella montagna. Al Cruz del Cóndor, il vuoto diventa protagonista. Il silenzio è interrotto solo dal vento e dall’attesa. Quando il condor appare, non c’è spettacolo, non c’è enfasi. Il suo volo è lento, preciso, necessario. Planare qui significa conoscere le correnti, accettare la profondità, fidarsi dell’aria. Non è un’esibizione: è sopravvivenza. Davanti a questa immensità, tutto si ridimensiona. Le parole diventano superflue, i pensieri si semplificano. Le Ande non promettono nulla. Non accolgono ma non respingono. Esistono punto e basta. Il sentiero stringe, la roccia assorbe il calore, il respiro si fa sentire. Ogni passo pesa. I terrazzamenti emergono come tracce di resistenza. Camminare nel Colca è vivere lo stupore come misura del paesaggio.

 

Arequipa è la porta delle Ande perché prepara. Ti insegna a guardare meglio, a togliere il superfluo. È l’ultimo luogo dove la pietra è ancora città, prima che diventi montagna. Dopo, tutto cambia il suo peso: il tempo, le scelte, e l’idea stessa di fatica.

Marco Di Masci

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