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Sport | 20 gennaio 2021, 12:49

Francesco Caielli: «Varese è bellissima, ma serve un'emozione che l'accenda. La salvezza del basket? Dovrebbero fare tutti un passo indietro»

Chiacchierata tra amici con il Caio, da Ivan Basso alla città, da Galimberti a Fontana, dagli imprenditori al calcio e all'amata Pallacanestro Varese: «L'orgoglio è stato messo davanti al bene comune, basterebbe rinunciare tutti a qualcosa. L'importante è accendere la scintilla giusta: nel tessuto sociale e imprenditoriale, nello sport, in politica. Poi parte l'incendio...»

Francesco Caielli: «Varese è bellissima, ma serve un'emozione che l'accenda. La salvezza del basket? Dovrebbero fare tutti un passo indietro»

Francesco Caielli, partiamo dalla fine. E cioè dall'inizio, quindi da Ivan Basso.
Per me queste settimane in cui inizio ad essere accanto a Ivan nella Eolo-Kometa (la squadra "professional" di cui il Caio seguirà la comunicazione, speriamo anche al Giro d'Italia, ndr) rappresentano un ritorno alle origini, quando l'allora responsabile delle pagine sportive de "La Provincia di Varese" mi disse: «Andiamo al Giro». 
Andammo insieme alla tappa di Cremona e poi in alcune frazioni leggendarie, sul Bondone e all'Aprica, a volte scrivendo sotto la grandine in un capannone d'alta montagna, riscaldati solo da un bicchierino di grappa. Accompagnammo Basso in maglia rosa scrivendo pagine che mettevano i brividi innanzitutto a noi, nel momento in cui le stavamo scrivendo. 
Quello è stato l'inizio di una bellissima storia con Ivan, giornalistica e sportiva ma anche umana perché si è sviluppato un rapporto di fiducia non facile da costruire, un legame conquistato con la qualità del lavoro e anche delle persone.

Quell'Ivan là e quell'Ivan qua cos'hanno in comune?
Ivan ha sempre avuto coerenza. Lui è una di quelle persone per le quali davvero la parola vale. A noi del giornale, a un certo punto, disse: "Io da oggi parlo con la Provincia perché mi è sempre vicina". Detto, fatto ed è stato coerente fino alla fine. Quando andavamo a proporre il libro, Ivan diceva: o lo faccio con Francesco, o lo faccio con un'altra casa editrice.
Tre anni fa ha detto "tu sarai con me quando questa squadra partirà", e così è andata.

Tra l'Ivan del primo Giro vinto (2006) e quello del secondo (2010) ci sono i due anni di squalifica: Basso è cambiato?
A mio avviso quei 2 anni durissimi lo hanno migliorato come uomo perché ha pesato le persone che lo circondavano e trovato i punti fermi nella una vita di un uomo, pochi ma veri. Dopo quell'esperienza, Ivan si fermava a firmare autografi per 150 bambini alla presentazione del libro, e non si alzava finché non aveva finito: prima del 2007, magari, non l'avrebbe fatto.

A noi piace fiutare quello che può succedere da uno sguardo, da una luce, da un'ispirazione. E a volte capita di azzeccarci: cosa fiuti da quest'avventura della Eolo-Kometa nel grande ciclismo?
Da parte mia c'è gioia: sono contento come non mi capitava da un po'. Mi fido sempre delle sensazioni e quando sono molto contento, probabilmente andrà bene. Quando c'è qualcosa che non torna oppure quando pensi troppo a ciò che stai facendo, vuol dire che non va. Vivrò un lavoro nuovo all'interno di una squadra, in mezzo ai ragazzi: il fatto di essere chiusi tutti in una bolla per via del virus, protegge dall'infezione e serve a cementare i rapporti. 

Gianni Mura lo chiamava l'"ufficio facce", ed è quel servizio giornalistico speciale che entrava in azione all'ultimo allenamento o a inizio corsa e che, guardando in volto un calciatore o un ciclista, capiva come sarebbe andata a finire. Usiamolo per dare un po' di giudizi in libertà: partiamo dalla politica amministrativa di Varese. 
Secondo me Galimberti, e questa cosa farà storcere il naso a molti, è stato bravo nel far vedere le cose. Non necessariamente fatte da lui, perché magari erano state iniziate anni prima... ma comunque le ha fatte sue, mettendoci la luce giusta.

Passiamo alla Regione: l'ufficio facce cosa dice di Fontana?
Dirò una banalità: fare le cose è sempre più difficile che guardale da fuori. Chiunque avesse gestito quello che è successo in Lombardia a febbraio-marzo, avrebbe fatto degli errori: probabilmente sarebbero stati diversi da quelli della giunta Fontana, ma li avrebbe comunque compiuti perché a quel tempo mancavano gli strumenti per capire cosa stava accadendo, e come affrontare la situazione.
Mi sento di spendere una parola nei confronti dell'uomo Attilio Fontana perché io non dimentico che dietro un amministratore o uno sportivo c'è sempre una persona. La persona l'ho conosciuta, gode e godrà sempre della mia stima totale. 

Una battuta su Letizia Moratti.
Ho avuto l'enorme piacere di conoscerla e intervistarla a Casa Italia per la Provincia nel 2012: era una serata dedicata a San Patrignano, parlai con lei e con suo marito, l'indimenticabile Gian Marco. Fu uno degli incontri più belli, intensi e umani della mia vita. Per ora mi faccio bastare la serata di giugno 2012 a Casa Italia con i Cimberio, i Moratti, Gian Marco e Letizia a parlare di San Patrignano. L'uomo, e la donna, in questo caso bastano e avanzano.

