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Basket | 28 novembre 2023, 20:34

«Il sistema è questo, non si cambia. Mercato? Dipende… Coach B? Vediamo la reazione post Brescia»

Le risposte dei due gm della Pallacanestro Varese Zach Sogolow e Maksim Horowitz alle domande nel momento più duro della stagione e dopo la scoppola del PalaLeonessa. Una lunga intervista su tutti gli argomenti più caldi - dalla posizione dell’allenatore alla supposta schiavitù alle regole delle analytics, dal mercato a Willie Cauley Stein - che conferma ancora una volta il cambiamento culturale in atto sotto al Sacro Monte. «Ai tifosi diciamo che ce la metteremo tutta. E che vogliamo lottare per i playoff»

«Il sistema è questo, non si cambia. Mercato? Dipende… Coach B? Vediamo la reazione post Brescia»

Chi si aspetta di leggere sentimenti forti, dure prese di posizione, aspre critiche, nette risoluzioni e nomi di salvatori da annunciare coram populo, farebbe bene a passare all’oroscopo piuttosto che proseguire con questa intervista.

Perché chiacchierare con Zach Sogolow e Maksim Horowitz - rispettivamente GM of Basketball Operations e GM of Basketball Strategy - nel momento più duro della stagione, all’indomani della stentorea scoppola presa da Brescia, significa fare i conti ancora una volta con il netto cambiamento culturale che ha ammantato la Varese secondo Luis.

Le sei domande de l’Ultima Contesa - leggi QUI - sono state prontamente recapitate al mittente, nella fattispecie - confermata la non disponibilità alle interviste locali del capo supremo - ai due giovani manager che si dividono il compito (tra gli altri loro ascritti) di raccordo tra il campo e il fuori campo. E le risposte sono arrivate tutte, a raccontare quello che abbiamo già provato più volte a spiegarvi (tipo QUI)…

E allora ecco che una delle peggior sconfitte in 78 anni di storia - pur nella consapevolezza dell’infimo livello raggiunto - diventa una partita da valutare insieme alle altre. Ed ecco che il mercato, che metà dei giornalisti varesini aggredirebbe con furore, è invece un qualcosa da soppesare su più fattori, ecco che la leggerezza strutturale della squadra non va corretta perché si è perfettamente consapevoli dei vantaggi e degli svantaggi che comporta, che Cauley-Stein sta soddisfacendo per i miglioramenti messi in mostra e per la sua disponibilità, che il playmaker non manca e… so on…

Non è sottovalutazione dei pericoli (o almeno tutti speriamo che non lo sia). Non è presunzione, anzi l’impressione è di aver avuto davanti due persone umili e molto competenti. È semplicemente un misto di cose che solo i chilometri di Oceano Atlantico possono spiegare: la volontà di perseguire fino in fondo un’idea anche quando manifesta dei limiti, l’estrema convinzione nel rifiutarsi di valutare il breve periodo, la fiducia quasi cieca in ciò che va oltre le singole persone - ovvero la regola -, l'attitudine a vendere il proprio prodotto fino a prova estremamente contraria, una dose di continenza che noi latini mediamente non sappiamo nemmeno dove stia di casa e anche un pizzico di quella riservatezza rispetto al mondo esterno che nel “Big Country” è sacra.

Così è, anche se non vi pare, la Pallacanestro Varese odierna. Con un limite però, perché qui, nessuno è fesso (chissà come si dice a New York il proverbio napoletano...): se la squadra non darà segni di vita dopo Brescia, nessuno probabilmente si potrà dire salvo. Nemmeno un Bialaszewski per il quale vengono spese parole di estrema fiducia, anche se... «come risponderemo dopo Brescia ci dirà molto di noi stessi e di come lo staff tecnico sappia gestire momenti delicati come questo». 

In un “American way” di rispondere, suona molto più di un avviso.

 

Ma ripartiamo da Brescia: «Vorremmo dire - rispondono prima Sogolow e poi Horowitz - che prima di tutto non giudichiamo la nostra squadra dalle singole partite, sebbene quello che ogni singola partita “dica” in termini di sforzo messo in campo e di qualità del gioco sia molto importante per noi. Vorremmo che questo fosse chiaro… Come i nostri tifosi, siamo naturalmente frustrati dal risultato: sappiamo che la nostra squadra è capace di fare molto di più di quello che ha mostrato domenica. È normale che non ogni partita vada nella direzione da noi sperata, ma abbiamo bisogno di metterci nella condizione di combattere sempre fino alla fine e ciò succede solo se sei competitivo fin dall’inizio».

