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Varese | 18 aprile 2023, 15:03

LA STORIA. La Varese a luci rosse e le notti del piacere nelle case chiuse. Tra cumenda insospettabili e giovanotti accolti alla cassa, frustino alla mano, da Lina

“Andemm a la Villetta”, si diceva prima di arrivare nel "budello" di via Idria, oggi via Bainsizza, dove si entrava nel bordello di lusso (dieci lire) o in quello popolare (cinque lire) per "conoscere" Marabella e Marabruna, Doriana, Gaby, Wilma, Maruska, Violetta, Fosca. Le ragazze arrivavano e poi passavano in questura per le registrazioni e le visite mediche. «Quando "Ratin" se ne andava, tutti si affannavano a chiedere quando sarebbe tornata». Ma c'erano anche Carmela, la Marocca e la Perugina che aspettavano i clienti tra Valle Olona e Biumo. E quegli incontri furtivi nelle camere al piano superiore del bar ristorante Brenta o allo Chalet Martinelli

Entriamo nelle case chiuse della Varese del piacere. Sotto nella gallery i disegni di Mino Maccari e, poi, le immagini di via Bainsizza, ex via Idria, con le case un tempo bordelli

Entriamo nelle case chiuse della Varese del piacere. Sotto nella gallery i disegni di Mino Maccari e, poi, le immagini di via Bainsizza, ex via Idria, con le case un tempo bordelli

Via Idria, poco più di un budello, a ridosso della massicciata ferroviaria, in fondo alla via Cimone e poco distante da via Maspero, in cima alla quale, davanti al Cimitero Monumentale, ancora oggi si fa, come usava dire un tempo, «commercio carnale». Ce n’erano due, di case chiuse in via Idria, zona ultra popolare, le fabbriche con le ciminiere a due passi, case di operai e campagna, le industrie simbolo di Varese ancora vitali, il Calzaturificio Trolli & Bernasconi, i Molini Marzoli Massari e perfino la Suchard, per tacere dell’Helvetia di via Monte Santo. Nello stradario di Varese del 1932, «la via Idria (privata) continua la via Macello piegando a sinistra, e mette sulla strada Carreggia, al passo a livello della linea Ferrovia Nord Milano».

Era il 20 febbraio 1958 quando la Legge n. 75 della Repubblica Italiana, voluta dalla senatrice socialista Lina Merlin, entrò in vigore, ma solo il 19 settembre dello stesso anno ben 560 case d’appuntamento chiusero per sempre i battenti, mettendo fine a un mondo popolato da un’umanità variegata, che molti film neorealisti hanno raccontato e altrettanti scrittori tratteggiato, un mondo che anche a Varese ha lasciato le sue tracce, ormai presenti soltanto nei ricordi di qualche anziano.

Così, da un giorno all’altro, sparirono Marabella e Marabruna, Doriana, Gaby, Wilma, Maruska, Violetta, Fosca, e decine di ragazze che arrivavano in carrozza per la “quindicina”, facendo sapere alla città della loro presenza nei due bordelli di via Idria, uno di lusso, da dieci lire alla marchetta, e l’altro popolare, per cinque lirette. Era la Varese del dopoguerra, delle biciclette e delle prime Lambrette e Vespe, con le industrie in centro e la campagna che incominciava a Casbeno, al casino si andava anche per cercare intimità, per raccontarsi, spesso qualche ragazza trovava marito e si emancipava, c’erano battesimi del fuoco per i maschi all’arrivo della maggiore età, e qualche volta padri e figli si incrociavano nei corridoi.

Le ragazze arrivavano e poi passavano in questura per le registrazioni e le visite mediche. Non erano più di sei, i postriboli di via Idria non erano grandi, «e una di queste veniva chiamata “ratin”, topolino, perché molto minuta. Era la più richiesta per certe sue prestazioni, e quando se ne andava tutti si affannavano a chiedere quando sarebbe tornata». Lo scrive un certo “Curiosone di Varese” nel suo blog, che spiega: «A trovare le signorine ci andavano tutti, anche le autorità. Nel casino da cinque lire c’erano due entrate, quella principale e quella secondaria. Spesso quando arrivavano le autorità, laiche e non laiche, venivano fatte passare da dietro e l’entrata principale era bloccata, per evitare che fossero riconosciute».

Il proprietario dei due bordelli era “il Milanese”, e la maitresse, Lina, un donnone di Pavia che agitava sempre un frustino e non si muoveva dalla cassa. «I controlli della polizia erano ferrei. I questurini passavano ogni sera a controllare, solitamente intorno alle dieci. I casini erano luoghi sicuri, a quei tempi c’era poco da scherzare. Magari rimorchiavano anche qualche marchetta gratis, ma tenevano tutto sotto controllo. Le due case, seppure differenziate nelle tariffe, avevano una struttura molto simile. Sei stanze, dove le ragazze eseguivano le prestazioni e dormivano, un salone con delle panchine al piano terra, e una sala da pranzo dove le ragazze, la maîtresse e gli amici mangiavano insieme. Per le autorità c’era anche un privé, un salottino al riparo da occhi indiscreti», annota il “Curiosone di Varese”. All’ingresso c’era una sorta di portinaia che controllava la carta d’identità, ma erano molti i minorenni che sgattaiolavano falsificandola.