L'ufficio facce sulla Pallacanestro Varese è doveroso: se avessi un solo articolo e solo poche parole che arrivano dall'anima per aiutare a salvarla, cosa diresti? 
Ne userei quattro e le rivolgerei a tutti: fate un passo indietro. In questi mesi mi sembra che l'orgoglio di tante persone sia stato messo davanti al bene comune della Pallacanestro Varese. Ci sono stati litigi o altro, e l'orgoglio dice: andiamo avanti così. L'orgoglio però ritarda le decisioni e, nella storia della società, ha anche fatto molto male. Ripeto: ci si può salvare solo azzerando i preconcetti.

Questo significa dire: torna Caja?
No, o non lo so, ma so che non si può dire, a pescindere da tutto, Caja non torna per motivi etici e non tecnici. Questa frase è grave perché i motivi etici devono almeno essere messi sullo stesso piano di quelli tecnici visto che Varese è una squadra in crisi per motivi tecnici. Nella sua ultima apparizione, si è vista una squadra che non sa dove andare: magari può essere anche Bulleri a trovare la strada, ma qualcuno deve farlo. Fate tutti un passo indietro, mettete da parte orgoglio e preconcetti, e proviamo a salvarci anche se è difficilissimo.

Su Scola non ci sarebbe da aggiungere alcunché, perché diresti le stesse cose che direi io...
Non conosco la situazione, il campione è assoluto ed enorme ma se è stato preso anche e soprattutto per monetizzarlo al botteghino, ci si è giocati subito una fetta del senso del suo ingaggio. Rasta l'altra fetta, cioè quella tecnica, e i risultati dicono che Varese sta crollando, quindi il senso tecnico del suo ingaggio cosa ha prodotto?

I biancorossi del calcio sono ultimi: cosa manca al Varese per essere il Varese?
Partiamo da quello che c'è, e lo vedo da fuori: c'è voglia di Varese, fortissima. Basta scrivere Ebagua e impazziscono tutti. Ho visto al catechismo di mia figlia bambini che non erano ancora nati quando andammo in serie B e sanno chi sono Sannino ed Ebagua: rendiamoci conto di quale avventura straordinaria abbiamo avuto la fortuna di vivere. C'è una voglia enorme di Varese, è innegabile: non fai in tempo a buttare lì una notizia, che esplode un incendio un po' come accaduto con i Mastini dell'hockey: sembravano morti e sepolti sotto la cenere da anni ma, appena c'è stato una mezzo fuoco, è esploso l'incendio.

Quindi: cosa manca al Varese? 
La scintilla giusta che, negli ultimi anni, non è mai arrivata per motivi diversi. Leggo che manca qualcuno che faccia gol, mi piace molto il modo di porsi del nuovo allenatore, serve un pochino di pazienza... Mancano, e questi purtroppo continueranno a mancare, i lunedì al Franco Ossola, i pensionati fuori dal bar del Dante che trasformavano una squadra normale in una famiglia nel vero senso del termine, una famiglia che ti faceva rendere il doppio. Lo dimostrano i giocatori che a Varese giocavano in un certo modo e lontano in modo diverso. A Varese in quel microclima unico e diverso succedevano cose pazzesche che capitavano solo qui. Ricreiamolo: puoi chiamarla terza categoria, seconda divisione, C2, C1 o D ma a mancare è quello. O forse al Varese e a Varese, in generale, manca solo un Sogliano, cioè un modo di essere che ti tiene vivo, rompe le scatole quando serve e accarezza quando è utile accarezzare, facendoti dare tutto e anche di più. Un Sogliano nella vita serve sempre perché non ti fa mai stare seduto. 

Parliamo di Varese e dei varesini: qualcuno dice che la prima sia sorpassata o superata e i secondi seduti. E' vero? 
No, Varese è bellissima con alcuni luoghi incantevoli e unici che nessuno avrà mai, a partire dal Sacro Monte, uno dei posti più belli del mondo. In queste settimane sto vedendo imprenditori, uno su tutti Luca Spada, che hanno fatto qualcosa di enorme e stanno facendo una cosa altrettanto grande buttandosi in un'altra grande avventura come quella del ciclismo, seguito ad altri imprenditori. Cosa ha fatto scattare la molla? La passione. Cioè Ivan che va da Luca e dice: "Facciamo questa cosa che è una figata". Se sai emozionare, l'imprenditore apre il portafoglio e investe, vivendo ciò che fa con entusiasmo, andando perfino in bicicletta con i ragazzi.

Cosa manca dunque a Varese e alla sua gente?
I varesini sono disposti a venire nel fuoco per te ma devi dare loro un motivo valido per farlo. Li devi emozionare, dare un orizzonte vero. Se Ivan Basso va da Luca Spada e dice: immaginati un uomo da solo con la maglia e la scritta Eolo in cima al Mortirolo... come fai a non voler rispondere: "Lo voglio!". Hai toccato la corda massima, l'emozione, e il varesino ha bisogno di questo.
Diamo il meglio di noi partendo nelle retrovie. Quando eravamo lì a giocarci la serie B e poi la A, sapevamo benissimo come sarebbe andata. Quando parte da dietro, Varese di solito vince o, se perde, lo fa in maniera davvero spettacolare, lasciandoti dentro qualcosa che è più grande di una vittoria. Prendiamo la Pallacanestro Varese di Vitucci: non penso a un'occasione mancata perché ha perso da migliore squadra del mondo, con Dunston su una gamba sola in lacrime in panchina e Sakota che, davanti al sogno crollato, vuole andare a "prendere" l'arbitro. Questa è la vera Varese. L'importante è accendere la scintilla giusta: nel tessuto sociale e imprenditoriale, nello sport, in politica. Con la scintilla giusta, può venir fuori un incendio molto più alto del falò di Sant'Antonio.  

Andrea Confalonieri


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