Naturale chiedere anche se non ci siano problemi - singoli e collettivi - di approccio e di resistenza mentale alle partite, vista la facilità con cui i biancorossi si sono sciolti sul parquet del PalaLeonessa (e non è stata la prima volta): «Ogni giocatore sta lavorando duro sugli aspetti mentali del modo in cui gioca, al pari del resto. E a loro disposizione abbiamo messo delle risorse che permetteranno loro di continuare a lavorarci. Anche sotto questo profilo il passaggio all’Europa per la prima volta richiede adattamento e apprendimento: bisogna imparare che ogni partita è importante e richiede una certa intensità. Siamo sicuri che il nostro coach sta cercando di enfatizzare molto questi concetti e che i nuovi stiano a poco a poco imparando e stiano crescendo».

Gli alti e i tanti bassi riscontrati finora vengono spiegati così: « Per una squadra giovane, nuova e in cui ci sono tanti giocatori a digiuno di Europa è normale che ci siano delle varianti del genere - spiega Sogolow - Ci vuole tempo, anche solo per capire le differenze che ci sono tra una partita di campionato e una di Fiba Europe Cup. In una situazione del genere ci sta giocare bene contro avversari che sono più forti di te, come male contro chi è invece ampiamente alla tua portata o peggio di te». Brescia quindi diventa quindi più che altro una tappa - seppur fastidiosa - in un percorso da sei vittorie su otto partite nell’ultimo mese e mezzo: «Al di là della delusione per ciò che è avvenuto a Brescia, è normale quanto sta accadendo e nel complesso siamo felici del trend che Varese ha preso prima del match del Palaleonessa».

Andiamo dritti e chiediamo se non siano riscontrabili errori nella costruzione estiva della squadra, visto come la Openjobmetis di coach Bialaszewski sparisca dal parquet ogni volta che trova sulla sua strada difese asfissianti sulla palla e fisicità. La replica di coloro che il mercato, peraltro, lo hanno fatto solo in minima parte, in un’estate contrassegnata dagli addii progressivi (prima Arcieri, poi Brase), è la seguente: «Siamo leggeri, indubbiamente. Abbiamo costruito una squadra che rispondesse allo stile di gioco che vogliamo perseguire e stiamo imparando che ci sono alcune cose con cui dobbiamo fare i conti, senza porvi particolare enfasi. Siamo una squadra che vuole giocare veloce, che vuole prendersi i tiri giusti, che vuole logorare gli avversari con i suoi scatti e con l’atletismo: è chiaro che il compromesso sia la leggerezza e la minor forza rispetto ad alcune squadre» dice Horowitz, come a confermare che certi grattacapi sono stati pienamente in conto.

Sia lui che il collega, però, tengono anche a precisare che «sia per me che per Zach questa è la prima volta in Europa e stiamo imparando cosa serve per giocare bene in Italia, cosa serve per giocare bene nelle Coppe e cosa invece non va. Non ci riteniamo perfetti e non pensiamo di sapere già tutto in virtù della nostra esperienza passata: valutiamo le nostre scelte e cerchiamo di imparare dagli errori». 

Chiediamo conto delle venti statistiche - per la maggior parte difensive - che vedono Varese all’ultimissimo posto della Serie A: «I numeri parlano chiaro, la difesa non è a posto, ma lasciamo che siano i nostri allenatori a capire cosa fare dal punto di vista strategico: noi stiamo dando loro tutte le informazioni statistiche di cui hanno bisogno e loro stanno certamente lavorando duro per migliorare questi numeri - dice Zach - Il punto è che bisogna valutare la difesa nella sua interconnessione con il resto del gioco: se forzi una palla persa, dall’altra parte vai a segnare un facile layup, se concedi un rimbalzo offensivo, ti precludi la possibilità di andare in transizione. Questi per noi sono gli aspetti importanti». Ecco invece Makx: «Siamo in costante comunicazione con i nostri allenatori e con il front office e tutti insieme cerchiamo di capire quali sono i nostri punti di forza e quali le nostre debolezze. È chiaro che siamo una squadra più offensiva, ma questo non significa che non possiamo essere una squadra che difende anche bene, pur senza diventare i migliori sotto questo aspetto. Il talento nel roster c’è per fare molto meglio».

Su Willie Cauley-Stein e il suo rendimento: « Willie si sta abituando a quello che lo circonda, al gioco e a quelli che sono i nostri bisogni - è l’idea di Makx - C’è un continuo scambio con lui, perché anche da parte sua arrivano suggerimenti su come lui ritiene di poter essere utile al team. Ci stiamo lavorando, così come fa il coaching staff per metterlo nella posizione dove possa rendere al meglio». 