«In via Idria ci andai una volta sola, assieme al mio amico avvocato Alberto O. Arrivammo in Lambretta, lui salì subito, io mi fermai nel salottino ad aspettare che lui finisse e, quando mi chiamò da sopra dicendomi di salire, ebbi vergogna e me ne andai senza consumare. Sarà stato il 1955, ricordo la vecchia maîtresse, un donnone gigantesco, e le ragazze, che venivano per lo più dal Mantovano e dal Bresciano», spiega Franco G.

«Le giovani passavano prima da Casa San Giuseppe Lavoratore, in via Griffi 5, dove c’era monsignor Sonzini, nella speranza di trovare un posto per dormire e un lavoro onesto. Alla mala parata finivano al casino di via Idria, dove c’erano storie di vera disperazione e grande povertà».

Carlo Morjs, voce tenorile alla Luciano Tajoli, un Disco d’oro vinto e molti ricordi di concerti in giro non solo per l’Italia, raccolse le confidenze di Giuseppe Bianchi, negli anni ’50 capo delle Guardie notturne di Varese.

«I giovani di allora chiamavano la casa di via Idria “la Villetta”, lo si diceva sottovoce “andemm a la Villetta”. Io ero troppo giovane per frequentarla, vivevo a Induno e li vedevo partire a frotte la sera, a piedi, per raggiungere le ragazze magari appena arrivate per la quindicina. Bianchi mi riferì che il mercoledì il casino era chiuso, perché riservato ai preti di San Vittore. A quei tempi in valle Olona c’erano due prostitute storiche, Carmela e la Marocca, abitavano in quello che noi ragazzi avevamo battezzato “il Castello”, una vecchia ex caserma diroccata che ospitava un’umanità brada. Ogni tanto la Marocca rimaneva incinta, ma non ricordava nemmeno chi fosse il padre del bambino. A Biumo, invece, batteva “la Perugina”, domicilio via Frasconi 4, in una casa in cui le stufe economiche non avevano sportelli. Erano in ghisa ed erano stati venduti per far soldi, la fuliggine aleggiava ovunque».

Una volta chiusi i bordelli, molte ragazze cercavano un lavoro oppure continuavano il mestiere in altro modo, sulla strada o in locali compiacenti. Ricorda Eugenio Dell’Ova, per anni titolare di negozi di frutta e verdura, in via Carrobbio e in viale Milano e memoria storica della città: «Allora lavoravo da “Enrichetta” e in piazzetta San Giuseppe c’era il bar ristorante Brenta, che aveva l’ingresso da via Volta ed era gestito da valtellinesi. Lì c’era qualche “donnina allegra” che riceveva nelle camere al piano di sopra. Erano gli anni in cui furoreggiava la Maria Pia, prostituta di lusso, oggi sarebbe una escort, donna bellissima che frequentava anche la vicina boutique di Anna Maria Pella, dove tutte le signore bene di Varese facevano i loro acquisti. Un altro luogo d’appuntamenti era lo Chalet Martinelli, che oggi il comune vuole vendere ai privati. Allora era gestito dalla signora Stella, che poi con il marito aprì l’omonimo ristorante in via Maspero angolo piazzale Kennedy. La sala superiore del Martinelli, dove si ballava, era dotata di bigliardo, e lì avvenivano gli incontri tra facoltosi clienti, tra i quali diversi “cumenda”, e le ragazze».

Storie piccole e grandi di quando Varese “tollerava”, e i bordelli erano le chiese laiche dove confessare le proprie debolezze, i vizi e le disperazioni, come ha raccontato Piero Chiara, descrivendo lo storico casino di Luino, dove la maîtresse era Mamma Rosa.

«Era una milanesona che dopo la prima guerra si era stabilita a Luino, dalla città dove aveva passato la sua gioventù e aveva fatto la sua pratica. Se fosse stata anche lei del mestiere nessuno poteva dirlo; certo era tenutaria nata e si capiva dal comportamento sicuro, sfrontato, e a volte violento. Ma era buona di cuore, generosa e materna al punto di essere chiamata con quel nome affettuoso, ancora vivo nella memoria dei luinesi, che se non fossero state chiuse le case continuerebbero a dire “andiamo a Mamarosa”, benché da tanti anni la donna, il cui solo nome era già una promessa di piacere, è morta e dimenticata». Come la via Idria, oggi sparita dalla toponomastica e diventata Bainsizza, anche se gli edifici che hanno accolto il piacere mercenario, ma anche le gioie e i dolori di un’umanità segnata da due guerre, sono ancora lì a rammentarci come siamo stati.

 

Mario Chiodetti

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