Varese e il mondo del giornalismo varesino in lutto per la scomparsa di Anna Maria Gandini, storica firma locale e voce del "Gazzettino Padano". Anna Maria, 91 anni, è madre di Umberto Gandini, dirigente sportivo di fama nazionale e attuale presidente della Lega Basket. I funerali si svolgeranno domani alle 10.45 nella basilica di San Vittore. Ecco il ricordo di lei scritto da Mario Chiodetti.
Avevo vent’anni quando parlai per la prima volta con Anna Maria Gandini, la “Ganda” di cui favoleggiavano i colleghi scafati, quelli che la vedevano quasi tutti i giorni alle conferenze stampa ricordandone la bellezza e lo charme. Donne, ai tempi, non ce n’erano molte nei giornali, e quelle poche spiccavano, vittime predestinate di commenti di ogni genere.
Incominciavo allora a capire il meccanismo di un giornale, da piccolo collaboratore della “Prealpina”, uno che buttava giù pagine sull’avifauna del Varesotto e andava con la 126 di mamma a sentire i concerti in giro per la provincia per poi scrivere chissà cosa. Anna Maria Gandini era per me una dama inavvicinabile, una che scriveva per il “Corriere della Sera”, il vangelo per mamma, papà e nonno, e si ascoltava ogni mezzogiorno al “Gazzettino Padano” assieme a Salvatore Furia, un altro totem.
Una entità, più che una giornalista, non parliamo poi di colleganza, mi sentivo un microbo, all’inizio davo del lei anche al vecchio Porro che me ne diceva di tutti i colori, per scherzo ovviamente, ma io ci credevo.
Così una volta mi trovai ad andare a casa della “Ganda”, mandato non mi ricordo più da chi a farle una breve intervista, forse per un suo libro. Mi tremavano le gambe: adesso come la chiamo? Signora? Dottoressa? Ricordo che feci due volte il giro dell’isolato prima di premere il campanello, sperando poi, assurdamente, che non ci fosse. Lo sciagurato suonò. Ad aprirmi venne una splendida donna sui cinquanta, bionda e profumata. «Tu sei Mario? Piacere, Annamaria, diamoci del tu, siamo colleghi».
Davanti a me avevo la voce del “Gazzettino Padano”, la corrispondente del “Corriere” da Varese che mi diceva tranquillamente di darle del tu, da collega a collega, la professionista arrivata al novellino implume che aveva sì e no scritto una decina di articoli, più che altro delle brevi. Mi parlò del mestiere, mi dette qualche consiglio offrendomi un caffè. Tutti racconti da fare poi a casa, a mamma e papà, era come se avessi incontrato la Cederna o la Fallaci, quando uscii da casa sua galleggiavo. Avevo capito che il giornalismo sarebbe stato la mia professione.
Più adulto, incrociai ancora qualche volta Anna Maria, sempre bellissima e impeccabile. Leggevo i suoi libri su Varese, seguivo la rubrica sulla “Prealpa” e capivo il grande amore per la nostra città e percepivo quel sottile velo di malinconia che traspariva dalle sue parole, una nostalgia aristocratica, da grande dame, per un tempo passato fatto di passione e civiltà.
Le stesse che hanno accompagnato il suo giornalismo, preciso e mai sopra le righe, da cronista purosangue, attenta e rigorosa prima di tutto con sé stessa. Una lady della carta stampata, fiera del suo lavoro, della sua bellezza e indipendenza, ma semplice e schietta nei modi come tutti i grandi spiriti, figlia di una Varese nobile e nel contempo spensierata, che oggi purtroppo vive soltanto nei ricordi.