Sì, ma non manca un play che lo sappia attivare? «Riteniamo di no. Possiamo trovarlo così come siamo nelle posizioni in cui può far male alle difese avversarie: ci sono situazioni in cui i suoi compagni devono essere più “playmaker”. Anche qui le discussioni sono continue nel tentativo di cercare le soluzione migliori: nessuno rifugge i problemi». E Sogolow aggiunge: «Molto del suo rendimento dipende anche da come le altre squadre decidono di difendere su di lui: alcune avversarie gli mettono due giocatori addosso per impedirci di arrivare al ferro, ma questo ci apre delle opportunità sull’arco. Altre volte è più libero. Abbiamo imparato che bisogna essere pazienti e capire quale sia il piano partita altrui, sfruttando le opportunità che da esso discendono».

Arriviamo a due argomenti centrali, l’allenatore e la supposta, immutabile schiavitù al “sistema”. Sul primo abbiamo già anticipato: né Sogolow, né Horowitz rifuggono la realtà. «Nessuno si sente bene per come è andata la partita contro Brescia - parla Sogolow - ma vediamo il lavoro che Tom e il suo staff fanno ogni singolo giorno, e crediamo che sia lui, sia tutta l’organizzazione stiano facendo di tutto per muoversi nella giusta direzione. Come risponderemo dopo Brescia ci dirà molto di noi stessi e di come lo staff tecnico sa gestire momenti come questo». Sul secondo tema ecco Horowitz: «Posto che anche qui si tratta di un qualcosa che riguarda il lavoro degli allenatori, penso che per noi sia molto importante essere coerenti con il nostro modo di giocare. Come possiamo crescere e apprendere se poi cambiamo o ci aspettiamo cose diverse dai nostri giocatori di volta in volta? Penso che alla fine se noi saremo in grado di eseguire ai massimi livelli il sistema che abbiamo messo insieme con Luis e con i coach, avremo successo. Naturalmente ci sono momenti in cui i cambiamenti sono necessari in base agli infortuni e ad altre cose che accadono ed è qui che i nostri allenatori hanno lo spazio per intervenire: spetta a loro la valutazione». Queste parole vanno a certificare ancora una volta l’enorme mutamento rispetto a un passato fatto di intendimenti tecnici classici, variabili ed adattabili…

Certo, riprende Zach, «questo non significa che ignoriamo come giochi o come sia la squadra che ci gioca contro, ma accettiamo pienamente che il nostro modo di giocare miri a prendere alcuni vantaggi e ad accettare alcuni svantaggi. E con questo dobbiamo convivere». Discorso chiuso.

Il mercato: «Valutiamo ogni giorno le opzioni del mercato: è il nostro lavoro, lo prendiamo seriamente e lo stiamo facendo al di là delle circostanze. Nessuno deve pensare che siamo qui decisi a non cambiare nulla al di là dei risultati. Ora ci sono gli infortuni di Librizzi e di McDermott, ma per loro natura gli infortuni sono una cosa dinamica: le prospettive possono cambiare tra il giorno in cui essi occorrono e le settimane successive, anche in termini di durata. In questo momento quindi stiamo cercando di distinguere tra ciò di cui possiamo avere bisogno a breve termine e ciò che invece potrebbe servirci a lungo termine». Traduzione nostra: se l’assenza di McDermott (Librizzi potrebbe, il condizionale è d’obbligo, tornare già fra due domeniche) dovesse effettivamente essere consistente, il ricorso a un’aggiunta potrebbe avvenire. Altrimenti si valuterà ancora, ma per un cambiamento.

Le ultime battute sono per i tifosi, per le loro paure: «Capiamo i tifosi - afferma Sogolow - Nulla di quello che potremmo dire loro in questo momento potrebbe rassicurarli più di avere una squadra che gioca con il cuore e che si batte per questa fantastica città e per questa fantastica gente. L’unica rassicurazione che possiamo dar loro è che continueremo a lavorare giorno e notte e ci aspettiamo che lo stesso facciano i giocatori ogni partita». «Nel poco tempo in cui siamo stati qui - conclude Makx - Abbiamo visto l’amore che i tifosi hanno per questa squadra e tutti - io, Zach, gli allenatori, il front office - vogliamo lavorare duro per renderli orgogliosi e avere alla fine una stagione positiva. E questo non significa retrocedere, ma competere per i playoff».

Fabio Gandini


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