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Calcio | 07 febbraio 2021, 07:00

Ambrogio Borghi: «Le feste del Cumenda, il fiuto di Maroso, il mio capitano Picchi: anni, persone e ricordi meravigliosi...»

Parola chi ha fatto la storia dei colori biancorossi, da giocatore, allenatore e dirigente: l'Ambros, come tutti lo chiamano. «Ho affrontato campioni straordinari: Mazzola, Rivera, Riva. In squadra ci divertivamo tanto, con i gavettoni di Anastasi e gli scherzi di Ramella... Porto tutti nel cuore»

Una recente foto di gruppo scattata da Ezio Macchi, in cui spiccano gli inconfondibili baffi di Ambrogio Borghi. In basso, secondo accosciato da sinistra, una foto d'epoca dell'Ambros in maglia Alessandria

Una recente foto di gruppo scattata da Ezio Macchi, in cui spiccano gli inconfondibili baffi di Ambrogio Borghi. In basso, secondo accosciato da sinistra, una foto d'epoca dell'Ambros in maglia Alessandria

Ambrogio Borghi per i tifosi biancorossi è "l’Ambros", il simbolo di un affetto verso una società di un preciso momento storico e, anche, uno scopritore di talenti calcistici durante i suoi vent'anni di allenatore del settore giovanile.

Milanese di nascita, nato sotto il segno dell’Ariete come un vero difensore di razza. Inizia a giocare giovanissimo nelle giovanile dell’Inter, di cui è tuttora un gran tifoso. Con i nerazzurri arriva a giocare nel campionato De Martino, con un tale Helenio Herrera, il celeberrimo "mago" che ha fatto la storia del club.

Borghi negli allenamenti settimanali giocava con Corso, Peirò, Malatrasi, Cappellini. A vent'anni, anno domini 1966, arriva a Varese assieme a Dellagiovanna, Villa, Cresci. Nella Città Giardino di ferma fino al 1975, giocando 182 partite, per poi passare a in serie C nella prestigiosa società piemontese dell'Alessandria e chiudere la carriera nella Biellese. 

Rientrato a Varese inizia a fare l’allenatore nelle giovanili, incarico che svolge per circa 20 anni. Dopo questa lunga esperienza anche l'Ispra e i Templari Sangiano, insegnando i primi calci ai ragazzi.

Borghi, lei è stato il capitano biancorosso per tanti anni: ci racconta qualche storia?
Inizio col dire che erano tempi meravigliosi. La società varesina era un punto di riferimento per tanti giovani talenti. Pensate che per anni ci sono stati calciatori che sono stati calciatori di rilievo. Questa era la grande lungimiranza del grande patron Giovanni Borghi. Investiva tantissimo nei giovani: infatti ha portato a Varese Anastasi, Bettega, Marini, Gentile, tanto per fare alcuni nomi, ma l’elenco sarebbe lunghissimo. Era un presidente che dava anima e cuore allo sport varesino. Ai tempi aveva anche previsto un abbonamento unico tra il calcio e la pallacanestro, dove i tifosi finito il pomeriggio calcistico andavano al palazzetto e vedevano le performance della grande Ignis. Il patron si divertiva a vedere i suoi giovani giocare bene e impegnarsi, senza guardare solo al risultato. Noi con più esperienza avevamo il compito di far crescere, motivare e responsabilizzare le giovani leve. Poi se le cose non funzionavano il presidente ci convocava tutti e iniziava a tuonare con il suo vocione; la frase tipica era la seguente: «Ad andà avanti insci, ve mandi in fonderia doman mattina». Che belli che erano i ricevimenti che faceva nelle sue ville... Ci invitava sempre tutti, non badava a spese: non dimenticherò mai una splendida festa a Montecarlo... 

Lei ha giocato con Picchi, Maroso, Sogliano, Trapattoni... Ci racconta qualcosa di loro?
Picchi era il mio capitano. Ricordo il giorno che dovevo marcare Gianni Rivera ed era particolarmente nervoso... Si avvicina prima di entrare in campo e mi dice: «Ambros,  fa no il figheta, e giuca come te se bun». Maroso era il mio compagno di camera e poi l’ho ritrovato come allenatore. Era una persona unica, di una semplicità particolare, ti leggeva dentro e riusciva a tirar fuori il meglio; Peo è stato il più grande scopritore di talenti calcistici che io abbia mai conosciuto. Ricordo quando alla sua prima seduta da allenatore mi disse: «Ambros, anche se siamo stati compagni di camera se non ti impegni vai in tribuna, sei come tutti gli altri». Non sopportava le parolacce in campo e chiedeva un comportamento esemplare a tutto il gruppo. Ricky Sogliano aveva quattro polmoni, correva tantissimo. È nato per vincere, anche negli allenamenti si arrabbiava se non c’era impegno... E se subiva un'entrata pesante erano dolori. Il Trap invece era a fine carriera, una persona unica. Ci siamo rivista anche dopo negli anni in cui è stato allenatore della Juventus, era rimasto una persona semplice e disponibile.

Lei è stato un capitano esemplare negli anni assieme a Chicco Prato:come erano i calciatori allora?
Lontani anni luce da questi che vediamo oggi. Noi "veci" davamo consigli, cercavamo di sdrammatizzare anche se si sbagliava schema. Nel mio ruolo dovevo anche far crescere i portieri. Certo, se in porta c’era Gedeone Carmignani i problemi erano pochi, era una sicurezza. Poi abbiamo dato consigli preziosi a Fabris, ciuffo Della Corna. Facevamo allenamenti mirati tutta la settimana e c’era tanta voglia di fare. Poi c’erano anche i momenti di divertimento. Famosi i gavettoni di Pietruzzo Anastasi, gli scherzi di Ramella... Era un gruppo di ragazzi meraviglioso, tutti con grandi qualità, che negli anni hanno saputo dimostrare il loro valore.

Come allenatore ha scoperto qualche talento?
I fratelli Pellegrini, Scaglia, Orlando, Filardi, che hanno giocato in serie A. Poi altri che si sono fermati nelle serie minori. Molte volte oltre alle capacità, per arrivare alla massima serie ci vuole anche un poco di fortuna.

Lei nella suo ruolo di difensore ha marcato tanti calciatori di razza: ne ricorda qualcuno in particolare?
Sicuramente Mazzola e Rivera: erano immarcabili, con una visione di gioco unica. Chiarugi era un funambolo, inventava dribbiling straordinari. Poi la forza della natura Gigi Riva: era un muro. Ti tirava da tutte le parti. Dovevi stare attento a come si girava, perché appena lasciavi uno spazio calciava e vi assicuro che, con i palloni del tempo molto pesanti, partivano certi tiri talmente potenti che sembrava come se l’aria si spostasse. Mai sentito nome più azzeccato di Rombo di Tuono.

Siamo in chiusura. Borghi, vuole aggiungere qualcosa?
Vorrei scusarmi per i nomi che non ho fatto, ma vi assicuro che ho tutti i miei ragazzi e i miei compagni nel cuore. Sono un sentimentale, molte volte alla sera prima di addormentarmi ricordo i momenti e le persone  che ho conosciuto e con cui ho collaborato: non vi nascondo che poi mi viene un groppo alla gola. Saluto tutti e vi ricordo tutti: un abbraccio dall'Ambros.

Claudio Ferretti


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